The Project Gutenberg EBook of Memorie del Presbiterio, by Emilio Praga This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.net Title: Memorie del Presbiterio Author: Emilio Praga Release Date: October 5, 2004 [EBook #13627] Language: Italian Character set encoding: ASCII *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MEMORIE DEL PRESBITERIO *** Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the PG Online Distributed Proofreading Team EMILIO PRAGA MEMORIE DEL PRESBITERIO SCENE DI PROVINCIA TORINO F. CASANOVA. LIBRAIO--EDITORE Via Accademia delle Scienze (Piazza Carignano) 1881 _AD ANTONIO GALATEO_ AMICO MIO, _Quando_ Emilio Praga _ci leggeva la prima parte di queste sfortunate_ MEMORIE DEL PRESBITERIO, _e ci offriva di collaborare con lui e terminare il lavoro, non pensavamo che noi due, pochi mesi dopo, l'avremmo terminato senza lui. Da molti anni il_ Pungolo _di Milano, che aveva acquistato la proprieta del racconto, lo prometteva ai suoi lettori; il Praga a lunghi intervalli lo ripigliava, aggiungeva alcune pagine nelle quali lasciava libero il freno alla sua immaginazione ineguale, splendida a lampi, al suo sentimento profondo e malato, bizzarro e delicatissimo; ne ingarbugliava l'intreccio, poi, stanco, l'abbandonava ancora. S'illudeva sempre di arrivare al fine e non l'avrebbe forse finito mai. Quando manco, era appena alla meta. Il_ Pungolo _dovendo finalmente pubblicarlo, il Direttore Leone Fortis, amico di Praga e mio, propose a me di finirlo. Non potei dirgli di no, ma l'impresa mi sgomentava. Il meglio dell'opera stava nelle delicatezze di sentimento e di forma, in quel particolare profumo di poesia e di affetto che Emilio solo possedeva. L'intreccio poi era una disperazione, una matassa arruffata donde non usciva alcun filo buono. Fu allora ch'io ti pregai di rileggere il manoscritto, e tu, piu pronto ed immaginoso di me, cavasti in una notte quel filo ch'io disperavo trovare. La tua soluzione io ho adottato esattamente nella catastrofe del romanzo. Una sola cosa ci ho messo di mio, od almeno mi sono sforzato di metterci, ed e il ricordo dell'amico nostro, ch'io mi studiai di riprodurre, come l'avevo vivo davanti gli occhi, nella figura, nei discorsi, e nelle digressioni del protagonista Emilio. Queste cose tu le sai, ma, se permetti, le ripeto qui, in fronte, licenziando il libro che l'amico Casanova volle ristampare tutto intiero, perche le sappia anche il lettore. Io devo prima di tutto aver riguardo al nostro povero amico, perche la gente non gli faccia colpa, di peccati non suoi; poi mi_ _preme dir le ragioni per cui m'indussi ad una opera che potrebbe a taluno sembrare irreverenza, ma soprattutto trovo giusto far conoscere ai lettori il serio aiuto che tu mi hai dato. Tuo_ ROBERTO SACCHETTI LE MEMORIE DEL PRESBITERIO _J'ai plus de souvenirs que si j'avais mille ans._ I. Fra parecchie centinaia di versi che, in mancanza di meriti piu assoluti, ebbero incontestabilmente quello di sciogliere per bene lo scilinguagnolo alla sonnolenta critica letteraria del _bel Paese_, v'hanno due componimenti sovra cui piovve con rara abbondanza la lode; la lode che e per l'anima di un autore cio che e pei fiori la pia rugiada dell'alba. Uno di quei componimenti aveva nome il _Professore di greco_, l'altro portava il titolo che sta in cima di queste righe. Senza ch'egli ripudii gli altri suoi figli, e naturale che questi due sieno i prediletti del poeta. Guardate il sorriso trionfante della madre di cui vi prendete nelle braccia e accarezzate, ammirando, il bambino; per poco ella si rista dal fare altrettanto con voi. Per me, se me ne fosse data licenza, non indugerei un momento a rispondere con baci in fronte alle indulgenze accordate a quelle mie strofe. Tanto piu che, oggidi, le creature che si commovono un po' ancora alla poesia sono le donne, e le donne belle in ispecie. Ma l'esercizio di siffatti rendimenti di grazie non e concesso in questa valle di frutti proibiti. Forse provvidenzialmente: lo scambio delle gentilezze e delle cortesie diventerebbe troppo generale, e la musica di baci finirebbe per assordar di soverchio la gente d'affari. Pero baciar col pensiero non e, che io mi sappia, proibito. Ed e un bacio morale che io intendo appunto inviare con queste semplici memorie, come un ringraziamento a quelle poche anime appassionate che forse, nelle ore men gaie, si ricordano ancora del mio vecchio professore e dei mio vecchio curato--due scheletri, adesso, amendue. Semplici memorie; e la giusta parola. Cominciano e finiscono in un paesello delle Alpi. Il povero sant'uomo e il suo presbiterio, un medico e una farmacia, un sindaco e la sua storia...--Ecco tutte le mie scene e tutti i miei personaggi. Nulla e grande, nulla e piccino; il cuore ne e la misura; e un po' del mio e restato lassu in quei boschi, fra quelle pareti bianche, in mezzo a quel beato silenzio; lassu dove furono prima pensate queste pagine. Eppero, chi volesse trovarci altra cosa che un po' di cuore non legga.--So di alcuni, i quali di quel _po'_ si accontenteranno. II. Molti anni, cio che vuol dire molte sciagure, sono passati dal giorno in cui bussai a quella porta. Compivo i venti, avevo la valigia del pittore sulle spalle, e un buon angelo mi guidava--un angelo che adesso chi sa dove e andato a nascondersi. Allora io vedevo e sentivo; splendore di cielo, verzure di convalli, scroscio di torrenti, belate di mandre, tutto brillava, profumava, cantava per la presenza di lui; e sul nostro passaggio gli atomi della natura si animavano al contatto delle sue ali per parlar meco di arte e di gloria. Quel giorno la conversazione era cominciata al primo nascere del sole, e aveva continuato senza interruzioni per tutta la strada. Eppero come fui vicino al villaggio di Sulzena, la stanchezza delle gambe prevalse. Si fece silenzio. Tramontava il sole, e pensavo a mia madre; due tra le infinite cose da cui germina la umana tristezza. Essa veniva lentamente impossessandosi di me, ma dolce, quasi voluttuosa, come quella che conduce alle lagrime, di cui parla Virgilio--_quaedam flere voluptas._ E forse le lagrime erano li per sgorgare, quando la recrudescenza della fatica diede nuova autorita alle gambe. Furono questi poveri stinchi a farmi accorto della presenza del villaggio. Alla solita strada polverosa, soffice e piana come il pavimento di un gabinetto principesco, era successo un selciato di pietre druidiche, sul quale, a non inciampare, vi giuro che o bisognava avervi camminato appena fuor delle fasce, o aver compiti molte volte i sette anni. Debbo alla luna, che in quel momento era venuta a far capolino, ed a un mio talento ginnastico se non mi ruppi il collo, io che sette anni non li avevo ancora compiti tre volte. Non e necessario descrivervi il villaggio di Sulzena. Voi lo conoscete gia, per poco che abbiate fatta conoscenza con alcuna delle nostre montagne. Cotesti villaggi si somigliano tutti. Case, o meglio capanne_ _(_baite_) ad un solo piano, coperte di schisto nero, e alla parte del nord, di muschio, al cui verde opaco spesso viene a sposarsi quello trasparente del caprifoglio avviticchiato alle pareti. Porte basse e larghe, attraverso alle quali appare il cortiletto ingombro di gerle, e quasi sempre ombreggiato da un pometo che in maggio si copre di fiori bianchi e rosa; botteghe, che in un'ora di esame non arrivereste a indovinare che cosa vendano, se non esistessero al disopra e ai lati certi orrori di ortografia scritti a color crudo e per lo piu turchino. Poi il monumento comunale, la fontana perenne, formata di quattro lastre di pietra appena dirozzate, e dove tre volte al giorno vanno a dissetarsi in famiglia tutte le giovenche del vicinato. E se il villaggio possiede un'osteria siete certi di riconoscerla a una insegna gigantesca colla parola _Albergo_ sovrapposta a un uscio, cui si ascende per tre o quattro gradini, dietro il quale si cela umilmente un locale umido si ma pulito, tappezzato di pentole e di stagni e dove mancano infallibilmente ai fornelli il cuoco ed il fuoco. Ero gia passato davanti a buon numero di case, e per quanto avessi guardato e guardassi in su ed in giu a destra ed a sinistra, l'insegna non appariva, che mi potesse far sperare in una cena ed in un letto. Gli abitanti erano gia rientrati, vedevo le finestre illuminate dal riverbero dei focolari; non avevo ancora incontrato di vivo che un ragazzetto ed un cane. Il primo, spalancati due grandi occhi azzurri mi aveva contemplato in silenzio per un minuto, poi s'era dato alla fuga dietro una siepe; il cane aveva abbaiato sommessamente come uno che non sappia di aver torto o ragione, poi anch'esso via nella macchia. Proseguii tra quelle case dalla faccia inospitale, coll'animo alquanto turbato. Nei pellegrinaggi artistici non e, del resto, cosa difficile di trovarsi nell'imbarazzo in cui avevo a quell'ora tutta la probabilita di essere caduto. In uno dei libri sacri dell'India sta scritto: "Se ti nasce una figlia dalle un nome sonoro abbondante in vocali, e che sia dolce alle labbra dell'uomo". L'egual consiglio si sarebbe potuto dare a quei filologhi dabbene che imposero il nome ai villaggi. Quando si viaggia senza una meta prestabilita, all'unico scopo di veder uomini e cose, quante volte non accade di prendere a destra piuttosto che a sinistra, di salire invece che di scendere, per l'unica ragione che avete preferito, leggendo sulla vostra _Guida_, fra i molti che vi stanno intorno il villaggio dal nome piu seducente, dal nome piu _dolce alle labbra dell'uomo_? Ma, ahime, siccome e piu che possibile che una Bice, o una Amina, o una Adele, siano fanciulle meno perfette di una Giovanna, di una Gregoria, o di una Anastasia, del pari accade che il piu bel nome intitoli spesso la borgata meno simpatica, e, cio che e piu triste se vi arrivate a notte, una borgata senza osteria. E tale mi aveva l'aria di essere il villaggio di Sulzena quando, giunto all'inevitabile fontana, mi scontrai finalmente in un uomo. III. Curvo sul bacino da cui esalava un acre odor di sapone, prova che quella sera le comari avevano fatto il bucato, egli teneva le braccia, nude fino alle spalle, nell'acqua biancastra, e pareva assorto in qualche occupazione di grave momento, giacche non si accorgeva o non curavasi del largo zampillo che, cadendo dall'alto, gli spruzzava copiosamente la testa. Stavo per rivolgergli la parola, quando si sollevo, e, traendo dalla fogna un cencio infilzato a un bastoncino, esclamo, con quel timbro di voce proprio dei lavoratori della montagna: --Una calza! e poi si lagnano della poverta, e poi pretendono trovar l'acqua pulita alla mattina! Come si fa, se lasciano otturarsi il pertugio... persino dalle calze! O che gente! --Brav'uomo, gli dissi io, sapreste indicarmi l'osteria? Si volse e la prima cosa che osservo fu--indovinate che cosa?--il mio bastone. --Oh! che magnifico corno! ma questo era il papa di tutti i camosci! E senza complimenti, me lo prese dalle mani, a si die a contemplare l'alpestre ornamento del mio muto compagno di viaggio colla compiacenza con cui una forosetta avrebbe vagheggiato un monile. --Non ve ne sono mica sulle nostre cime di camosci cosi grossi; e forastiero, vossignoria, non e vero? --Si, siamo d'altri paesi tant'io che il corno. Veniamo da lontano, eppero abbiamo bisogno di mangiare e di dormire; se dunque voleste aver la bonta di indicarci.... --D'osteria propriamente non ce n'e: ma c'e di meglio. --Che? --C'e il curato! --Ma che c'entra il curato coll'osteria? --Se c'entra! La mi dica, sarebbe cosa decente che, per mancanza della locanda, non si potesse alloggiare un cane in paese? --E giusto. Ed e il vostro curato che ha messo insegna? --Oh! insegna, no; un prete, le pare? E poi che importa l'insegna; quelli che girano il mondo non le mangiano mica le insegne delle osterie, ne vi dormono sopra.--L'importante e che trovino un desco ed un letto; cio che si trova dal signor curato per l'appunto. E, soggiunse, ammiccando furbamente gli occhi, non si paga niente. Quest'ultima informazione mi decise. Gia mi aveva ripugnato l'idea di dormire sotto il tetto di un prete; quella di dovergli restare debitore di un servigio mi fece cavar dalle tasche la carta geografica e andarvi in traccia di un'altra possibile meta. Il lettore non si scandalizzi di questa mia istantanea ripugnanza, apparentemente, solo apparentemente, volterriana. A quell'eta non era, come non fui mai, un cattolico fervente; bensi mi trovavo ancora un cristianello per il quale l'accettar l'ospitalita da un uomo di chiesa, non sarebbe sembrato certamente un derogare ai propri principii religiosi e alla umana dignita. Tanto piu con quell'appetito e con quella stanchezza in corpo! Ahime! la ricusavo appunto, stavolta, perche gia in due altre occasioni, dacche mi aggiravo su per quei monti, l'avevo accettata, e con mio inenarrabile danno. Non vi contero quanto mi era capitato la prima volta; fu una tragedia che si svolse nelle tenebre di un granaio, fra due lenzuola di _colore oscuro_ e... cio restera un eterno mistero. La seconda volta il mio ospite era stato un prete giovane, dalla faccia color scarlatto, gran bevitore, gran cacciatore e, per conseguenza, gran parlatore. La sua vita domestica e i suoi sproloquii, non rammento se piu degni di Casti o di Aretino, erano riusciti a togliermi dall'animo tutto il bene che le aveva fatto, in quindici giorni, la semplice natura. La possibilita di ricadere nell'afa ammorbata di un sacerdote di simil genere, mi spaventava quasi peggio delle memorie piu materiali che serbavo dell'altro. Chiesi dunque al mio interlocutore, in quanto tempo avrei potuto raggiungere un vicino villaggio, di cui dovetti ripetere piu volte il nome ch'ei non conosceva che in dialetto; dialetto spicciativo che faceva un monosillabo di una parola composta di almeno una dozzina di lettere. --Eh! non meno di tre ore, a camminare spedito; e c'e a due terzi di strada un torrentello che non le consiglio di guadare di notte. --Non importa; questo buon bastone cornuto m'ha, come lo vedete, aiutato a guadarne altri, e di molti. La strada e questa? --Si, fino alla chiesa che e la, a due minuti dal paese; poi si volge per la strada piu stretta, a mancina: quella che scende, costeggiando l'orto del signor curato. --Vi ringrazio: state sano, voi e tutta la vostra famiglia. --Vengo anch'io fino alla chiesa; di la le indichero meglio. --Benone. E ci incamminavamo. Le case erano gia chiuse quasi tutte. Avean l'aspetto piu povero di quelle vedute nei dintorni; ma in compenso la strada era di una insolita pulitezza. Alti gruppi di quercie si intercalavano bizzarramente qua e la all'abitato, coprendo le tegole di verzura e di ombria; alcune rocche di camino andavano a nascondersi nel frondame; li, la casa e l'albero non erano vicini, parevano abbracciati. La luna illuminava quei casti amplessi quasi affettuosamente, ed io vedeva, nell'umida penombra, di cosi cari _motivi_ di pittura che me ne piangeva proprio il cuore a staccarmene. --Dite, il mio brav'uomo, oltre il curato, non conoscete nessuno che possa offrirmi, pagando, una materassa? Una materassa mi basta e, quanto al mangiare, sono ancor meno difficile. --Per carita! Nessuno, nessunissimo; tutta povera gente che a voltarli colle gambe in aria non cade in terra la croce di un quattrino. I piu agiati, in questa stagione, sono _all'alpe_: si dorme nelle stalle o a ciel sereno... s'immagini. --E fra due ore, trovero alloggio all'osteria di.... --Ne puo esser certo: la Gertrude, la locandiera, una diavolaccia che ha cinque figlioli sulle spalle, apre ai forestieri di notte: scenderebbe per servirla, anche se si trovasse in punto di morte. --Ditemi un po' che facevate intorno alla fontana? --Le diro: non posso andar a casa se prima non mi sono assicurato che nulla impedisce il corso dell'acqua. Per esempio, veda, stanotte la voleva esser bella, se non c'era io a liberare da questa calza il pertugio. L'acqua inondava la strada, e domattina per le giovenche, restava nel bacino quella del bucato. --Siete dunque impiegato municipale? Spalanco gli occhi, come se gli avessi parlato chinese, poi rispose: --Io sono il campanaro. E per questo che non posso andar a casa senza aver visitata la fontana. Lo strano ravvicinamento del lavatoio col campanile era fatto per destare la mia curiosita. Ma l'altro non mi fece sospirare, e continuo: --Il signor curato non dimentica mai, quando passo nella sua stanza per metter la spranga alla porta, dopo il rosario, di domandarmi se ci sono stato "Baccio e il pertugio?" oppure soltanto "_Baccio_?"