Project Gutenberg's Lo assedio di Roma, by Francesco Domenico Guerrazzi This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org Title: Lo assedio di Roma Author: Francesco Domenico Guerrazzi Release Date: April 28, 2007 [EBook #20062] [This file was first posted on December 9, 2006] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LO ASSEDIO DI ROMA *** Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net LO ASSEDIO DI ROMA DI F.D. GUERRAZZI SECONDA EDIZIONE RIVEDUTA E CORRETTA DALL'AUTORE LIVORNO TIPOGRAFIA A.B. ZECCHINI 1864. _Proprietà Letteraria di_ A.B. ZECCHINI E P. LUCCHESI LO ASSEDIO DI ROMA DI F.D. GUERRAZZI PROLEGOMENI Roma! E' corre vecchia fama che Roma sia parola arcana, e significhi _Amor_, ed io ci credo, però che sappia come l'Amore nascesse ad un parto insieme coll'Odio; ora Roma, appunto rappresenta l'Amore indomato del sangue latino alla terra latina, e l'Odio religioso contro lo straniero da qualsivoglia plaga si muova per contaminare la terra latina. Roma crebbe la sua terra con la polvere degli stranieri: e fu giustizia; ma poi le piacquero i gaudi della strage, e la voluttà acre dello imperio del mondo; allora si accese contro lei l'ira di Dio; i barbari vennero da contrade rimotissime prima a rovesciarla nel sepolcro, poi a seppellire lo stesso sepolcro. Però che anco sepolta Roma metta spavento. E tuttavia, in fondo del sepolcro sotterrato Roma meditò un'altra signoria; all'antica rete dalle maglie di ferro sostituiva la rete sacerdotale dalle maglie di fede, e gittatala su le coscienze imprigionò da capo molta parte del mondo. Anche questa fu colpa, e più trista della prima, però la vendetta ne dura più lunga. I padri nostri peccarono e noi portiamo il peso delle loro iniquità. Veramente ella si merita il saluto di Niobe delle nazioni; lei a buon diritto appellano madre le anime desolate; veruna città patì maggiori ingiurie di lei: qui, pure ieri, al popolo romano plaudente alla libertà il littore francese disse: _basta_[1], e il popolo tacque, e qui, mila e mila anni fa, il soldato gallo che profanò temerario la veneranda canizie del senatore cadde col cranio fesso dal colpo dello scettro di avorio. [1] Nella relazione scritta da _Filodemo_ dei gesti del _Comitato nazionale romano_ di cui l'ultimo atto non ha riscontro negli annali delle infamie politiche, sicchè per trovargli conveniente paragone è mestieri ricorrere al furto a mano armata della banca Parodi, e che pure fu visto difeso su pei Diari la _Nazione di Firenze_, e la _Gazzetta di Torino_, in cotesta relazione, dico, si legge come certa _dimostrazione popolesca_ fosse ammannita dall'eroico comitato consenziente, o connivente il padrone di Francia, onde quando parve la dovesse cessare, i giendarmi andando attorno dicevano: _Assez_! Di cui la colpa? Colpa è di coloro i quali mentre Roma, e Venezia arieno ad essere i punti estremi della cote su cui arrotare il ferro, e la virtù italiana gittarono dentro lo spazio che intercede tra una terra e l'altra viltà, avarizia, ogni maniera di malvage passioni, e ignoranza e ne tramarono il lenzuolo dentro il quale si avvolgono i popoli diventati cadaveri. I preti quando dintorno rintrona il ruggito del lione tremano, e fuggono; allorchè poi vedono accostarsi le volpi dicono: perchè ce ne andremo? Non siamo volpi anche noi? Il crisma del Signore non fabbrichiamo noi altri? Sicchè, se siamo unti non si domanda nè anco! Quanto a corone noi ne portiamo tre. I preti ci procedono acerbamente nemici: chi li potrebbe condannare? Certo non io. Di vero, chi oggi ha in mano il freno d'Italia non li sa satisfare nè spengere, bensì intende arrostirli a lento fuoco come san Lorenzo, ovvero scorticarli a mo' di san Bartolommeo; e questo i preti ben possono con orazioni panegiriche levare a cielo, e chi lo patì, onde altri lo riverisca, riverire, ma non sostenere essi. La Chiesa non ha più mestieri di martiri; cessò di essere _militante_ per diventare _trionfante_; se a taluno cui rimase addosso la vaghezza del martirio vuole cavarsene la voglia se ne va lontano lontano nelle parti degl'infedeli, però, che tra noi correrebbe il rischio di trovarsi chiuso in qualche manicomio, ovvero in prigione; dacchè le coscienze abbiano ad essere libere, e persona deve possedere la facoltà di turbarle. Ognuno viva tranquillo nella religione dei suoi padri, nè deve mutarglisi con violenza, o insidiare con fraudi dove non appaia mostruosa per pratiche nefande; il che accade solo tra gente selvaggia; lassù in fondo oltre le stelle vigila per tutti Dio, e le diverse religioni del mondo sono quasi assise diverse di un medesimo signore, e bandiere di uno stesso capitano. Così piaccia al Padre delle cose e degli uomini versare sul capo dei mortali insieme con la luce la benevolenza, affinchè le tavole della sua legge compaiano norme di vivere faterno non bersaglio posto davanti ad arcadori irrequieti. Ma tu dirai: e chi vuole martoriarli? Io intendo tôrre loro il governo dei beni terreni. E chi sei tu che presumi spogliare della sostanza il prete?