... Sissignore, va tutto bene. E come un'altra _terza parte_.... --Il curato copre dunque anche le funzioni di sindaco? --Il sindaco! Si starebbe freschi se si aspettasse una provvidenza dal sindaco.... Eravamo usciti dal villaggio, e gia appariva non lontana la parete bianca del presbiterio, e piu in su, dietro la cima di un boschetto, la freccia aguzza e scintillante del campanile. La notte era splendida e calma; si sarebbe potuto leggere, al raggio lunare, la piu microscopica scrittura di donna; e, tranne il gorgheggio sommesso di un usignuolo, che rompeva l'aria a intervalli, per l'ampia vallata non errava che il suono de' miei passi e di quelli del campanaro che mi seguiva zoppicando. L'idea del sindaco pareva averlo messo di cattivo umore; giacche la sua fisionomia sincera e gioviale erasi alquanto rannuvolata, come sotto la preoccupazione di qualche cosa di triste. A un tratto, un rumore di passi accelerati giunse dalla parte della chiesa, e apparve davanti a noi una strana figura umana che gesticolava, venendoci incontro in mezzo alla strada. Quando ci fu a due passi, diede in uno scroscio di pianto, e mettendo le mani sulle spalle della mia guida, non accorgendosi forse nemmeno di me: --La muore, Baccio, la muore proprio! Oh! la mia povera Gina... la mia povera donna... cosi giovane... cosi.... Le lagrime lo soffocavano. Il campanaro era li come impietrito. Poi disse: --Ma se la stava meglio! Anche il signor curato cominciava a sperare.... --Sono stato adesso a chiamarlo. Ah! Baccio, Baccio, la muore!.... E prosegui verso il villaggio brancolando. Era un giovane sui trent'anni, alto e tarchiato. Egli aveva detto quelle parole con accento di cosi profonda desolazione, che me ne sentivo tutto atterrato. Nulla infatti di piu straziante che lo spettacolo del dolore negli organismi sani e robusti. Ci aveva lasciati appena, che il curato appari. Sembrava assai vecchio, e accelerava il passo con visibile stento. Aveva la larga fronte coronata di capelli bianchissimi; illuminati dalla luna, li avresti detti un'aureola. Non so quale solennita traspariva da tutta la sua figura. Alla commozione che gia mi dominava, si aggiunse, al suo apparire, una specie di vaga dolcezza. Mi tirai da un canto, levai il cappello e gli fissai gli occhi nel viso. Ma nel suo pensiero non esisteva certo, in quel momento, che una immagine; quella della morte con cui stava per trovarsi a colloquio. Egli meditava la parola che le pone sulla fronte il sorriso. Passo in mezzo a noi, colla testa fissa al villaggio, senza vederci. --Brav'uomo, dissi al campanaro; ho mutato avviso. Mi fermo qui: dormiro dal vostro curato. Il viso del sagrestano si illumino. --Che buona idea, signor mio, che bel pensiero, esclamo con quella sua voce strozzata che parea voler farsi ad ogni costo gentile per ringraziarmi. E soggiunse, mettendomi le mani ai panni: --Dia a me la valigia, dia tutto a me; la si metta in liberta; che bella improvvisata per don Luigi! questa sera ne aveva proprio bisogno. Se sapesse, signor mio, come ritorna sbigottito il pover'uomo dalle visite ai moribondi! ne perde l'appetito per una settimana. --Badate, gli diss'io cedendogli il mio piccolo bagaglio; badate che spendero la vostra parola; che senza le informazioni che mi avete fornite, non avrei osato certo.... --Ma che dice! vedra che accoglienza le sara fatta; e ne avro anch'io la mia parte, per avervi guidato. Tutto il contegno del bravo montanaro rivelava un non so che di tanto sinceramente cortese che arrivati che fummo alla porticina del presbiterio, ogni trepidazione, ogni ripugnanza mi avevano lasciato: mi pareva quasi che quell'uomo e quella casa li avessi conosciuti e frequentati gia da gran tempo. IV. Uno squillo sottile e prolungato rispose allo scrollo potente che il sagrestano, avvezzo alle corde del campanile, aveva dato all'esile cordicina verde che uscia da un buco dell'imposta. Pochi istanti dopo, un rumor di passi si avvicino e una vocina fievole chiese chi fosse. --Son Baccio. E la porta si aperse. Cesare entrando in Roma colle spoglie delle Gallie, non aveva certo l'aspetto piu altiero e piu trionfante di quello di Baccio, quando, penetrato nel corridoio e fatto un sorriso alla vecchierella che ci aveva aperto, disse a me: --Resti servito! La prima senzazione che provai, fu di un profumo d'incenso diffuso, misto a quell'odore senza nome che emana dalla umidita delle pareti nelle case poco abitate. La vecchierella che precedeva col lume, parlava a bassa voce colla mia guida; giunta in fondo al corritoio che dava in un cortiletto, si arresto, mentre l'altro proseguiva col bagaglio e poiche le fui giunto vicino, alzo con ingenua famigliarita la lucernetta fino all'altezza del mio naso; allora vidi due occhietti lucidi e profondi che mi fissavano con una curiosita che sapeva di investigazione e che si sciolse in un lungo sorriso immobile. --Santa Caterina! sclamo poi precedendomi di nuovo attraverso i ciottoli erbosi, se l'avessi saputo prima, avrei almeno allestito qualche cosa che fosse degno di un signore! E dirigendomi la parola: --Siamo in certi paesi, illustrissimo, che si ha proprio vergogna quando arriva un forestiero come lei. Basta, Don Luigi le spieghera meglio ogni cosa. Ecco, s'accomodi qui: questo e il suo gabinetto. Cio che la ingenua Perpetua chiamava il gabinetto del signor curato, era uno stanzone ampio ed alto, cosi che avrebbe potuto servire per una festa da ballo. Sedetti sopra una specie di divano coperto di una pelle color caffe, arrestata all'ingiro da piccoli bottoni d'ottone, e mi diedi ad osservare. Davanti a me un largo tavolo quadrato, in vecchio noce annerito, appoggiato a quattro gambe solide come colonne, dominava da protagonista la scena. Per meta coperto da un tappeto di panno verde grossolano, sopportava due alte cataste di registri legati in cuoio, senza dubbio i registri delle nascite e delle morti, questa _scrittura doppia_, questa _Entrata ed Uscita_ di un commercio senza soluzione di continuita, per quanto possano mutare i tempi e gli avvenimenti. Accanto ad essi il breviario aperto pareva annoiarsi aspettando la ripresa della lettura interrotta, in compagnia di un gran calamaio di piombo da cui aveva l'aria di spiccare il volo una coppia di penne d'oca; appoggiato al calamaio un rotolo di carta azzurrognola coperta di fitti e grossi caratteri. A destra del tavolo nereggiava gettando un'ombra lunga e tagliente sulla parete, una libreria. Le novanta volte su cento voi potete giudicare del carattere, delle abitudini, degli affetti di un uomo dal frontispizio dei volumi schierati nella sua libreria, E cio sopratutto in quelle silenti dimore delle creature pensanti, sepolte nella monotona vita della provincia, case bianche che serbano una tal aria di modesta aristocrazia, se cosi e lecito esprimermi, in mezzo al bottegume ed al borghesume; oasi strappate dagli uragani della vita al giardino della civilta, dalla civilta dimenticate, ma che il viaggiatore filosofo saluta e benedice talvolta colla pia gioia del nomade nel deserto. La non troverete le cento nullita letterarie di cui si pasce ogni giorno la curiosita cittadina; il libercolo, l'opuscolo di circostanza, il volume a margini sterminati, ultimo portato della speculazione libraria, li cercherete invano sotto ai vetri puliti di quegli scaffali che racchiudono tutte le memorie di un passato, pane quotidiano di spiriti che, per lo piu tuffati in un ozio meditativo, non hanno bisogno di nuovi sapori, di sali piu corroboranti per innalzarsi al disopra delle monotone realta che li circondano. La libreria, la famiglia rispetto alla quale non siete ne figlio, ne padre, ma che vi puo dare tutte quelle gioie che stanno chiuse in queste due parole, interrogatela quando e patrimonio dell'uomo solitario, dell'uomo esiliato dalla societa e che ha in essa creata la societa sua. Lo conoscerete. I libri del curato di Sulzena erano pochi ma eletti. Fatta astrazione delle numerose edizioni della Bibbia, dei suoi dizionarii e commenti, delle opere dei Santi Padri, e dei numerosi volumi di giurisprudenza ecclesiastica, suppellettile indispensabile, parecchie file di volumi legati piu modernamente, e taluni con una tal qual civetteria piu da gabinetto di dama che da studio di prete, annunciavano nel mio ospite una coltura elevata e gentile. Cio per la scelta cosi come pel numero. I classici da Omero a Menandro, da Tucidide a Plutarco, rappresentati nei piu profondi e nei piu fantasiosi; i nostri poeti, un bel Dante coi commenti del Portirelli, legato in oro, e l'indice della _Divina Commedia_ del Volpi; un Boccaccio,--ad edizione non purgata.--i poeti minori, l'Ariosto. Notai l'assenza di messer Francesco e del Tasso. Manzoni chiudeva l'augusta falange. In fatto d'arti figurative, il curato non era ne troppo eclettico ne troppo avanzato. Alle pareti pendevano dentro cornici che un giorno erano probabilmente dorate, quattro larghe ed alte stampe rappresentanti _il giudizio di Salomone, Giuseppe venduto dai suoi fratelli, Alessandro che taglia il nodo Gordiano, _e_ il sacrificio di Abramo_. Insieme formavano come una selva che tu avessi veduta attraverso alla nebbia, irta di braccia ritorte, ad angoli acuti, retti, ed ottusi, di gambe ravvoltolate, raggrinzate, incrocicchiate, di torsi scabri piu della corteccia del pino, di movenze in aperta congiura contro l'equilibrio, di panneggiamenti piu complicati e piu indecifrabili che non siano per me e forse anche per voi i logaritmi. Il barocco aveva detta l'ultima parola in quelle quattro composizioni evidentemente uscite da un'unica fantasia; e li come incastrati nella parete umidiccia, sopra ampie scranne a forme rettangolari, erano tale una stonatura da mettere i brividi al piu volgare dei beoti. Sul camino, piccolo in confronto all'ampiezza della stanza, sorgeva sotto il suo berrettone di vetro un pendolo tutto incrostato di conchiglie marine d'ogni specie e d'ogni colore, che nell'insieme formavano un disegno assai somigliante alla rosa dei venti. Ai lati due vasi di ardesia, lunghi lunghi, di forma conica, ricolmi di carte fuor d'uso, di vecchi astucci da occhiali, e di fuscelli di malva appassita, pieni di polvere. Evidentemente il curato non prodigava le sue affezioni domestiche al di la della libreria. La fantesca ritorno sull'uscio donde era uscita. Il cigolio mi fe' volgere la testa: ella pareva volermi dire alcun che e non averne il coraggio. Dopo aver titubato alquanto: --La scusi, balbetto, la scusi tanto; mi trovo colla credenza vuota come la chiesa alla mezzanotte. Domani si, ce ne sara della grazia di Dio... adesso.... --Oh! la mia cara donna, la interruppi, vi pare? Fatemi friggere due ova, e datemi un boccone di cacio, oppure un tozzo di pane in una scodella di latte; sono i cibi che preferisco e non voglio assolutamente che vi diate altre brighe. Anzi, se mi permettete, verro in cucina ad aiutarvi. --Oh! che buon signore! gia l'ho detto subito dalla faccia. Venga pur qui, se non vuol star solo finche torni don Luigi; quanto ad aiutarmi (e si die a ridere fra i denti), non e mica caso... se ne avessi bisogno, c'e Baccio. --A proposito, sclamo il campanaro quando entravamo in cucina; mi scordavo di dirvelo, o Mansueta; sapete dov'e il signor curato? --Lo so io? stavo annaffiando quel po' di piselletti che sembra siano stati cosputati dalle streghe, che Dio mi perdoni... che non vogliono dar segno di vita...; sento il campanello, vengo dentro, e don Luigi non c'era gia piu. --E dalla Gina che muore. Per poco la povera Mansueta non si lascio cader di mano la scodella che stava per collocar sui fornelli. --Santa Caterina beatissima! Dite da senno? Ma come mai? non e possibile... con quel povero bravo suo marito... che l'ho visto nascere! e con quella povera creatura di bambina! lasciarli soli... e impossibile, e impossibile. Baccio, vedrete che Don Luigi non la lasciera morire cosi. Il sagrestano parve star sopra pensiero alcun poco, e, --Non so se faro bene o male, disse come parlando a se stesso; e notte alta. Ad ogni modo e giusto che tutti lo sappiano e preghino. E usci frettolosamente da una porticina che metteva all'aperto. Io mi accovacciai sotto l'ampio camino della cucina ed attesi, osservando la fantesca occupata intorno alla mia cena. Le sue labbra avvizzite e cadenti cominciarono allora a muoversi con una velocita che andava sempre crescendo. Il burro che bilbiva nella scodella accompagnava col suo capriccioso scoppiettio gli _ora pro ea_, gli _ave_ e gli _amen_ che di tanto in tanto sfuggivano alla preghiera mentale della vecchierella. Tutto era silenzio nel resto. Io guardava il tizzone ardente da cui spiccavansi le faville come anime liberate dalla materia, e pensavo a quella della povera montanara che in quel momento faceva forse lo stesso. D'improvviso uno squillo, forte e nitido, cadde dall'alto, e rimbombo nell'aria tragicamente. --Che e questo? --E Baccio che suona l'agonia per la Gina. E abbandonati i fornelli, e accostatasi ad una scranna, la povera creatura cadde ginocchioni. O memoria della mia giovinezza!.... Contemplai per un istante quella testa grigia, e involontariamente piegai un ginocchio al suo fianco. Fu in questa posizione che trovommi in casa sua il curato di Sulzena. V. Mi rivolsi al suono dei suoi passi, mi rizzai, e gli mossi incontro. Egli si fermo, mi stese ambe le mani, e, prima ch'io trovassi una parola, mi disse: --Quanto vi sono grato di non aver proseguito il vostro viaggio. Oh! non l'avrei perdonata a Baccio, se vi avesse lasciato partire. E data un'occhiata intorno per la cucina, si rivolse a Mansueta, che si era pur alzata al suo arrivo e che lo stava contemplando come una imagine santa. I rintocchi dell'agonia continuavano. --Sei colta all'improvviso, non e vero, poveretta? Hai detto a questo signore l'abbondanza dei nostri paesi? --Oh! e un signore alla buona. Ed ecco le ova che ha desiderato; fresche come l'acqua del pozzo. --Una cena simile! disse il curato; e abbassando la voce, soggiunse tristamente: --E accompagnata da musica siffatta. Mi introdusse dipoi nel tinello dove la vecchia fante non tardo a depormi innanzi, sopra un tovagliolo bianchissimo, le ova ed il pane accanto a una bottiglia di vino. Il curato, cui non avevo ancora avuto modo di rivolgere il mio discorso tranne che a monosillabi, mi sedette vicino e, pur ripetendomi le sue scuse per la grettezza della cena, mi guardava con quell'occhio interrogativo, sebbene meno adamitico, che aveva veduto, al primo entrare, sotto la cuffia di Mansueta. Il curato poteva contare sessantacinque ai settanta anni; ma la tarda eta appariva in lui piu che dalle rughe del viso, ch'era ancor fresco e rubizzo, da una cert'aria di stanchezza grave, direi quasi solenne, che circondava tutta la sua persona. Avea la fronte altissima e singolarmente convessa: la fiamma della lucerna vi poneva una larga pennellata lucente che illuminava una pelle cosi rosea e cosi tersa che si sarebbe detta di un fanciullo. Poche ciocche di capelli, bianchi come la neve, gli circondavano la testa; ma cosi fini, cosi vaporosi, che parevano sospesi nell'aria, e gli incorniciavano il viso meglio di una chioma di vent'anni. Il naso aquilino e finissimo pareva di un gentiluomo spagnuolo; la bocca, da cui apparivano ancora, a dispetto degli anni, due file intatte di denti, era forse un po' larga in confronto alla perfezione dei lineamenti che la circondavano; ma il difetto era cancellato da due piccole pieghe ai lati che le perpetuavano il sorriso: aggiungete due occhi limpidi e profondi, l'abito modestissimo, ma di nitidezza inappuntabile, una mano quasi femminile, una voce dolce e nel tempo stesso piena di vibrazioni, l'_erre_ di una duchessa--e vi spiegherete le parole che rivolsi al mio ospite, assaporando le ova eccellentissime del suo pollaio. --Signor curato, gli dissi, davvero che, se non avessi coscienza della strada che ho percorso, crederei che qui non sono in Italia. La stranezza del modo con cui oggi ho dato tregua al mio viaggio, la cordialita che mi circonda, il vostro aspetto, tutto mi farebbe supporre d'essere in una di quelle case della Tebaide, dove son vive tuttavia le memorie bibliche, e gli uomini santi le respirano ancora, e le ripetono con antica sapienza.... Il vecchio mi interruppe: --Tebaide, si, e una Tebaide questa valle: ma soltanto per la solitudine; quanto al resto, sono troppo indegno del paragone.--Questo pezzetto di cacio... assaggiatene... e dei nostri pascoli.--Ed e per questo che l'ospitalita e qui, oltre che e un dovere, un bisogno, una vera consolazione. Una malinconia velata, ma che tentava nascondersi invano, suonava nella voce del prete. --Pochi viaggiatori, m'immagino, passeranno per questi gioghi, diss'io. E son cosi belli! Da quindici giorni vado errando quassu, e non so come mi reggera il cuore a riveder la pianura. Vorrei poter vivere sempre in alto, in quest'aria pura, in mezzo a queste scene sublimi; esse valgono, ve ne assicuro, signor curato, tutti gli svaghi e tutti gli agi della citta. Io vi invidio.... --Oh! non ditelo! Voi siete giovane, e, alle vostre parole mi sembrate poeta--siete pittore, del resto, e... _ut pictura poesis_; gioventu e poesia mostrano il lato bello di ogni cosa, e il lato brutto e triste lo nascondono. Pensate la vita di un uomo che e solo da quarant'anni!... senza un'anima con cui ricambiare un'idea!... le scene della natura, voi dite; le amo anch'io, le ammiro, le adoro, sono le mie confidenti, la mia societa... ma sono mute, non mi rispondono; e si ha bisogno di chi risponda quando si interroga, quando si pensa, quando si soffre. Alzai la faccia: quella del curato si era fatta piu pallida e pareva che un velo gli fosse sceso sugli occhi. Incontrando il mio sguardo si ricompose, e muto tono alla voce, forse pentito di quelle parole che implicavano quasi una confidenza a un uomo conosciuto da pochi minuti. --Pochissimi viaggiatori, pochissimi; e viaggiatori della vostra condizione ancor meno. Di solito e qualche mulattiere ritardato dalle intemperie che viene a chiedermi un posto per se e per le sue mule; e' mi da le notizie delle borgate ove ha corse le fiere e udito parlar di politica all'albergo o ai caffe. Oppure son compagnie di tagliapietre che vanno a esercitare il loro acerbo mestiere sulle cime; povera gente onesta che di solito ha girato molto il mondo, e avuto avventure. Ecco i miei ospiti. Capirete come io sia riconoscente a voi... --Signor curato, lo interuppi, io si che debbo essere riconoscente a Baccio ed alla mia buona stella di avermi condotto in questa casa. Ah! la gioventu e la poesia non sono per me tutto riso e splendore; perche sono giovine ed artista, sono pieno di dubbi e di sconforti, e perche sono, o meglio sento che saro un giorno poeta, l'anima mia assorbe gia, insieme colle bellezze, tutti i lamenti e tutti i terrori della natura. Salendo al villaggio, signor curato, mi sentivo triste come un moribondo; pensavo a mia madre, stranamente. Avevo anch'io bisogno di trovar chi mi rispondesse, chi mi capisse!... bevo questo bicchiere alla salute di Baccio, di quel bravo uomo che mi ha condotto davanti a un'anima buona e bella come la vostra! Prendendo il bicchiere speravo vincere o almeno sviare l'emozione che sentivo salirmi dal cuore alla faccia. Fu invano: io stavo sotto un fascino: l'amicizia che doveva legare dappoi il giovine pittore al vecchio curato aveva gia stese le ali sulle nostre teste. Alle mie parole egli si era alzato, e, con un gesto che avea del fratello insieme e del padre, mi prese le mani, mormorando: --Dio vi benedica! In questo, Mansueta entro con una candela accesa e mi disse: --Quando desidera, il letto e pronto. Persuaso che fosse l'ora in cui conveniva ritirarsi, strinsi la mano un'altra volta al mio nuovo amico, e, a malincuore, giacche non sentivo piu nessuna stanchezza, seguii la fantesca. Ella mi fece salire una piccola scala dai gradini larghi e lisci, e mi trovai davanti a un letticciuolo pulito, fiancheggiato da un ampio seggiolone che aveva l'aria di aver passato i begli anni della sua gioventu fra la musica e l'incenso del coro. Del resto la camera destinatami non offriva molta materia di analisi. Una sedia coperta di paglia stava al posto del tavolo da notte, coll'inevitabile bicchier d'acqua e il mazzo dei zolfanelli; in faccia al letto, sotto la finestra, un tavolino quadrato con una gamba piu corta delle altre, pareva un ballerino nell'atto di spiccare la _pirouette_; una fila di quadretti coprivano in simmetria le pareti bianchissime: sotto i vetri punzecchiati dalle lentiggini delle mosche, riconobbi il Crisostomo, San Filippo abate, San Luigi Gonzaga,--litografie colorate con toni azzurri e rossi crudi e duri come gli scheletri che si trovano nelle sabbie dei tropici--brava gente che certo faceva le meraviglie di veder quel letto vestito a nuovo e me beatamente distesovi sopra. Non era quella la camera che il curato offriva agli scalpellini ed ai mulattieri; non tardai a persuadermi che per me si era scelto il locale delle grandi occasioni, in cui chi sa da quanto tempo nessuno aveva dormito. Ne puo essere prova l'anedotto innocentissimo che mi piace contarvi, benche affatto estraneo al soggetto. Prendo anzi quest'occasione per ripetere ch'io qui non scrivo un romanzo col suo principio, col suo mezzo, col suo fine, colle sue cause, il suo sviluppo e le sue conseguenze, e tutte le belle cose che si leggono nei trattati di estetica; ma bensi raccolgo impressioni di scene e di fatti, sensazioni di luoghi e di persone in cui mi sono scontrato e che, per un mero effetto del caso convergeranno, se mi si presta attenzione, a far cornice utile se non anche necessaria al soggetto doloroso che e la ragione di essere di questo studio. Mi ero dunque coricato e riandavo col pensiero, gia ondeggiante nell'atmosfera magnetica che precede il sonno, i casi della giornata. Macchinalmente i miei occhi erano fissi alla finestra chiusa, dalle fessure della quale penetrava un pallido bagliore di luna. D'improvviso mi parve che qualche cosa si movesse sul tavolino sottoposto, qualche cosa di nero, un volume o una scatola. Concentrai l'attenzione, trattenendo il respiro, e... un sudore freddo mi coperse dal capo ai piedi; era un berretto da prete che dondolava, che s'inchinava, che saltellava diabolicamente. Mi rizzai senza volerlo; il berretto, come se mi avesse veduto o sentito, si arresto; riposi la testa sul guanciale, il berretto si die a ballare di nuovo. Bisogna ch'io confessi che ho la disgrazia di credere a una quantita sterminata di cose a cui la maggioranza degli uomini non crede; e voi sapete l'influenza della solitudine sugli spiriti inclini al soprannaturale. A quell'epoca non avevo ancor letto Edgardo Poe, ma avevo gia tutti sognati i sogni di quell'anima infelice; e quell'amore pieno di voluttuoso sgomento che mi lega adesso al poeta dell'_Inesplicabile_, mi avvinceva gia, inconscio, al mondo tenebroso delle sue scoperte. Quel berretto magico che mi aveva atterrito, cominciavo a osservarlo, col capo quasi sepolto nelle coltri, collo sguardo immobile, col respiro represso, eppure con una sorta di godimento che somigliava a quello che prova il naturalista quando, frugando nelle roccie, gli vien dato di scoprire una specie rara d'erba o di minerale. Ballonzolando capricciosamente, a furia di piccoli sbalzi, il berretto era giunto sull'orlo del tavolo, e il fiocco, traboccatone, penzolava, coll'ondeggiamento monotono e regolare di una campana. Allora mi parve di udire ancora i rintocchi della dell'agonia della Gina, e di veder la giovane morta distesa attraverso la camera. L'eccessiva stanchezza, gli avvenimenti impreveduti danno--coll'aiuto di una materassa di piume,--di cosi fatte allucinazioni. Il pallore di quella faccia, rovesciata sulle spalle, illuminava le pareti; gli occhi, coperti di un velo diafano, come se i ragni vi avessero filato di sopra, spalancati e pieni di stupore, scintillavano fiocamente; del corpo, sepolto nella penombra, non scorgevo che indistintamente i contorni. A poco a poco svanirono del tutto, quasi assorbiti dalla oscurita: ma, in compenso, il lume del viso cresceva. Io l'affisava senza batter ciglio, per tema che, abbandonandola solo un minuto secondo, la visione dovesse sparire. La contemplazione indefessa la incatenava; ma fra essa e i miei occhi passavano dei globi e delle striscie di fuoco. Cominciavo a sentirli di soverchio stanchi, e gia anche la faccia del cadavere si scioglieva: non ne restavano che due scintille sotto le palpebre; ma quelle due scintille (mi toccai per accertarmi che non sognavo) quelle due scintille non erano una illusione, quelle due scintille esistevano, quelle due scintille erano occhi veri, due occhi oscuri che mi guardavano, che mi guardavano fissi fuor da quel berretto infernale!... Balzai nel mezzo della stanza e nello stesso tempo... diedi in uno scroscio di risa. Il berretto rotolo per terra, e il piu leggiadro topolino del mondo mi passo tra le gambe. --Ecco uno, pensai, ricacciandomi fra le coltri, uno che ha avuto piu paura di me. E spento il lume, e mormorato come il bramino: Tutto non e che ombra vana! mi addormentai per non risvegliarmi che a mattino inoltrato. VI. Una delle piu care soddisfazioni che si possano provare viaggiando, e quella del ritrovarsi, dopo un buon sonno, in un paese dove si e giunti di notte e di cui, per conseguenza, non avete che una idea complessiva raccolta nel buio, e, il piu delle volte, affatto opposta alla realta. Giacche tenebra vuol dire esagerazione, cosi nel bene come nel male, nel brutto come nel bello. Svanita la fatica del corpo e l'animo riposato delle memorie del cammino percorso, le novita che vi circondano par che acquistino attrattive maggiori. Uscendo dalla nuova camera o solo mettendo il capo alla finestra, l'aspettazione e la curiosita sono soddisfatte, comunque sia la scena che vi si affaccia, nel modo stesso che se foste davanti ad un quadro nel momento in cui l'artista ne toglie il lenzuolo che lo nascondeva. La porta e la finestra danno sull'ignoto; un passo, e voi sapete, d'improvviso, a che vi hanno condotto le tante leghe percorse; un'occhiata, e vi decidete a restare o rifare il bagaglio:--parlo a coloro che viaggiano--come si dovrebbe sempre viaggiare--senza meta prestabilita. Ora la mia finestra dava sul giardino del presbiterio; un giardino ampio e solcato, sparso da viali di varia larghezza che si intersecavano ad angoli retti, dando altrettanti confini alle aiuole. In quegli angoli sorgevano, sovrapposti a rozze basi di mattoni dei vasi di limoni di straordinario rigoglio, le cui foglie si distinguevano, pel luccichio, in mezzo a tutte le altre. Le viti sorrette da lunghi pali, erravano in tutte le direzioni, qui formando delle vie coperte sotto cui intravedevo panche e tavole di pietra scura, la abbarbicandosi ai muri che da due lati facevano ala al giardino. La vegetazione era splendida: maggio aveva fatto il suo dovere. Le macchie dei fiori, gialli, rossi, turchini, bianchi, viola, amaranto, si mescevano in pazza allegria colle infinite gradazioni del verde dei legumi; peri e pruni contorcevano i loro tronchi nodosi, avvolti completamente, come da un abito di festa, nei fiorellini color rosa e color pavonazzo del rhododendron e della glicina. Non saprei se fossero cresciuti per colmar panieri o per comporre ghirlande. Ma quel che dava l'intonazione a quel quadro di tutte le tinte eran le rose. Avresti detto che quella notte ne fosse venuta una nevicata: ce n'erano dappertutto, in alto, in basso, sulle pareti, in mezzo alle viti, sui tetti, per terra. Il dolce fiore di Venere non crebbe mai con tanta dovizia intorno ai templi di Lesbo. L'emblema della virginita, le rose bianche, nascondevano intieramente il fianco del presbiterio, non lasciando scoperto che quel tanto che era necessario per dar spazio alle imposte delle finestre: la mia ne era tutta incorniciata. La rosa delle quattro stagioni dominava dispoticamente, nelle siepi, la turba passeggiera dei tulipani, dei garofani e delle anemomi; le rosette dalle cento foglie, simbolo delle grazie, gremivano il chiosco posto a capo del viale piu grande, e si cacciavano a destra e a sinistra sul muricciuolo di cinta, occhieggiando. Era evidente che il curato amava i suoi fiori platonicamente; tranne forse per le funzioni solenni della chiesa, li lasciava crescere e morire sullo stelo. Infatti un tappeto di foglie tremolanti copriva i viali: tutti quei fiori pagavano il tributo della umana fragilita non all'uomo, ma alla natura e le loro salme, scomposte e sparpagliate dall'aria, volavano intorno in vortici odorosi, a somiglianza di farfalle: non avevo quasi aperta la finestra, che il pavimento della camera ed il letto ne erano coperti. Di la dal muro di cinta si protendeva la campagna, in pendio; pochi metri coltivati a frumento, esile e sparuto come un povero esiliato dal suo clima; e, interotte qua e la dalle macchie dei castagni e degli onici, praterie piene di sentieruoli. Piu in su, la montagna da cui io era sceso il di innanzi, arida e brillante delle sue frane silicee. Alla mia destra sporgeva, oltre il fianco della casa parocchiale, a poca distanza, un edificio rustico, di proporzioni, per quanto modeste, pure assai piu grandiose di tutte quelle intravedute attraversando il villaggio. Certo doveva essere l'abitazione di Baccio. Due fanciulli vi stavano giocando sul balcone di legno, e una donna, col capo circondato alla moda montanina di un fazzoletto rosso, distendeva tutto all'ingiro i pannolini del bucato. Fui interrotto nelle mie rapide osservazioni dalla buona Mansueta che, viste schiuse le imposte, si era affrettata a prepararmi il caffe e me lo porgeva, fumante e profumato, chiedendomi come avessi passata la notte. Chiesi subito del curato: stava cantando messa. Quel _cantando_ mi fe' rissovvenire che eravamo in domenica; eppero mi credetti in dovere di affrettare la mia modesta toeletta per dar saggio del mio rispetto ai doveri dell'ospitalita, col far parte dei fedeli raccolti in quel momento intorno a Don Luigi. Discesi e, poiche la vecchia mi aveva preceduto di qualche tempo, giunto in faccia alla scaletta, mi trovai imbarazzato davanti a due porte, non ricordandomi quale di esse mettesse al gabinetto da cui ero uscito la sera. Ne apersi una a caso e mi accorsi di aver sbagliato; pure andai avanti. Ne valeva la pena. Era il deposito delle suppellettili piu importanti e degli arredi sacri di maggior valore, il _capharnaum_ della chiesa. Il baldacchino rosso a ricami e frangie d'oro, sorretto dalle sue quattro aste collocate in altrettanti vasi di pietra, occupava, con una posa obliqua che rammentava un ubriaco, il mezzo dello stanzone. Intorno, candelabri di metallo pulito, lanterne da processione infisse sopra bastoni di color rosso gia sbiadito verso le estremita dal sudore delle mani dei _confratelli_; crocifissi pure di metallo--allampanati, portanti al congiungimento delle due aste una specie di rosa fatta di raggi in ottone invece del Cristo. Tuttocio, disposto in ordine di battaglia sul pavimento, pareva allacciato, come da serpi di argento, dalle catenelle sottili dei turiboli. Un armadio gigantesco sorgeva contro il muro: le imposte ne erano spalancate. Vi pendeva tutta una famiglia di abiti sacerdotali, camicie, cotte, stole: guardando da lontano somigliavano una fila di preti appiccati. Un grosso messale antico mi tento; l'apersi, e lessi in lettere rosse intercalate a lettere nere: _Breviarium Romanum ex decreto Sacrosanti Concilii Tridentini restitutum, S. PII V. Pontificis Maximi jussu Editum, Clementis VIII et Urbani VIII. Auctoritate recognitum in quo Officia novissima sanatorum accurate sunt disposita. Venetiis, MDCCXXVII. Apud Nicolaum Pezzana_. Una di quelle vecchie edizioni logore e belle che fanno pensare. Quasi a ogni pagina erano mazzetti di rose disseccate che avevano colorato leggermente all'ingiro i caratteri, e mescolato il loro profumo di un giorno a quello eterno del libro. Dietro una stia piena di galline chioccianti e su cui stavano sparpagliati una infinita di sacchetti e di cartocci di semi, portanti il nome della specie scritto su cartoline appese al collo, a mo' di decorazioni, s'innalzava appoggiata al muro una immensa tela oblunga;--ai suoi lati drappeggiavano quattro bandiere tricolori circondanti colle loro pieghe le lettere cubitali, di color giallo, imitante l'oro, che dicevano: _Viva lo Statuto_. Quel _viva_ pero pareva fosse stato esposto alla pioggia tutto solo, tanto era sbiadito in confronto del resto del dipinto; come se il curato a imitazione degli auguri romani, lo avesse qualche volta esposto sulla porta della chiesa, senza altre parole al suo seguito, per celebrare la festa del Dio ignoto. Mi avvicinai, e scorsi sul secondo _v_ le impronte evidenti di una raschiatura; per poco che un'unghia fosse passata di nuovo lassu, si sarebbe letto un _via_ invece di leggere un _viva._ Cio mi fece pensare alla parete d'un seminario, su quelle stesse montagne, dove avevo ammirato quest'altra iscrizione epigramma balordo di sanfedisti:_ Stat ut 0_ (sta come zero). I lettori vedranno in seguito come io fossi in errore, cedendo in quel momento, davanti a quel _v_ nebuloso, a un dubbio poco lusinghiero verso il vecchio curato, e piu ancora verso il giovanile entusiasmo che mi aveva cosi repentinamente animato verso di lui. Pero l'ingiusto pensiero non duro che un minuto. Riapersi il Breviario; mi parve di vedervi specchiato il bel viso dell'uomo che vi leggeva il paradiso attraverso le rose, e giurai a me stesso che era impossibile ch'egli fosse un nemico della patria. VII. Nulla di piu pittoresco di quel sagrato. A un'altezza considerevole dalla campagna circostante, leggermente inclinato verso il villaggio, quasi per invitarne gli abitanti a salire, era coperto per meta da un'erba fitta ed uguale; l'altra meta era formata da una lunga scalinata a gradini bassi e lunghi di marmo bianco, levigatissimo. Un muricciuolo girava tutto all'intorno; in esso erano praticati de' sedili, e vi pioveva ombrie profonde una fila di castagni piantati all'infuori, a distanza ineguali. Salii verso la chiesa, da cui uscivano, miste al brontolio della folla accalcata che giungeva fin quasi alla meta della scalinata, le cantilene sacerdotali. Al mio giungere, tutti quei visi abbronzati, tutte quelle nuche piatte e arruffate, fecero una evoluzione per la quale mi vidi addosso cent'occhi che mi guardavano meravigliati come all'aspetto di una bestia feroce. Mi inoltrai con molta disinvoltura, urtando a destra e a manca, finche, giunto sotto il pronao, m'avvidi che il proseguire era impresa impossibile. Mi alzai sulla punta dei piedi per vedere l'altare; memore ancora delle messe udite in compagnia di mia madre, m'accorsi di essere giunto in tempo, la messa era ancora _buona; il libro non era ancora voltato_. Il curato che ravvisai alla sua corona di capelli bianchi, era circondato da due preti, meno vecchi assai di lui, a giudicarne dalle cuticagne, una fulva, l'altra nera ma che avevano un punto di strana rassomiglianza nelle chieriche, di ampiezza fenomenale; le avresti dette due ostie appiccicate alle chiome. La turba era ginocchioni; gli uomini a destra, le donne a sinistra; il solo Baccio era in piedi, aggirandosi a capo chino per veder dove mettere il passo, in su ed in giu, scavalcando i fanciulli appiccicati alle gonne e alle giubbe, scotendo sommessamente la borsa dell'elemosina in cima ad una lunghissima canna che si piegava mollemente ad ogni scrollo. Egli faceva il suo mestiere di scaccino con uno zelo ammirabile; la borsa compiva dei giri miracolosi; una grossa mano non aveva finito di alzarsi da una parte e deporvi l'obolo, che ne vedevi un'altra affrettarsi a far lo stesso dal lato opposto della chiesa. A volte, invece di scendere fra le teste, la borsa vi cadeva su: allora, chi si sentiva chiamato alla carita con cosi eloquente linguaggio, la faceva con gesto men devoto, e la moneta, cadendo, dava un suono piu forte. Avvicinatosi alla porta, il campanaro s'accorse della mia presenza, e, allargandosi a furia di gomiti la via, in un istante mi fu vicino. --Venga con me, mi disse, le ho preparato un posto in cantoria, proprio accanto all'organista. E, tirata fuori una chiave e aperta una porticina quasi invisibile, mi precedette al buio su di una scala di legno che scricchiolava. Nelle chiese di campagna il privilegio di assistere alle cerimonie dalla cantoria stabilisce in chi lo gode una superiorita fra le piu invidiate. E una specie di titolo gentilizio; e il diritto d'_immagini_ dei romani. Non sogni d'ambirlo chi lavora la terra, o chi pascola il gregge, nelle arti lo ottengono, a volte, il fabbro ed il falegname perche membri quasi indispensabili della fabbriceria cui somministrano _gratis_ pali e chiodi per l'apparato delle processioni; nel commercio, l'alto soltanto: lo speziale ed il droghiere, che formano una sola persona le nove volte su dieci. Questa gente alla festa, fende con disinvolta alterezza la folla e sale lassu come a una regia, i villani danno il passo, e poi guardano i fortunati dal basso sgangherando la bocca al canto con compunta umilta. Al mio arrivo l'organista intonava allegramente il _gloria in excelsis_ menando le gambe e le braccia, e tenendo fissa la faccia allo specchietto inclinato in cui si rifletteva l'altare. Era un vecchierello sottile, con un collo enorme. Non immaginatevi che io sia per descrivervi cio che supposi esistesse disotto a quella cravatta nera: il mio realismo non giunge sin la. Solo vi diro che quella cravatta, sciolta da quel collo, non avrebbe misurato meno della lunghezza della cantoria. Dalla formidabile fasciatura che somigliava un imbuto incatramato sbucavano quasi paurosi un mento aguzzo ed un naso aquilino, tenuti insieme da una pelle color di dattero maturo. La piccola testa sparuta dondolava seguendo il ritmo musicale, coll'aria ingenuamente burlona dei chinesi di porcellana. Accanto all'organista sedevano due sole notabilita: una figura lunga lunga, di faccia scura con un grosso libro di divozione a caratteri cubitali appoggiato sulle ginocchia. La faccia dell'altro non aveva nulla che si prestasse all'analisi. Una certa pretesa borghese appariva nell'abito festivo del farmacista (giacche non ho nessuna ragione per indugiare a dirvi che il piccolo uomo rossiccio era il farmacista); mentre l'altro vestiva un giubbone di stoffa grossolana pulita, e vero, ma uguale nel resto a quelle degli umili montanari. Poiche m'ebbero per bene investigato, susurrandosi non so che cosa all'orecchio, si posero a parlare a voce men bassa. Mi pare che riprendessero una conversazione troncata al mio arrivo. --Vi dico che a me non la fanno, e che non occorre aver studiato il latino per provar che due e due fanno quattro. --Scusi, signor sindaco, rispondeva il farmacista, non ho mica detto il contrario; benche, quanto al latino, mi possa permettere di osservare che e una gran bella cosa l'averlo studiato. Ma.... --Non ci son ma, signor Bazzetta carissimo; quel che e del comune e del comune, e quel che e della chiesa e della chiesa, --Mi permetta un esempio. Si ricorda del paretaio di Bernardino, alle quattro croci? Ebbene, per qual ragione ne e il proprietario? Perche da oltre quarant'anni il proprietario vero, essendo lontano, lo aveva lasciato senza volerlo e senza saperlo nel godimento di quella terra; quando volle rivendicarla, si trovo che ne aveva perduto il diritto. --Uh, disse il sindaco, se Bernardino avesse avuto a fare con me,--vorrei vederli adesso chi li mangerebbe i tordi del suo paretaio. --Eppure, signor sindaco, e la legge che parla, e contro la legge... --Una delle due: o Don Luigi cede alle buone o sacram... Il campanello dell'elevazione gli tappo la parola in bocca. I due interlocutori s'inginocchiarono e si diedero a battersi il petto. Il sindaco con colpi sonori, il farmacista accennandoli appena. La musica che a questo punto della messa e fissato debba essere malinconica era diventata, sotto le dita dell'organista che vi ho descritto un trillo di due note che continuarono senza mutare, finche il curato ebbe spalancate le braccia. Allora, dato un rapido mutamento agli indici, il patetico suonatore s'incurvo sulla tastiera, alzo i ginocchi, alzo le braccia e trombe e tromboni rimbombarono come uno scoppio di tuono. Il sindaco che gia si era rimesso a sedere, die un balzo, e: --Maledettissimo, disse, quando volete fare di queste cannonate, almeno avvisatemi prima. L'organista volse il capo, e, certo che alcuno gli aveva parlato, e non avendo inteso a che soggetto rispose con un sorriso pieno di ringraziamenti. La conversazione riprese con questa domanda del sindaco: --Oggi, m'imagino, sarete invitato a pranzo. --Per l'appunto, signor sindaco, e d'abitudine tutte le solennita. --Senza contar gli altri giorni, soggiunse il primo con accento iroso. E seguito: --Ebbene ci saro anch'io, non a pranzo, perche sto bene a casa mia, e poi..... perche io non sono invitato; bisogna sapere il latino per essere invitati. Ma fa lo stesso, ci saro anch'io, vi dico, e mi sentirete a parlare. --Via, via, ve la prendete in un modo! che vi importa mai di quei quattro palmi di prato? --Faccio l'interesse del Comune, io. Sono o non sono il sindaco? E mio dovere. Non ho mica paura dei preti! Eh, eh, mio padre, come mi vedete, ai tempi di Napoleone, in Ispagna ne ha strozzato mezza dozzina. --Per amor del cielo, signor sindaco...... la prudenza e la prima qualita che..... --Mi sentirete a parlare. Sono contento che siate testimonio anche voi. Domani siete in liberta? Venite a pranzo da me; alla buona, ma.... almeno senza, latino. --Non manchero, signor sindaco. --Sono figlio di un militare, e sacr.... fortezza ci vuole.... --Per l'appunto. _Fortiter et_..... Tronco la citazione come l'altro aveva troncato a meta la bestemmia, ripiego dicendo: Fortezza, fortezza: e la prima qualita ch'io stimo negli uomini. La messa era arrivata al _Domine non sum dignus_. L'organista infrenava i suoi tromboni e lasciava smorire la sua vena musicale in un belato di voce umana. Le ultime parole dello speziale risuonarono nei silenzioso raccoglimento della Comunione e fecero rivoltare tutto l'uditorio. --Silenzio, diss'egli stizzito al sindaco, mi fate parere ridicolo. --To' e lui!..... borbotto l'altro,--poi ripigliando senz'altro il filo del suo ragionamento che malgrado l'interruzione aveva continuato a dipanarsi nel suo capo bernoccoluto: --Eppoi sentite; la prescrizione non corre perche il titolo e precario e to', mi hanno detto, sono sicuro che, per essere latino, dovra persuadervi: _non currit praescriptio contra_..... --_Non currit praescriptio contra non valentem agere_, suggeri dolcemente l'organista che, ai suoi bei tempi, aveva fatto lo scrivano di notaio. Il Sindaco si volse brusco brusco e con uno sguardo bieco stereotipo sul viso tondo dell'omacciolo il suo ebete sorriso. --A momenti, brontolo, gli faccio perder io il latino col vizio di orecchiare. L'altro che s'era drizzato in fretta sul suo scannetto lascio per darsi contegno ruzzolare la mano sui tasti acuti facendone sprigionare una gamma ascendente di squittii di quaglie innamorate. --Ve l'ho detto io d'usar prudenza? ammoni il signor Bazzetta. Suonava dall'altare l'ultimo _Dominus vobiscum_, E dalla porta socchiusa dai piu impazienti penetrava nella chiesa con un raggio di sole, un respiro di ilarita, di vivace, di festoso risveglio. --_Ite missa est_. Le bianche pezzuole si rizzavano e qualche testolina si volgeva e qualche occhietto saettava sguardi curiosi in mezzo alla folla degli uomini assiepati sul limitare. Poi tutti uscivano con grande scalpiccio. E uscii anch'io e mi posi all'ombra delle querele per fare la mia presentazione, per dirla in istile di pergamena "agli uomini,--ed anche alle donne,--dell'_oppido_ di Sulzena". Pare che la cosa seguisse con scambievole soddisfazione. Io fui contento di alcune donnine che vidi,--esse di essere vedute: e gli uomini nella loro ingenuita montanina guardavano amorosamente con aria di benevola simpatia il corno portentoso che tenevo in mano e che ostentavo con una certa vanita. VIII. Pochi momenti dopo, la voce del sindaco e del farmacista risuonava dietro il muro del giardino parrocchiale, in cui dopo la messa, mi ero venuto a sedere per liberarmi alquanto i polmoni dall'afa dell'incenso. Il sindaco diceva: --Vado a casa a prendere un libro dove si prova, come due e due fanno quattro, che la terra della carbonaia era del Comune e deve ritornare al Comune. Ci do un'occhiata ancora, mentre voi pranzate e in quattro salti sono qui. Siamo intesi? --Intesi? Di che? Oh! io non c'entro, io! Ne ho abbastanza delle noie della farmacia, perche cacci le mani negli impiastri degli altri. Me le lavo io, le mani, quando esco dalla bottega..... --Ma non mi prometteste di venir a pranzo domani? --Questo e un altro paio di maniche, e ci verro senza dubbio, a pranzo. Anzi, dite pure a Brigida che, o manzo o vitello o pollo che sia, aspetti me per mettere al fuoco. Vi faro, caro sindaco, un piatticello.... --Allora ordinero di uccidere un pollo. --Un'anitra varrebbe meglio. --Vada per l'anitra. --Giovincellina.... se e possibile...... --Faremo una scorpacciata, e poi vi diro che razza di curato...... --Tacete!.... A quattrocchi si puo emettere un parere; ma qui, in mezzo alla strada, sulla sua porta.. --Che porta! Non ho paura io delle cocolle. --Io sono amico di Don Luigi..... --E di me non lo siete forse?.... --Amico di tutto il mondo; ma..... capite, oggi pranzo qui, domani pranzo da voi e il quassio e il tamarindo per farvi digerire lo do a tutti due. --A rivederci; e ne sentirete delle belle. --Mi raccomando.... giovincellina!..... Uno scricchiolio non lontano mi fe' volgere il capo; era il signor Bazzetta che entrava dal cancello. Vedendomi, parve turbarsi un po', e, toccato il largo cappello di feltro, fece per tornare sui proprii passi. Ma era troppo tardi; io gli rivolsi la parola: --Signor farmacista, gli dissi, permettete che, in assenza del signor curato, io vi faccia gli onori di casa. Gli amici degli amici sono amici,--voi conoscete il proverbio,--e poiche (appoggiai su queste parole) voi siete amico di Don Luigi come lo sono io.... Il farmacista mi guardava con occhio scrutatore. La sua faccia che in cantoria non mi aveva fatto nessuna impressione, ora mi appariva improntata di una intelligenza, di un acume che traspariva da tutti i pori. Due occhietti grigi, un naso aquilino, due baffetti ed un pizzo di un colore impossibile fra il biondo e il grigio evidentemente resi cosi merce qualche apparato chimico, i capelli appiccicati alle tempia, volti in avanti, divisi da una dirizzatura inappuntabile. Una certa ricercatezza nel vestire: stoffa alla buona ma di una tinta, come dire? _coquette_,--la camicia bianchissima, stirata alla perfezione; il colletto all'_inglese_, e i polsini a buffetti uscenti vezzosamente di un paio d'oncie fuor delle maniche. Quand'ebbi finito, si avvicino, mi stese la mano, ch'io strinsi e mi disse: --Un amico di citta? Ma, scusi sa, come puo essere, se don Luigi, da vent'anni non si e mosso dal paese? --Il tempo non e sempre indispensabile alle amicizie; voi, che siete amico di tutti, come mi pare di avervi udito dire teste, lo dovete sapere.... --Ah! il signore ha udito il discorso?..... --Si, signor Bazzetta, qui e in cantoria. Come il lettore vede, il piccolo mistero di cui mi aveva messo a parte la collerica eloquenza del sindaco destava in modo sommo la mia curiosita. L'aspetto da energumeno del nemico del vecchio curato, il parlar sibillino del suo convitato mi facevano intravedere il filo probabile di una congiura che la mia stima per don Luigi mi persuadeva ingiusta e malvagia e che forse il caso e la fortuna mi potevano dar di sventare. Mi fisso nuovamente, parve riflettere, poi prendendo una rosa che pendeva li vicino e fiutandola: --Che lusso di fiori, disse sbadatamente, e, abbandonato il ramo che rimbalzo a raggiungere il cespo, continuo: --Che taccola quel sindaco; uh! quando comincia a far danzare la lingua, non smetterebbe piu; e una pioggia d'ottobre; e la mia morte quell'uomo. Alla messa, in piazza, nella farmacia, dappertutto, la sente la sua voce. E dover far finta di prenderci gusto! Che, altrimenti guai! Ha un carattere..... basta.... le sono seccaggini; pene e tormenti, inerenti alla vita di campagna. --Pare, interruppi, che oggi avesse qualche grave affare pel capo. --Lo so io? rispose Bazzetta animandosi; lo so io? Mi colga malanno se ho capito una parola di tutto il suo discorso. Non ha veduto? Dondolavo il capo, tanto per dargli ad intendere che la ascoltavo, e piu di qualche monosillabo cosi _pro forma_, come si suol dire, non ho risposto ne bianco ne nero. --Gli consigliaste la prudenza, se non ho male inteso. Trattasi dunque di cosa in cui e presumibile ch'egli possa dimenticarla, la prudenza? --E un affare che s'agita da un gran pezzo. Il curato possiede un campicello; un prato, per dir meglio, ombreggiato da una gran quercia. Son pochi metri di terra che non valgono due scudi, tanto piu che il curato li lascia incolti, permettendo che vi raccolgano l'erba e le ghiande gli accattoni delle montagne. Pero, il perche lo ignoro, predilige quel luogo stranamente. Ci va, benche la salita sia molto erta, quasi tutti i giorni, al tramonto, e vi resta a leggere un libro, sempre quello, da venti anni in qua. Or son pochi mesi, essendo obligato da tempo a star a letto per una febbre ostinata, un bel giorno, dopo aver molto e molto sospirato, gli venne la fantasia di farsi vestire e trasportar da Baccio fino lassu, sotto la sua quercia. Il giorno dopo era guarito. Ebbene, il Sindaco, col pretesto che quella poca terra e necessaria per farvi passare una viuzza, secondo lui indispensabile, vuole e pretende che Don Luigi la ceda al Comune, vantando non so quali diritti. Per me, ripeto, amico di tutti e farmacista di tutto il mondo, e cosi messer Iddio lo volesse.--Che ne dice? --E credete che il sindaco riescira? --Eh! se ci si mette.... ha le autorita dalla sua.... ha influenze.... acqua in bocca..... ecco don Luigi; facciamo sembiante di nulla. Il curato infatti ci veniva incontro pel viale di mezzo, tutto sorridente, e spalancando le braccia. Avute le mie congratulazioni per la cameretta, pel giardino e per la chiesa, don Luigi si rivolse al farmacista che accendeva una lunga pipa di schiuma e: --Caro Bazzetta, gli disse amichevolmente, avete data un'occhiata in cucina? Come vedete, oggi il pranzo e proprio di gala; bisogna farsi onore. --Non dubitate, reverendo, rispose l'altro toccandosi il cappello e inchinandosi burlescamente: ho gia impartite le ordinazioncine; ora tocca alla Mansueta ed a Baccio; pero un'altra occhiatinina puo giovare. Ci vado. Quando il farmacista fu partito, don Luigi mi stese nuovamente la mano, e stringendo con effusione la mia, mi invito a sedere sul banco di pietra. --Mi sembrate preoccupato, disse guardandomi in faccia dopo uno scambio di parole che era durato una diecina di minuti. Ditemi, per carita, che cosa vi ha tolto la ciera contenta di ieri sera? avete dormito male? vi e nata qualche contrarieta? parlatemi come a un vecchio amico, mio caro, giacche voi siete gia tale per me... --Preoccupato, risposi, oh! no, davvero! E questa lieta novita di spettacolo che mi distrae: ho dormito a meraviglia, ho visto dei soggetti di pittura magnifici, tutto mi sorride e mi piace, sono vostro in corpo ed anima, e vi avverto, don Luigi, che il giorno di lasciar questa casa non e molto vicino. --E se occorresse barricarla, per allontanarlo di piu, son io quello che la muterei in fortezza, sclamo il curato, a cui il lettore s'accorgera che io non avevo detta tutta intiera la verita. I miei occhi non potevano togliersi da una macchia di castagni sovrastante al giardino, sotto la quale, da cinque minuti, era venuto a sedersi il terribile sindaco, armato di un grosso volume nero nero, e seguito da un figuro che la lontananza non mi permetteva di ben definire. Nella posa di quei due uomini raggomitolati sotto quelle fronde, v'era un non so che di truce, di misterioso, che mi sgomentava. La testa del sindaco, china sul libro, seguiva affannosamente la mano dell'altro che pareva leggesse; e di tanto in tanto si alzava verso il presbiterio, ed erano allora due pugni chiusi che si appuntavano nella stessa direzione. Per quanto mi fosse doloroso il togliere don Luigi alla sua calma allegria, non potei resistere al bisogno, che mi pareva dovere, di additargli quello strano gruppo, pur tacendo delle cose udite in cantoria. --Don Luigi, gli dissi, studiano molto le vostre pecorelle. Guardate lassu quelle due: si direbbero studenti di Universita alla vigilia degli esami. Il povero vecchio alzo gli occhi, guardo, ravviso, e un tremito gli corse sulle labbra, e un pallore, non so se di collera o di paura, gli coperse la faccia. Balbetto, per rispondermi, poche parole ch'io non compresi, e si alzo. --Entriamo in casa; oggi conoscerete tutti i notabili del villaggio. E mi precedette passandosi a piu riprese la mano sulla fronte. Io mi sentiva l'anima oppressa. IX. Giunti alla sala da pranzo, trovammo la tavola imbandita. Il curato mi fe' sedere alla sua destra; uno dei due preti che avevo intraveduto alla messa fu invitato a porsi dall'altra parte, e gli altri presero posto come vollero. Eravamo otto commensali. Il farmacista fu l'ultimo a venirsi a sedere al mio fianco; e ancora, fra un boccone e l'altro, scappava via a dare una occhiatinina (egli aveva il gusto dei diminutivi) ai fornelli. A volte, era egli stesso che compariva dalla cucina con un piatto fumante che poneva davanti al secondo prete, il quale stava a capo della tavola dirimpetto al curato. In tal caso si trattava di qualche intingolo manipolato dalle sue mani e ch'egli assaggiava cogli occhi commossi, prima che colla bocca. --A lei, Don Gaudenzio; mi tagli un po' di cotesto, ma, per carita, non dilanii, tagli. E, cio detto, veniva al suo posto coll'aria di uno che, fatto il proprio dovere, lascia altrui la intiera responsabilita delle conseguenze. Don Gaudenzio pareva creato da Dominiddio apposta per coprire l'ufficio a cui era stato scelto alla tavola del presbiterio. Certo erano costrutti cosi gli schiavi incaricati di squarciare gli agnelli nei banchetti omerici. Egli si tirava d'impiccio con una rapidita prodigiosa. Le sue braccia colossali passavano, coprendolo agli occhi altrui, due o tre volte sul piatto, poi deponeva coltello e forchetta, e la vittima si trovava pronta a far il giro della tavola. Quando il piatto arrivava davanti all'organista, l'avresti detto un convoglio che, fatte brevissime soste alle stazioni secondarie, e finalmente arrivato a uno scalo di grande importanza, e percio vi si ferma un bel pezzo, vogliano o non vogliano i viaggiatori. Era ingordigia raffinata e soverchia da parte del musicista? Oh, no certo; ma bensi deplorabile effetto della sua eccezionale struttura. Ei non poteva guardar da vicino al dissotto di se stesso; il volume del collo ne lo impediva; la sua piccola testa era inchiodata su quell'enorme piedestallo nella direzione degli astri e dello specchietto dell'organo, ed era con grandissimo stento e ancora allontanando il piatto verso il centro del tavolo, che il povero uomo riusciva a vederne il contenuto e a prenderne la propria parte. Una volta la sosta di un pollo arrosto fu cosi lunga, che il prete che sedeva in faccia a me fra il curato e l'organista nell'imbarazzo, perdette la pazienza, e, riscaldato probabilmente dal profumo della imbandigione che tanto tardava a cadere nelle sue mani, esclamo: --Signor Prosdocimo, in nome di Dio! ci vuol tanto tempo per decidersi fra un polpastrello ed una ala? Ci sono tanti che aspettano!... Il Bazzetta venne allora in aiuto dell'infelice organista, cui le parole del sacerdote impaziente avevano dato il tremito. D'un balzo gli fu alle spalle, e, guidatagli la mano, gli infilzava sulla forchetta il boccone migliore. Il pretaccio, che forse lo aveva da gran tempo adocchiato e sperava infilzarlo sulla propria, si morse le labbra e, preso il piatto, lo giro al curato, senza servirsene, dicendo dispettosamente: --Non e mica ch'io abbia parlato per me.... --Oh! osservo don Luigi, chi mai potrebbe pensarlo? E mi die un'occhiata di una furberia che, su quei lineamenti fatti per la serenita e la dolcezza, era proprio impagabile. I discorsi, durante il pranzo, furono molti e svariati; io, come nuovo arrivato e come cittadino, ne dovetti naturalmente far le spese maggiori. Le domande fioccavano, ne a tutto potevo rispondere. Don Gaudenzio era stato in seminario con un tale abatino pieno di talento e a cui i superiori preconizzavano una carriera delle piu luminose. Egli voleva sapere da me che cosa ne fosse avvenuto. --Don Ambrogio Marzocchi? Non lo ho mai sentito nominare. --Pare impossibile! Un giovine di tanto talento. Eppure, scusatemi.... --S'immagini.... --Scommetto che adesso e almeno almeno canonico del duomo. --Sara benissimo. Don Gaudenzio non mi guardo piu che con aria di suprema compassione. E fui subito dall'organista che con una voce da donnicciuola malata mi chiedeva se i cori della cattedrale milanese fossero composti di maschi o di femmine. --Maschi, signor Prosdocimo. --Pare impossibile: li ho sentiti una volta sola, da ragazzo, all'epoca dell'ingresso dell'arcivescovo Romilli, e avrei giurato..... --Ci sono uomini che hanno la voce dell'altro sesso; rari si, ma ci sono.... mormoro il farmacista. E ghignava sotto i baffetti. Due commensali non apersero bocca, L'uno era don Sebastiano, il vice-curato, l'ombra di quel quadro luminoso di giocondita, un certo coso incoloro, insipido, insignificante (ed altre negative in _in_), del quale per dare un'idea giusta bisognerebbe poterlo descrivere senza dirne nulla. L'altro, un giovane abatino, pallido, dagli occhi azzurri, dalla ciera linfatica e sofferente, dai modi timidi e muliebri. Lo splendore vago e malinconico del suo sguardo parea cercasse qualche cosa che non era presente, una memoria lontana, una speranza indefinita. Mangio pochissimo e non bevette che acqua, cio che non fece, per esempio, Don Gaudenzio. Si era appena finito, e i commensali stavano ancora ripiegando i tovaglioli, quando Baccio entro con una faccia sepolcrale, ed annunzio l'arrivo del sindaco. Il curato ebbe un movimento di tutta la persona, e un rapido sguardo in alto, che mi colpirono. Poi, puntellandosi ai bracciuoli della poltrona disse, alzandosi lentamente: --Vengo; fatelo passare nel gabinetto. Un silenzio successe alla partenza del curato; l'imbarazzo generale era evidente. Bazzetta, la testa all'aria, maneggiava con fare sbadato, uno stuzzicadenti; don Anastasio, il prete che aveva fatto allibire il povero Prosdocimo, s'era alzato, e, piano piano, come uno che cerca di sviare da se l'attenzione, era andato a collocarsi presso la porta da cui era uscito don Luigi e origliava. Solo don Gaudenzio, disteso ancora tranquillamente davanti agii avanzi della lauta imbandizione, pareva non essersi accorto nemmeno della sparizione del curato; e dondolandosi il mento, prelibava il sonno della digestione. Io uscii nel giardino sperando che mi sarebbe dato di vedere che cosa succedeva. Ma fui deluso: tutti gli sportelli delle finestre erano chiusi; e non si udiva che il burrichio degli insetti che svolazzavano tra le rose, mentre dalla cucina veniva il suono chioccio dei piatti uscenti dal ranno. L'abatino, che era sempre stato silenzioso durante il pranzo, mi segui fuori dalla stanza, ed entro in un viale ombroso che correa parallelo a quello in cui mi ero posto; e vedevo tra il fogliame la sua faccia diafana e i suoi occhioni profondi che mi fissavano con una curiosita fatta di meraviglia e di rispetto nel tempo stesso. Certo, a quell'umile esistenza incantucciata fra le umili pareti di un presbiterio solitario e ignorato, destinato a crescervi ed a morirvi nell'ombra e nella dimenticanza; a quella debole creatura pensierosa e malaticcia a cui nessuno guardava, a cui nessuno parlava; che era li come un arnese della parrocchia, inconscio di se e degli altri, doveva essere oggetto di meraviglia l'aspetto di un giovane della stessa sua eta, fiorente, robusto, pieno di vita, libero come l'aria, che era giunto da lontano, dalle citta portentose, che parlava nuove e edificanti parole d'arte e di progresso, e che il curato, il venerando signor curato aveva accolto e trattava da pari a pari. E propria delle nature deboli la facilita di ammirare, e, per talune di rimpicciolirsi, il sentirsi di polvere davanti ad altre che siano o sembrino piu elette e piu forti, diventa per loro una compiacenza, quasi una volutta profonda ed indefinibile. Di tal tempra pareva il mingherlino giovinetto che mi seguiva, coprendomi di sguardi penetranti e modesti. Mi nacque simpatia per lui, e, nell'ansieta in cui ero per quanto accadeva in quel momento nel gabinetto, pensai che facendomi amico quel piccolo ammiratore, oltre che obbedire alla incipiente simpatia, sarei forse anche riuscito a trargli di bocca qualche rivelazione intorno il mistero. Giunto a un risvolto del viale, mi indirizzai quindi a lui, che parve tremar sulle gambe, vedendomi giungere. --Siete nativo del villaggio? gli chiesi. Egli arrossi fin nel bianco degli occhi, chino il capo, intreccio le mani, si pose a girare le dita come se numerasse le grane del rosario, e, finalmente, con una vocina velata: --Sissignore, rispose. --E vivete qui, col curato? --Nossignore, in casa del signor Sindaco. --Ah! siete suo parente? --Parente.... no, ma e lui che mi mantiene agli studii. Ripresi a passeggiare; egli mi segui, ma restandomi indietro un pochino. --E la vostra famiglia, ove abita? --Non ho piu che mia zia, la sora Mansueta; rispose tristamente il chierico; sono figlio di una sua sorella, che e morta. --E il babbo? --Non l'ho mai conosciuto; non so chi sia stato. --Conoscete almeno il suo nome? --Nossignore. --Ma voi come vi chiamate? Dissi, fissandogli gli occhi nel viso. --Col nome di mia madre, rispose il poveretto, chinando gli occhi nel pronunciare quelle parole, e, rialzandoli tosto, quasi a cercarmi silenziosamente la spiegazione di un enigma. In questo punto, mentre le foglie stornivano e i passeri battevano dell'ali al disopra della vite la voce terribile del sindaco squarcio l'aria tiepida e tranquilla, come lo scroscio di un torrente che d'improvviso fosse sgorgato dal monte. Il mio interlocutore impallidi ed io sentii di fare altrettanto. --Ah! possedete dei documenti? Me ne infischio dei vostri documenti; i miei valgono meglio. E, corpo di mille Satanassi, se non varranno quelli, ho altre cose nel sacco. Le parole che, a giudicarne dalle interruzioni del sindaco, venivano intercalate dalla sua vittima, non giungevano fino a noi. --Si, altre cose nel sacco, e di belle e di buone, signor prete: e passato quel tempo che mi mettevate paura e ne approfittavate per rovinare il mio avvenire. E passato, ma me ne ricordo; e il coltello pel manico adesso l'ho io..... Quando penso che mi avete fatto ubbidire come un agnellino, e che ne porto ancora le conseguenze..... con quell'ombra di pretucolo che mi avete accollato.... Ma... cio che e segreto per me non lo e per gli altri, e corpo di... Tacero se userete le buone, altrimenti!... Vi fu un silenzio di qualche minuto, dopo questa oscura minaccia. Dopo non udii che un _siamo intesi_, ma cosi irto di ferocia che mi rimescolo le viscere. Il terribile uomo comparve sotto la vite, dirigendosi al sentiero ove stavo io coll'abatino. Al vederlo, quest'ultimo parve voler sprofondare sotto la terra. --Animale! gli grido il sindaco, venendogli incontro; che fai qui a discorrere colle persone che non conosci! Dio ti maledica, cretino da galera; avanti, a casa, o buschi il resto di quelle che ti ho date ieri; avanti, a casa, a lavorare! E, afferratolo pel collare, lo sollevo dal suolo, e lo pianto a due passi di distanza. E l'infelice, col capo nelle mani, lo precedette, ed usci dalla porticina tutta inghirlandata di glicine e di verbene. X. Mi decidevo a seguire la miserevole coppia, pronto a mettermi in mezzo se le percosse dell'aguzzino si fossero ripetute, quando un improvviso trambusto nel presbiterio mi fece tornare sui miei passi. Era come se molte persone andassero e venissero parlando tutti in una volta a voce concitata e sommessa. Giunsi col cuor stretto alla porta della cucina, e vidi il farmacista che, curvo sui fornelli, soffiava nel fuoco, disfacendo nel tempo stesso un cartoccio. --Che cosa succede? gli chiesi. --E venuto male a Don Luigi, rispose tra un soffio e l'altro. --Seriamente? --Peuh! Cosi, cosi..., i suoi soliti disturbi, ma con forza maggiore. E, svolto del tutto il cartoccio, verso una polvere bianca in un colino. Io volai nel salotto. C'erano tutti i commensali meno don Sebastiano, il vice-curato, il quale notai allora con sorpresa, era sfumato via quetamente, come fosse un ombra impassibile alle cose di questo mondo. Tutti facevano capannello in un angolo, daccanto alla finestra per cui io avea spiato un momento prima; ma al mio giungere don Gaudenzio se ne stacco, ed io potei inoltrarmi fino al seggiolone ove avean posto a sedere il povero curato. Egli era estremamente pallido e respirava affannosamente, comprimendosi il cuore colla mano destra, stringendo colla sinistra, tutta convulsa, quella dell'organista che gli teneva un fazzoletto inzuppato sulla fronte, e cacciava fuori dalla cravatta il mento aguzzo ad una distanza alla quale, fino a quel giorno, non era probabilmente mai giunto. Baccio, col viso stravolto parlava a bassa voce con Don Prosdocimo, i cui lineamenti severi si erano rabboniti di molto, la Mansueta guardava in cielo e non pareva accorgersi delle lagrime grosse e rare che le gocciavano sulle guancie. Il curato mi sorrise, e parve, al movimento delle labbra, che volesse parlarmi, ma non pote; allora abbasso gli occhi e non li rialzo che alla voce di Bazzetta il quale con una chicchera fumante in mano, gli diceva: --Ecco la camomilla; sa che le ha sempre fatto bene, vedra che le fara bene ancora. Giu, giu, mentre e calda; si faccia coraggio. --Quel benedett'uomo, diceva Don Anastasio colla sua voce burbera e piena di convinzione. non ha altri momenti da scegliere per venire a disturbare il signor curato?--E lui, cosi buono, da guastarsi la digestione per dargli udienza.... a quel.... Uno sguardo di Don Luigi, che aveva finito di ingoiare la pozione, gli tronco le parole in bocca. --Come si sente? Va meglio?.... un cuscino per appoggiare la testa.... Il curato crollo il capo, ed accenno al cuore. --Questo e troppo piccolo, disse Bazzetta a Baccio che portava un cuscino;--uno di quelli del divano, la in gabinetto. Trovandomi il piu vicino all'uscio, ne andai in cerca io. Con mia grande sorpresa trovai disteso sul divano il panciuto don Gaudenzio, il quale, come se nulla fosse accaduto, appisolava beatamente col capo appoggiato appunto sui cuscini di cui venivo in traccia, Lo scossi a piu riprese, ma inutilmente. Socchiudeva gli occhi ad ogni mio urto, sussurrava poche parole inintelligibili, e tornava a russare. Perduta pazienza, afferrai uno dei cuscini, e, tenendo fermo contro il muro quella montagna di carne rorida di sudore, lo tirai a me violentemente. Il capo del prete ricadde sul cuscino sottoposto e continuo via, sorridendo bestialmente, nel sonno, senza accorgersi di essere disceso di un piano. Cadeva il sole, quando una febbre violenta assalse Don Luigi, dopo un sopore affannoso che era durato tutta la giornata, interrotto da lunghi tremiti e da sospiri repressi. Il Bazzetta, tranne alcune corse al suo negozio, era sempre stato con me al suo fianco, e fummo noi due che, aiutati da Baccio, trasportammo e ponemmo a letto l'infermo. I due sacerdoti erano partiti per dar passo agli uffizi divini del pomeriggio; e l'organista ci aveva lasciato due ore dopo lo sviluppo del male, facendomi di grandi inchini e raccomandandomi caldamente di restare finche Don Luigi non fosse perfettamente ristabilito. --Domani, disse mettendosi il cappello, cerchero di venire, ma ho tanta strada da fare e fa tanto caldo.... Basta, parto meno crucciato perche v'e qui lei. Loro signori di citta sono gente di esperienza; e proprio il Signore che l'ha mandato. E si avvio con quel passo misurato, ne frettoloso, ne lento, delle persone abituate a far sempre la medesima strada. Baccio intanto si preparava ad andar per il medico il quale teneva la sua dimora legale a una grossa borgata a tre leghe dal nostro villaggio. Ma non fu senza arricciare il naso che Bazzetta rispose alla proposta del campanaro il quale pel primo penso alla necessita dell'Esculapio: --Il medico! Perche gli cavi anche quel po' di sangue che ha in corpo! Il medico!.. febbre? Un salasso!... polso abbattuto? Mignatte!... Oppressione di capo? Mignatte!.... Delirio, agitazione nervosa? Un salasso! Salassi e mignatte, ecco il sistema del dottor Caniveri.... un uomo che stimo, del resto. Se si lasciasse fare a me.... lo do sano in due giorni, solo lasciandolo in calma. S'interruppe, penso, poi avvicinatosi a Baccio gli disse all'orecchio una parola. E soggiunse: --Che te ne pare? --Magnifica idea! --Quello e l'uomo che ci vuole: vado da lui; e al diavolo il signor Caniveri. Verso le sei di sera, Baccio parti, tutto orgoglioso del bastone col corno di camoscio, ch'io gli avevo prestato di gran cuore, sapendo di fargli un segnalato piacere. Bazzetta crollava il capo vedendolo allontanarsi e fu con voce dispettosa che mi disse: Io restero fino a mezzanotte, e ritornero sul far del giorno. Intanto voi cercate di divagarvi, che davvero, per essere la prima vi e toccata una giornataccia. Poi, avvicinatosi, mi prese per un braccio e ammiccando gli occhi soggiunse: --C'e in casa un vinettinino impagabile. Non fate complimenti; ne troverete nell'armadio, in cucina. E sali alla camera del curato. Io feci un giro pel villaggio. Gruppi di montanari e di villanelle, seduti davanti alle porte delle capanne, s'indugiavano a respirar l'aria balsamica della sera. Da qualche finestra debolmente illuminata uscivano le nenie del rosario, interrotte dal chiocciare delle galline che sbucavano d'ogni parte dalle siepi degli orti, per ricoverarsi al pollaio. Passando davanti alla fontana, pensai: Chi sa se questa notte non succedera l'inondazione. E mi pareva di veder Baccio colla sua famosa calza in mano. Un vero attruppamento di ragazzi stava immobile, cogli occhi spalancati, come davanti a qualche cosa di straordinario, in faccia alla porta di una casupola le cui finestre, a differenza di tutte le altre, erano spalancate. Chiesi a un d'essi che cosa attirasse la loro attenzione, ma il ragazzotto, per tutta risposta se la diede a gambe, seguito dall'intiera falange. Mi inoltrai dissotto all'androne; non so perche, quella casa aveva qualcosa di strano da cui mi sentivo attirato. Nel cortile non c'era nessuno; sulla loggia che lo incoronava erano distese materasse e lenzuola in gran numero; un cagnolino guaiva presso una porta semichiusa. --Abbruciate altro aceto, mamma Lena! ouf! si direbbe che e morta da una settimana! E una vecchia, curva come un tronco abbattuto, attraverso il cortile con una lanterna in mano e miagolo: --Vengo, Lisa! e voi andate la da quel poveretto che a furia di piangere finira per perdere gli occhi. Era la casa della povera Gina. Due ragazzetti, i suoi orfani, vennero a sedersi accanto al cane, con una enorme scodella di latte e pan giallo, ridendo e giocando, fra l'una e l'altra boccata. Ma il cane di tanto in tanto ripeteva i guaiti. Partii da quel luogo, quasi col rimorso di averlo profanato colla mia indiscreta curiosita, e me ne ritornai al presbiterio, ripensando al sogno della notte e alla quantita e alla universalita degli umani dolori. Le campane dell'Ave Maria squillavano malinconicamente; in assenza di Baccio si era andato a cercare il suo sostituto, un vecchio piccino, pellagroso, e che zoppicava. Nell'alternarsi incerto degli squilli si sentiva qualche cosa del suo incesso. Entrai nella cucina, non illuminata che dalla fioca luce del crepuscolo: il fuoco era semispento. Un grosso moscone volava su e giu, ronzando affannosamente e dando ad ogni tratto del capo nelle casseruole appese ai muri. Non vedevo nessuno. --Il curato dorme ed io bevo. Venite a farmi compagnia. Era lo speziale, accovacciato e sepolto nell'ombra sotto la cappa immensa del camino. Mi avvidi subito ch'egli si era rifatto, colla bottiglia, delle noie e delle fatiche della giornata. I suoi occhietti brillavano nel buio come due carbonchi. Gli sedetti dirimpetto, e, sorseggiando quel vinettinino davvero squisito, si comincio a chiacchierare. Il lettore si imagina di leggieri quali dovettero essere e come insistenti le mie domande. Avevo giurato a me stesso di non chiudere occhio se non avessi prima saputo qualche cosa intorno a quel sindaco misterioso che mi appariva il perno, il movente del dramma, del cui svolgimento il caso mi faceva spettatore. Il Bazzetta sulle prime fu restio come un mulo. Sapeva di grandi cose (ci teneva a convincermene) ma prudenza gli suggeriva di tenerle per se. Pochi erano al fatto di cosi gravi affari: nessuno forse, dopo il curato ed il sindaco, li conosceva a fondo come lui: responsabilita quindi maggiore, obbligo piu formale di rinchiudersi nel silenzio. Queste mezze rivelazioni, queste reticenze non facevano naturalmente che accrescere a dismisura la mia curiosita. Misi a contribuzione tutta la mia eloquenza, e pregai e insistetti tanto che, quando Dio pur volle, non senza l'aiuto del vino ripetutamente versato, il dabbene speziale, si decise a snocciolarmi tutta una storia. --La Mansueta, disse, quasi per scusar se stesso, l'ho mandata a dormire, che guai dubitasse soltanto che mi permetto di narrarvi le disgrazie che sentirete, e di cui e, poveretta, la causa senza volerlo. Se narro a voi, proprio perche siete voi, e perche penso che, alla fin delle fini, fra pochi giorni sarete lontano le cento miglia, e della mia storia non vi ricorderete piu nemmeno il principio. Accendo la pipa, scusatemi, e poi mi starete a sentire. Cio che udii quella sera, nel silenzio opaco e tristo di quella cucina, vorrei potere e saper ripetere colla rozza ed efficace semplicita con cui narrava il dabbene speziale; ma dovrei accennare le interruzioni, citare le osservazioni, ch'egli vi intercalava, senza di che l'effetto sarebbe mancato e il racconto non farebbe che diventar piu prolisso. Preferisco quindi riassumere alla meglio e raccontarvi con parole mie: IL ROMANZO DEL SINDACO Si chiamava Angelo De Boni. La sua famiglia, oriunda di Zugliano, il capo-luogo del circondario, era un tempo fra le piu agiate di quelle valli. Possedeva i pascoli migliori, le_ baite_ le meglio costrutte, e il belato e le campanelle delle sue mandrie si sentivano a molte e molte leghe all'ingiro. Le donne De Boni erano citate per le loro gonne di seta e cotone, lusso che non si permettevano se non la moglie dell'Intendente e la sorella dell'Esattore. Quelle gonne invidiate avean valso anzi a far correre pel paese certe voci poco benevoli sulla rettitudine dei costumi di casa De Boni. Questa si componeva di due famiglie riunite in una sotto il governo di due fratelli, il padre e lo zio di Angelo. Quest'ultimo, uomo dato in corpo ed anima alla religione, rimasto vedovo in giovane eta con due ragazze e senza erede maschio, natura bisbetica e malinconica, teneva i conti, regolava le spese, e viveva in casa (una grande casaccia umida e burbera la cui porta maestra era sempre chiusa) come una lumaca nel guscio. Il padre di Angelo era l'opposto del fratello. V'erano due ore soltanto sulle ventiquattro in cui egli si ricordasse di avere una famiglia e una casa: al mezzogiorno, vale a dire all'ora del desinare, e a mezzanotte, vale a dire all'ora del coricarsi. Il resto della giornata lo passava girando da un pascolo all'altro, da questo a quel bosco, calzato di due enormi stivali, che in paese erano proverbiali, e armato di un alto e grosso bastone le cui solide proprieta non erano ignote a nessuno dei suoi pastori e dei suoi coloni, compresi i vecchi, le donne, e i fanciulli. Alla sera, giocava a _tresette_ all'osteria, trincando come un bufalo, bestemmiando come un vetturale, pallido se vinceva, scarlatto se la fortuna gli voltava le spalle, arcigno, beffardo, arrabbiato sempre. Sua moglie era una donna piccina e grassotta, di un biondo cinereo, con una pelle la cui floscidita appariva piu che mai nelle palpebre, le quali non potevano star sollevate un minuto secondo, talche chi non la conosceva poteva credere ch'ella fosse cieca o avesse il dono di camminare ad occhi chiusi. Del resto, essere passivo e inconcludente, errava per la casa, dal solaio alla cantina, accusando flemmaticamente e inappuntabilmente ad ogni bisogno, colla regolarita di un pendolo, come un sonnambulo, come un automa. Non si capiva come quella _cosa_ avesse potuto procreare due volte. Giacche il signor Angelo aveva avuto un fratello. E vero che costui--vivo, pochi lo avevano veduto, morto, nessuno ne osava parlare... almeno in publico. Era il secondo genito e pare che la sua venuta al mondo non avesse gran fatto garbato all'autore dei suoi giorni. Le dicerie andavano piu in la: si mormorava che l'infelice avesse dovuto accorgersi allo sbaglio fatto nascendo, appena uscito di fascie. Fu il cane della casa; cane a tal punto che un bel giorno, (l'infelice contava allora quattr'anni) un calcio paterno nel ventre lo aveva messo a filo di vita. D'allor in poi la rachitide si impadroni di quel diseredato che vedevate, origliando alle fessure delle finestre, strascinarsi, smorto e coll'asma, dietro le gonne della madre affaccendata e noncurante, finche andava a ricoverar le visioni e la tosse in qualche angolo della casa, dove le mosche fossero meno numerose e accanite nel tormentarlo. Due anni dopo quel calcio, la portaccia De Boni si aperse, un piccolo feretro ne usci, e tutto fu detto. Le due cuginette di Angelo erano cio che in campagna chiamano due _leggierine_; non brutte, non belle, orgogliose e facendo pesare i gruzzoli della loro dote su tutte le fanciulle del paese, incapaci di un buon pensiero, atte a diventar due esperte cortigiane o due donne simili alla loro zia, secondo l'occasione e le circostanze, si assomigliavano in tutto, e si accordavano in tutto, tranne che in due cose sole: la maggiore aveva un culto speciale pei girasoli che alla minore mettevano spavento: questa si sarebbe pasciuta per la vita eterna di stufato d'agnello, e all'altra veniva la nausea solo a sentirne l'odore. Del resto il vecchio bigotto che si spartiva la vita fra i registri dei bovini e dei laticinii, e il _Manuale di Filotea_, le lasciava far quanto volevano, e, purche non gli lasciassero mai sfornita la scatola del tabacco, non se ne imbarazzava ne punto ne poco. Questa suprema noncuranza del presente e dell'avvenire della loro prole, era l'unico punto di somiglianza fra i due fratelli De Boni. Rotto appena il guinzaglio inevitabile della primissima infanzia, il piccolo Angelo, nerboruto e tracotante ragazzotto dai capelli fulvi e dallo sguardo battagliero, si era affrettato ad approfittarne. Era lo spirito folletto, il genio malefico delle mandre e dei pastori. A piedi nudi, a capo scoperto, lo scudiscio in mano, quando non era qualche cosa di peggio, facesse caldo, facesse freddo, sotto il sole, sotto la pioggia, piombava nei tugurii, rovesciava le pentole, gettava l'acqua della polenta sui focolali a stento attizzati, prendeva i vecchi per la barba, i marmocchi pel naso o le orecchie, attaccava dei razzi alla coda dei gatti, trovava un gusto matto ad affumicar le tane dei sorci, e, quando, stanco finalmente e trafelato se ne ritornava a casa sull'imbrunire, aveva sempre in tasca un cartoccio destinato al suo prediletto passatempo della sera. Quel cartoccio conteneva una dose di quella polvere di cui si riempie la striglia adoperata sul corpo dei cavalli e dei muli, egli ne faceva incetta mediante pochi quattrini, presso i ragazzi dei mulattieri dipendenti da suo padre, e, arrivato a casa, salia pian pianino alla camera del fratello rachitico, alzava le coltri del suo letticciuolo, e con gioia satanica ne cospargeva copiosamente le lenzuola. Nulla da il prurito come quella polvere; un prurito morboso, insopportabile, spasmodico. Il povero piccino si coricava all'avemaria, e non era appena sdraiato che cominciava a contorcersi e a gemere. Angelo, appostato dietro l'uscio, si teneva i fianchi, e gongolava pensando che la infelice creatura ne avrebbe avuto fine al mattino seguente. Era questa la _bonne bouche_ del suo quotidiano banchetto di piccole infamie. Un avvenimento straordinario, e complicato da molti casi fatali, venne a troncarle sul piu bello, od almeno a cambiarne il corso. Il vecchio scorridore di giogaie, l'iracondo dispensiero di bastonate, il bevitore senza pari, il giuocatore febbricitante, cominciava a sentire il peso degli anni inesorabile. I primi bagliori dell'alba che venivano a trovarlo nel letto, egli non li salutava piu coll'animo lieto di una volta; "cosi presto?" pensava, e vestivasi con minor sollecitudine, guardando con un senso d'invidia, che non voleva spiegare a se stesso, la moglie che russava dall'altra parte. Le erte lo infastidivano; brontolava assai spesso contro l'incuria degli appaltatori stradali: e si sorprendeva le molte volte, a mezzo del cammino altre volte percorso d'un tratto, seduto sotto una quercia, colla testa annuvolata e le ginocchia indolenzite. Nel tempo stesso il suo carattere subiva insensibilmente una trasformazione. Il malumore senza parentesi serene, il non mai interrotto digrignare dell'animo suo, subiva adesso dei lunghi intervalli di stanchezza, nei quali pareva che quell'orso si sprofondasse in una profonda ed amara meditazione. Erano rimorsi? Era presentimento di avvenire funesto? La podagra lo assali repentina come un colpo di fulmine, e colla podagra tutti gli incomodi e le sofferenze reali o immaginarie che sono conseguenza degli improvvisi cambiamenti nelle abitudini inveterate. Allora, a sentirlo, non c'era giuntura che non gli dolesse, ne c'era altro sollievo per lui, che stroppicciargli le dita: cio che la placida sua consorte disimpegnava colla impassibilita e lo scrupolo con cui rigovernava ogni sera il vasellame di cucina. Al mattino era preso da granchi fortissimi allo stomaco che lo contorcevano sulle lenzuola come una serpe a cui si sia fracassata la testa; e lo seppellivano sotto una montagna di pannolini caldi che, egli, dopo un momento, gettava dalla finestra. Condannato all'immobilita dalla malattia, ebro di noia, un pensiero che non gli era mai passato pel capo dacche era uscito dalla scuola, gli attraverso la mente: che cioe esistevano dei libri e che probabilmente essi dovevano essere stati fatti per qualche cosa. Ne chiese; e fu un grande avvenimento in famiglia. Le due pulzelle corsero a nascondere nel solaio certi volumi che usavano leggere di soppiatto e che vendeva loro di tanto in tanto il compiacente mercante girovago (il _masciago_) che passava pel paese ogni quindici giorni; e il lettore del _Manuale di Filolea_ fu molto contrariato di veder un vuoto nelle due file di libri ascetici che componevano tutta la sua supellettile letteraria. Poche persone venivano a visitare l'ammalato: la casa De Boni aveva qualche cosa scritto sulla facciata che parea dire alla gente--"stanimi lontano". E ancora, a quei che vi andavano di tanto in tanto, vuoi per carita, vuoi per altri fini, la mezz'ora, presso quel capezzale, somigliava a una mezz'ora passata in una tomba. Il vecchio podagroso li salutava con un monosillabo, poi li lasciava parlare, mentre la sua attenzione pareva aggirarsi le mille miglia lontano. Le labbra erano in perpetua agitazione, e gli occhi che teneva abitualmente fissi alla parete davanti a se, d'improvviso, a un punto inconcludente del discorso che gli era fatto, si animavano e venivano a squadrar stranamente dal capo ai piedi il narratore. Cio che facea rabbrividire e balzar sulla sedia costui. A volte, li interrompeva sul piu bello di una narrazione con un addio, secco come una acciuga, e riapriva un _San Tomaso d'Aquino_, o il _Mese di Maria_, riaccomodandosi il guanciale sotto la testa. La famiglia non si diede per molto tempo pensiero di queste ascetiche malinconie. Ma un giorno il figlio Angelo s'accorse che la cosa si spingeva a conseguenze imprevedute e per lui poco gradevoli. Suo padre diventava caritatevole,--faceva delle elemosine. Per un uomo, noto per la sua tirchieria, la cosa era grave. Era certo segno di un grande disordine morale; percio i maggiori eccessi diventavano possibili. Diffatti la sua prodigalita in breve non ebbe piu limiti. Buttava via il danaro e le robe dalla finestra--letteralmente. Quale era stata la causa di si strano rivolgimento? Ecco: un giorno leggendo il Vangelo; gli era caduta sottocchio quella sentenza, satura di un sublime socialismo, che dice:--_In verita vi dico e piu facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che non un ricco entri nel regno dei cieli_.--E poi la risposta del Cristo al Fariseo:--_Se vuoi la salute, va, vendi ogni aver tuo, e danne il prezzo ai poveri_. Queste parole avevano rimescolato le viscere del vecchio peccatore spaventato. Il suo animo fu sopraffatto da superstiziosi terrori. Inoltre una voce gli sussurrava in cuore:--che ti servono a te oramai le ricchezze? tu sei impotente a goderne: poco ti resta da vivere--e tu dovresti sagrificar la tua salute eterna per il bene degli eredi? Posta cosi la quistione--l'egoismo l'aveva sciolta subito.--L'avaro era diventato prodigo per ispeculazione, e collocava i suoi averi all'interesse nella cassa pensioni del Padre eterno. Ma cio non poteva sembrare ugualmente utile a quei di casa sua, specialmente al figlio Angelo, che contava allora gia piu di trent'anni e che, da quando il padre s'era ammalato, si considerava come capo della famiglia. Egli aveva col sangue ereditato tutta la sordidezza e la prepotenza del padre:--si oppose vigorosamente alla sua ruinosa follia. Non lo perdette piu d'occhio un minuto; prese un robusto montanaro tra i suoi mandriani e lo creo carceriere del vecchio idiota, Costui, felice di vendicarsi dei maltrattamenti avuti dal De Boni, fece il mestiere a meraviglia;--custodiva rigorosamente il suo padrone e lo picchiava un poco ogni giorno. La famiglia non se ne dava per intesa. Ma il povero rimbambito entrava in parossismi furiosi: egli urlava come un ossesso--tanto che la gente si fermava nella strada. Un giorno qualcuno grido ad alta voce contro queste violenze--e il montanaro affacciatosi alla finestra rispose: --Ma e pazzo, pazzo da legare. Questa scena diede ad Angelo un'idea: penso di liberarsi di quel fastidio col mettere il vecchio al manicomio. E ando difilato dal!'intendente. Ma questi, udito il suo desiderio, tiro innanzi delle difficolta;--ci volevano tante condizioni per far ricoverare il vecchio--eppoi, egli non era povero,--era necessario pagare una retta mensile piuttosto grave. Angelo usci di la bestemmiando contro questa societa che non gli usava la finezza di liberarlo di suo padre. Ma in quel torno una circostanza venne a favorire il suo disegno. Un giorno che pioveva a rovesci e le vie della piccola citta erano mutate in torrentelli melmosi, un avvenimento stranissimo faceva dimenticare quel tempaccio agli avventori raccolti nella cosi detta bottega da caffe, l'unica del resto, a cinque leghe all'ingiro, che potesse portare o bene o male tal nome. La pareva mutata, all'immenso ronzio che vi si udiva, in un alveare di api antidiluviane: chi ragionava _ex cathedra_, chi avanzava osservazioni sommesse, chi parlava all'orecchio del vicino, chi girava da questo a quel capannello come in cerca di consigli o di spiegazioni; talche la povera conduttrice del negozio, sudata come un pulcino, faceva una confusione non mai veduta nel distribuire le tazze di caffe, i _capiler corretti_ e i bicchierini di _anesone_ di Brescia. --No, no, no, diceva a mezza voce, aggiustandosi la cravatta intorno al collo, il vecchio cancelliere Anastasio; no, qui c'e sotto un mistero. --_Mysterium, mysterium invocat_! notava cattedraticamente il maestro di scuola; e, ne attesto i sette savii della Grecia, il mistero che circonda questi signori non comincia qui. --Eh! bonta di Dio! voi siete pulcini nel guscio ancora; e volete pigolare, e delle cose e della gente delle grandi citta. Se ci aveste passato un mese e cinque giorni di seguito, come me... bonta di Dio!... a Milano! I palazzi, i teatri, gli equipaggi... il corso... il caffe, e... come lo chiamano il laus... lans... chinetto, il maca... ca... il camao... giuochi d'inferno!... Quante famiglie di cui ieri si parlava come del re Erode, ricchi da non saper piu contar i denari... da un momento all'altro, trac! colle gambe all'aria... e chi l'ha avuta, l'ha avuta! Allora, somigliano buone anche le cittaduzze di campagna, anche le borgatelle dei montanari. Chi parlava con tanta esperienza di causa era il signor Ernesto, il piu bel giovane del paese a detta delle mammine, e quello che _vestiva_ con maggior garbo, a detta delle fanciulle. Quel mese e cinque giorni passati a Milano lo circondavano di gloria, come l'aureola dei Santi, ed egli passava la vita, in un ozio senza riposo, bellimbusto davanti alla farmacia e al caffe, giocatore ammanierato e pieno di mentita sbadataggine al tavolino delle carte, annoiato e contento, sbadigliando e pavoneggiandosi, capace di parlare dall'alto al basso anche col re, se lo avesse incontrato, e lasciando sempre nel discorso una filza di sottintesi che davano a pensare agli ingenui suoi compaesani chi sa quanti romanzi pieni di tragiche e sentimentali vicende... tutte nel giro di quel mese e di quei cinque giorni. Egli si arriccio i lunghi baffi neri, arrotondo coll'indice della destra le tese di un cappello di feltro di una bianchezza insolente, e lasciata cader con grande rumore la stecca che aveva nella sinistra, e, inalberandosi come uno che stia per prendere la corsa, soggiunse: --Le citta... le grandi citta come Milano! come Parigi!--non sono stato a Parigi... ma fa lo stesso; chi ha visto Milano ha visto Parigi... miglia piu, miglia meno. Il denaro fugge, scappa, scivola, svapora, svanisce, dilegua... lo so io... pur troppo! E abbassandosi all'orecchio del fabbriciere anziano di S. Gaudenzio; --Soltanto in donne!!!... lo so io... --Uh! cattivo soggetto! E una risatina tra carne e pelle piena di libidine senile e di riserva bigotta. Ma la piccola porta dai vetri pieni di gemme di pioggia, che vi serpeggiavano or rapide or lente in tutte le direzioni, cigolo sui cardini, e l'apparire di un personaggio dall'incesso lento e maestoso fece restar li di botto tutte quelle labbra cicaleggianti, ronzanti e roboanti. Il piccolo cancelliere si alzo, fece un arco della schiena, afferro una sedia, l'alzo di peso, l'offerse; il fabbriciere spalanco una enorme scatola, schiuse un sorriso cretino, si ripuli le labbra colla lingua e mormoro un "posso?" dolce come una ciliegia bucherata dai passeri; il bell'Ernesto se ne ritorno al bigliardo, con aria dispettosa. Provatevi a interrompere un agricoltore che parla di un prato di marcita, o un veterano che descrive un campo di battaglia! Il nuovo arrivato, nientemeno che la prima autorita della provincia, il rappresentante del governo, il signor "Intendente" come dicevasi a que' tempi in Piemonte, chiuse con calma e dignita l'ampio ombrello scarlatto dal manico d'ottone, e passando coll'indifferenza di un nume fra gli astanti, ando a consegnarlo alla padrona perche lo facesse asciugare; poi, sempre con quel tal passo, torno indietro, sedette, non prima di aver ben divise l'una dall'altra le falde del lungo soprabito, cavo il fazzoletto, si soffio il naso, vi raddrizzo sopra gli occhiali, e, finalmente, con una voce da basso sfiatato: --Servo di loro signori, disse, guardandosi intorno senza girar il capo, tempaccio da lupi, eh! tempaccio da lupi. E il maestro di scuola, il quale doveva essere un uomo maligno, e che, solo fra tutti, non aveva mutato contegno all'arrivo del signor Intendente, pensava piu che non mormorasse facendo mostra di gettar gli occhi su un vecchio giornale: "... Graviter commotus, et alto Prospiciens, summa placidum caput extulit nuda". Grandi erano il rispetto e la deferenza che creavano intorno al signor Intendente l'alta sua carica e il suo burbero carattere; ma, quel giorno, l'emozione degli animi era tanta che deferenza e rispetto furono posti in un canto per dar luogo ad una salva di interrogazioni che si successero fitte e insistenti come una gragnuola di maggio. Lungi dall'indispettirsi per la insolita mancanza ai riguardi dovutigli, il degno magistrato, senza dar risposta a nessuno, appoggiate ambo le mani al tavolo, gongolava, e incrociate le dita, faceva girar chetamente l'uno intorno all'altro i due pollici; cio che e un segno non dubbio di benessere e di soddisfazione. Cessata finalmente la tempesta, fu un silenzio profondo, religioso, solenne. Uno ando a chiudere per bene gli usci perche nessuno stridor di molla o di cardini venisse a sturbar la voce invocata; dietro il banco si cesso di ripulir chicchere e cucchiaini, e la padrona, raggomitolato il grembiale e assicuratolo alla cintura per di dietro, venne a collocarsi nell'uditorio, a rispettosa distanza, s'intende. S'udiva il passo delle mosche che gremivano il soffitto. Il signor Intendente si soffio un'altra volta il naso, si racconcio un'altra volta le falde dell'abito, un'altra volta die un piccolo colpo magico agli occhiali, e, come se parlasse dall'alto della bigoncia, cosi prese a dire: --Fin dalle prime trattative intavolate fra il signor De Emma, da oggi nostro novello concittadino, e l'israelita Zaccaria, desse furono note a questa Regia Intendenza. Non che i due contrattanti, o solo uno dei due ne avesse resa cognita l'autorita; a cio nessuna legge obbligavali. Tale comunicazione sarebbe stata atto di pura cortesia; ma tale comunicazione all'autorita non fu fatta. Tuttavia, o signori, benche le finestre del regio palazzo ov'essa ha sua sede, appaiano chiuse la piu parte del giorno, e benche qui il nostro caro cancelliere si vegga passar tante ore seduto al tavolino del tresette (e i due auguri sorrisero, l'uno maliziosamente, l'altro con un sorriso vago e melenso), tuttavia, dico, essa, l'autorita, non cessa un minuto mai di aver occhi per vedere, orecchie per udire, non cessa un istante di vegliare _au salut de l'empire_, come diceva mio padre di buona memoria, cantarellando vicino al fuoco. Scrissi quindi, privatamente, prima, ad alcune influentissime persone di Milano,--persone alto locate, assai alto locate, che mi onorano di loro stima e amicizia, per aver informazioni sul conto del signor D'Emma e famiglia. Non posso attribuire il loro ostinato silenzio alle mie replicatissime lettere, a una dimenticanza a un oblio, che offenderebbero, oltre che la mia persona, anche le vostre, o signori, di cui sono, e me ne onoro, il rappresentante.... benche indegno.... come dice il parroco quando si da il nome di pastore. Un mormorio che voleva significare: "le pare, degnissimo! ma so ben che scherza ecc. ecc." sali alle nari dell'Intendente, piu soave della presa di tabacco che gli tenne dietro. Il magistrato continuo: --Difficilissima posizione, o signori, e la mia. Alte questioni di giurisprudenza ci sorgono intorno ad ogni pie sospinto nella intricata selva della amministrazione. Dove finisce il diritto privato, dove l'ingerenza del pubblico diritto incomincia? Come uomo, come figlio di questo fortunato comune che il governo di Sua Maesta Sabauda mi assegnava come una seconda patria, e tale e per me, voi lo sapete,--io poneva a me stesso questa domanda: noi siamo davanti ad un fatto nuovo, stranissimo, oscuro, il quale presenta, sotto ogni lato considerar lo si voglia, adito al sospetto, al dubbio, alle incertezze, alle diffidenze. E che, o signori! Una delle piu ampie e considerevoli case della nostra citta, e cercata, contrattata, venduta, nell'ombra, nel mistero, come se in quella ricerca, in quel contratto, in quell'affare si nascondesse un delitto. Il venditore interrogato, non risponde, si eclissa, diventa invisibile. L'acquisitore e assente e direi quasi d'ignota dimora. Si sa finalmente che giungera da Milano; piu tardi, che si chiama il signor Abbondio de Emma. La vecchia casa del Giudeo viene in fretta ed in furia riattata: eccoci invasi da una turba di operai d'ogni mestiere e condizione; arrivano carri pieni di suppellettili; l'oro e i marmi scintillano di sotto alle imbottiture indiscrete e alle coperte che svolazzano al vento. Tutto cio,--una montagna di roba,--entra, si ammassa la dentro; la porta si chiude; e cosi ermeticamente che un gatto non potrebbe trovar un buco per cui dare un'occhiata...--Signori, ho letto, nei tempi in cui avevo tempo da perdere, le mille e una notti, un libro pieno delle cose piu stravaganti di questo mondo e dell'altro. Ebbene, assistendo a questo spettacolo, quel libro mi torno in mente. L'impressione che questo complesso di cose fece sull'animo mio, d'uomo e di cittadino, fu l'impressione che voi tutti provaste, o signori. Me lo dicevano, fin dal primo giorno, i vostri sguardi scrutatori, le vostre sommesse parole; le timide inchieste delle vostre spose e delle vostre fanciulle me lo dicevano. Questa nostra pacifica famiglia, cosi calma nella sua modestia, cosi modesta nella sua calma, somigliava ad un nido su cui passi d'improvviso l'ombra di qualche augello solitario e lontano. A questa immagine poetica e peregrina, il facondo oratore si arresto, e parve accorgersi che era da un pezzo che si logorava i polmoni, giacche, voltasi alla padrona che lo guardava tutta attonita, coll'ammirazione beata di chi non capisce cio che ascolta, le ordino con aria di paterna protezione: --Madama... una _mezz'acqua_ d'agro: mah!... mi raccomando. Fu servito, bavette un sorsellino, si soffio il naso, ecc. ecc., e riprese: --E colomba o avoltoio cotesto signor De Emma? Ci portera la benedizione o la rapina? Ecco il pensiero che mi assediava e pesava, lo so, sulla citta intera. Ma, ripeto: dove finisce il diritto privato, dove comincia l'ingerenza del pubblico diritto? Oh! se si fosse sconnessa una sola pietra del selciato di publico dominio davanti alla casa Zaccaria, se vi avessero ammonticchiati sol quattro mattoni che disturbassero piu o meno la circolazione, oh! siatene certi signori, che in tal caso avrei scritto immediatamente _ex_ ufficio, e tutto sarebbe venuto alla luce. Ma nulla di tutto cio; non uno spruzzo di calce, non un granello di sabbia su cui poter movere il piu modesto lamento. Ecco perche non scrissi, dapprima che in forma affatto privata e confidenziale. Confido, o signori, che voi apprezzerete questo mio prudente procedimento. --Pero... tuttavia... osarono interrompere alcuni sommessamente. Il signor Intendente alzo allora il capo, a guisa del gallo che sta per cantare;--e fu con tono di superna commiserazione per quegli ingenui interruttori che ripiglio: --Tuttavia, pero, se.... ma.... davvero che, con tutto il rispetto dovuto, miei cari signori, mi fanno _da_ ridere. Mi ascoltino, e s'accorgeranno che l'autorita sa e puo fare il suo dovere. Irritato dal silenzio dei miei amici di Milano, e come il mistero in quistione cresceva ogni giorno e assumeva ogni giorno piu allarmanti proporzioni......--Tuttavia, pero.... dicevano loro signori? Ebbene io presi una eroica decisione: riferii il tutto nei suoi minuti particolari all'illustre mio collega, che e a capo della regia Intendenza centrale di Novara, chiedendo per mia regola e per tranquillita dei miei amministrati, ampie, formali, categoriche informazioni. --E....? E....? Si udi da tutte le parti. --E le informazioni mi sono giunte categoriche, ampie, formali! Viaggiando in ferrovia, voi avete provato senza dubbio insieme ai vostri compagni di viaggio quel senso di sollievo che vi allarga il petto, avete mormorato o pensato quell'_ah!_ della liberazione che sale involontariamente alle labbra, quando dopo essere stati sepolti dei minuti che sembrano eterni nella oscurita fuliginosa di una galleria, il convoglio sbuca finalmente a riveder la luce del sole. Cosi respirarono tutti gli avventori del piccolo caffe, alle ultime parole dell'Intendente, mentre un pallido raggio di sole si faceva strada attraverso alla pioggia diminuente, come se anche la natura sentisse il bisogno di tirar il fiato dopo quella interminabile filastrocca. Per giustificare ancor meglio quella febbrile curiosita, mi bastera dire (avrei veramente dovuto dirlo prima) che quel mattino stesso quattro carrozze da posta portanti il misterioso signor De Emma, la sua famiglia e uno stuolo numeroso di servidorame erano trionfalmente entrate per la via principale, facendo traballar le imposte delle case e piu ancora la fantasia dei loro abitanti. Momento solenne! Il piccolo cancelliere allungava il collo, si palpava le braccia, spirava tenerezza e beatitudine da tutti i pori, dileguava come un sorbetto; il fabbriciero cacciava fuori dell'orbita due occhi vischiosi che somigliavano due pallottole di amatista, e non s'accorgeva d'aver in mano la scatola da cinque minuti e che meta del tabacco era andato ad asciugare i liquidi di cui era costellato il pavimento. Anche il maestro che aveva appena mostrato di prestar attenzione al bello stile del magistrato, si era degnato di avvicinare la sedia, e, guardando al soffitto per non aver l'aria di un gonzo metteva negli orecchi tutto l'acume di cui privava le pupille. La partita al bigliardo si era interrotta; il bell'Ernesto, colla stecca fra le gambe e un mozzicone di zigaro spento in un angolo della bocca si era abbassato al livello della attenzione di quei _provinciali_; la padrona del negozio si asciugava il sudore... Il signor Intendente gongolava, gongolava.... XI. Ed io?... Io vorrei che la vostra curiosita, lettori, somigliasse, anche solo in diciottesimo, quella che mi faceva immobile sotto la cappa del camino, quando Bazzetta fu arrivato a questo punto della sua narrazione. La mia vanita di romanziere ne sarebbe piu che solleticata, Ma io e voi siamo meno fortunati, assai meno fortunati degli uditori del signor Intendente, i quali dopo aver aspettato per bene che egli delibasse il suo trionfo, facendoli languire a fuoco lento, alla perfine seppero quanto volevano sapere senza che nessun Baccio e nessun medico venisse a frapporsi e a troncar sul piu bello la storia. Facciamo di necessita virtu, e vediamo che cosa succede di nuovo al presbiterio. La notte (ve lo potete imaginare) era gia di molto avanzata, quando, durante una meditata pausa del mio novelliere, ci giunse attraverso il giardino il suono ben distinto del passo di una cavalcatura. --Il dottore! sclamo Bazzetta. e, vuotato d'un fiato un altro bicchiere, s'alzo, scosse dalla giubba le ceneri della pipa e si avvio verso la porta. Nel tempo stesso Baccio picchiava colle sue dita nocchiute contro i vetri della finestra da cui la sua figura traspariva lunga lunga, per il riflesso della lampada e l'oscurita della notte. Uscii per la porticina che Bazzetta si era affrettato ad aprire, la quale metteva nell'orto attiguo al giardino, il quale orto fiancheggiava il presbiterio dal lato opposto alla chiesa. Da quello un'altra uscita si apriva sulla strada dei monti. Allora mi si presento una figura, o meglio due figure che ne facevano una sola, degna della matita di Goya o della penna di Hoffman. Immaginatevi un uomo alto quasi tre metri e una rozza lunga piu di quattro; sottili, allampanati, e cavallo e cavaliere, come due candele poste in croce, e il grottesco profilo del famoso _cavaliere dalla trista figura_, vi parra al confronto, una immagine di quasi greca bellezza.. --I miei rispetti, signor dottore, disse il farmacista toccandosi il cappello, e aiutando il mio piu che don Chisciotte a disbrigarsi dalle staffe e a smontare. Ella era gia a letto mi immagino; io non volevo che la disturbassero; come vede, vegliavo io, e giacche trattasi delle solite bagatelle.... --Eh, interruppe il medico con una voce timbrata e sonora, e bella come poche ne intesi in mia vita, sono abituato a queste passeggiate notturne. Fanno bene all'anima e al corpo. E come va ora Don Luigi? Attaccato, cosi dicendo, il cavallo ad una inferriata, si avvio, come pratico della casa, verso la scaletta per dove si saliva alle camere del curato. Ma Bazzetta gli precluse il cammino e, presolo dolcemente per un braccio, lo trascino verso un angolo della cucina e gli si pose a parlare a bassa voce, gesticolando con molta energia (ne avea vuotate delle bottiglie!) e, non dubito, sforzandosi, con una diagnosi delle piu scrupolose, di scongiurare le tanto paventate cacciate di sangue. Cosi ebbi agio di considerar per bene la figura stranissima del medico. Dissi stranissima; ma in questo caso la parola va presa nel suo senso piu artistico e piu nobile, giacche, una volta diviso dalla sua rozza, quell'uomo presentava un aspetto le mille miglia lontano dal ricordare l'eroe di Cervantes. Calvo come un ginocchio, con due sole ciocche di capelli grigi, nascenti poco piu in su delle orecchie e cadenti su quelle come due pezzuole bagnate, pareva che egli illuminasse gli oggetti intorno a se col raggio della fronte vastissima nella quale le protuberanze che accusano l'istinto della meditazione assumevano quasi le proporzioni di una difettuosita. I suoi occhi nerissimi sembravano voler far dei pertugi nelle pareti; portava due baffi grigi anch'essi, folti e corti, e un pizzo quasi bianco del tutto, lunghissimo e aguzzo come un'ala di rondine. Vestiva semplicemente: ma in quella semplicita traspariva alcunche di ricercato che tradiva la presenza di una donna amorosa alla sua toletta. Era un gentiluomo campagnuolo sotto le spoglie di un discepolo di Esculapio. --Sono intirizzito, Baccio, e poiche Don Luigi dorme ancora, una fiammata mi farebbe bene. --Subito, rispose il campanaro, ma prima vado a mettere in stalla quella povera bestia che e la fuori. La conosco da un pezzo; se le rientra il sudore la vi ha la tosse per quindici giorni. Il dottore lo lascio uscire, e, senza darsi pensiero alcuno di quella strana precedenza data alla sua bestia da Baccio, ando ai fornelli, ne tolse di sotto una fascina, la getto sul fuoco e, voltogli il dorso, e spalancate le gambe, prese di buon grado la tazza di vino presentatagli da Bazzetta. Il quale, passandomi vicino, mi getto all'orecchio queste parole: --A domani il resto della storiella; intanto, acqua in bocca, mi raccomando. --Vi pare? ho promesso e vi basti. --Ecco, signor dottore, un ospite giunto da ieri al signor curato. Un grande artista, uno scrittore, che so io, un poeta di Milano, che si diverte ad andare attorno a _ritrattare_ le montagne, sicuro; un signore di Milano. Di Milano, non e vero? Il lungo dottore si inchino col miglior garbo del mondo. Stavo per compire, o meglio, per rettificare a modo mio la presentazione, quando ai piedi della scala apparve la faccia pallida e sconvolta di Mansueta. La poveretta aveva finto di obbedire all'ordine pietoso del farmacista, ma, invece di andarsi a coricare, aveva passato quelle lunghe ore, rannicchiata su di una seggiola, a piedi del letto del suo padrone, compulsandone il respiro, contandone i tremiti,--e veniva ad avvertirci che Don Luigi si era svegliato, che sospettava la presenza del medico e che era pronto a riceverlo. Si sali tosto, i due della scienza in capo fila, io, Mansueta e Baccio dietro, sulla punta dei piedi e rattenendo il respiro. Dal fondo della camera dove mi arrestai per non disturbare la visita, l'aspetto del buon curato mi apparve assai piu calmo e riposato che non fosse l'ultima volta che lo avevo veduto. Egli era sul letto, meno coricato che seduto, appoggiando il dorso su tre ampi cuscini. colle braccia distese lungo il corpo, fuori della coltre, arrivandogli questa, stretta e distesa, alla meta del petto soltanto. Cosa non comune per un vecchio, nessuna benda o berretta gli cingeva la testa; la sua canizie riposava liberamente sul capezzale. Ci mando un sorriso collettivo, e stese la mano al dottore, il quale, con mia meraviglia somma e somma dolcezza, chino il bel capo e baciolla. Allora vi fu uno scambio di sguardi che non dimentichero mai. Quello di Don Luigi pareva dire: "Voi sapete come e perche!" E quello del medico, corrucciato prima terribilmente, poscia d'un subito rassegnato: "Pur troppo!" Que' due sguardi racchiudevano tutto un dramma. XII. E un dramma sognai, molti drammi sognai, come appena ebbi raggiunto il letto e chiusi gli occhi che, dopo tante emozioni, ne avevano davvero bisogno. La famiglia De Boni, il terribile Sindaco, l'abatino, il caffe di Zugliano, il signor Intendente, quel misterioso De Emma, passarono nel mio cervello come in una lanterna magica, a due, a tre, a quattro, isolati, tutti insieme. mischiandosi, urtandosi, fuggendosi, fondendosi, come un _imbroglio_ degno delle piu romantiche _giornate_ uscite dalla fantasia di Calderon de La Barca o di Lopez de Vega. Sicche, quando la luce del giorno venne a svegliarmi, mi alzai balordo e rannugolato peggio di un autore che ha passato la notte guardando la punta asciutta di una penna di acciaio. Il tempo mi teneva bordone. Quale spettacolo mi si offerse quando spalancai le imposte! O sole, o beatitudine diffusa il di prima sull'universa natura! Piu nulla! Il cielo, di un grigio plumbeo ed uniforme avea fatto una discesa sulla terra; esso nascondeva le cime dei monti i quali parevano un altipiano fuggente in una linea retta senza soluzione di continuita, tracciata per il passaggio di un convoglio ferroviario. Piu in giu di quell'immensa coperta bianca, erravano, squarciandosi alle cime arruffate dei pini, alcune nuvole vaporose che mutavano forma ad ogni minuto secondo, fiocchi di soffice cotone dispersi da un ventilabro invisibile. Aveva piovuto certo buona parte della notte; ogni foglia, ogni virgulto era una conca piena di goccie che ad una ad una, a intervalli uguali, faceano capolino all'orlo, si allungavano in forma di pere, staccavansi e precipitavano. Quelle migliaia e migliaia di stille facevano un rumor sottile, indefesso, impercettibile quasi, e che non ha nome nel vocabolario di nessuna lingua, Ora, pioveva ancora; ma, per accorgersene, era necessario affissar lo sguardo su qualche cosa di oscuro. Le fronde pendevano immote; pure, di tratto in tratto, un alito leggiero di vento le scoteva mol