--Il prete dice: in nome di cui vieni? Quale rappresentanza hai? Come mostri che governerai meno di me soperchiatore ed avaro? Un solo è padrone della terra, questo si chiama popolo. Io non mi sento muggire intorno le onde del popolo. Sorgano intorno a me anime latine, ed io cederò alla grandezza latina. Se per te il danaro è sangue, egli è sangue anco per me; e con quale giustizia mentre il secolo rappresenta una corsa forsennata, un lupercale, un baccanale a traverso tutti gli articoli del codice penale per agguantare il milione dovrò lasciarmi tôrre la camicia io prete, io prete, uso di cavarla altrui, e cantare il _Te-deum_? Ed io prete, ho mestieri di tenermela cara meglio di voi perchè voi altri andate in Borsa, convenite in Camera, tendete trappole di strade ferrate, aprite reti di crediti fondiari, vendete, barattate, mercate, ma io non ci vado, e a sopperire ai miei bisogni non mi avanza altro che la rete di San Pietro a cui per vetustà ora casca questa, ed ora quell'altra maglia. Qualche prete in Camera andò, ma scarso, e parve pauroso, ma per un'abbadia si mansuefece; di fatti, il modo più sicuro onde uomo taccia sta nello empirgli la bocca; dunque come presumete che altri non fiati levandogli quello che da secoli gl'imbandirono dinanzi la industria propria e la ignoranza altrui? Sacerdoti e Sacerdotesse si rassomigliano tutti; Alessandro strinse la Pitia nelle sue braccia, e la sforzò a rivelare lo spirito del Dio; anche il Papa a quel mo' intenderebbe ragione; se vuolsi, che il sommo Pontefice si accosti al cielo sollevatelo con mani poderose di sopra la terra. Finchè domanderete Roma come il pitocco la elemosina voi non l'avrete; Roma, di cui i cittadini dispensavano le corone ai Re come soldi, patireste voi vi fosse data come un soldo? A Roma si va ma con cuore, con braccia, e con passi romani. E questo è vero. Ma quando Roma avrà Romani sparirà il sacerdote? Non credo. Potrà egli dunque ridivenire poeta, legislatore, e guerriero? Nè manco questo credo. Potrà, se vuole, durare poeta, e Pio IX lo fu un momento quando nella procella che abbatteva imperi e regni, come fronde in bosco, ravvisava il soffio di Dio; la umanità è cosa che passa sopra mondo, che passa; ma il suo cuore anela la eternità; il sacerdote, se gli basta la mente rimarrà su la terra pilota per indicare alle generazioni che le mille vie lattee sono altrettanti sentieri pei quali le anime dei buoni arrivano al seno del Padre delle cose e degli uomini. Io non so se ad uomo sia dato vivere secoli; lo dicono, ma non ci credo, comunque vive adesso in Italia un'uomo che pare anima romana dimenticata dalla morte: da questo un dì mosse un grido potente, che disse: _a Roma_. Gli furono addosso i nemici, e degli amici quelli, che si erano fatti della Patria una pentola per cocervi gli alimenti di casa. Le anime romane udirono nelle antiche sepolture la voce, e parve loro antica e conta, sicchè rimescolaronsi, e sollevarono i coperchi. Dalle dimore della morte dei vecchi padri usciva un'alito, che bastò ad infiammare il petto dei pretesi vivi di mirabile ardore. E vi hanno cose che non si possono ridire, come ve ne sono di quelle, che non si possono rappresentare. Timante, pittore, non velò la faccia di Agamennone presente al sacrificio della figliuola Ifigenia? Chi potrà favellare della ignominia di Aspromonte senza sentirsi il cuore trasalire nel petto come leone in gabbia? Imperciochè, qui stava il punto: il Garibaldi aveva ragione del torto altrui. Veruno, ch'io sappia, considerò cotesto caso sotto il suo aspetto giusto ed unicamente vero; Giuseppe Garibaldi dittatore, pigliando su di sè non essere mestieri Assemblea costituente per fermare i patti dell'annessione di Napoli al Regno italiano, mallevò che le cause le quali lo persuadevano sarebbero state compite e subito; perchè opera interrotta affligge più dell'opera ruinata, significando la prima impotenza o inanità di consiglio nel fabbricatore, la seconda, forza di casi, ed empia virtù del tempo; del primo fatto, la colpa sempre intrinseca, e in facultà tua o astenertene, o emendarla; del secondo, nè tua, nè a te concesso riparare.--Il Garibaldi si trovò nella condizione del garante quando manca il debitore principale: tremendo carico gli stava addosso per la Patria, pei popoli fiduciosi in lui, per la democrazia, per la propria fama, patrimonio suo, ma e ad un punto e della Italia. Gli uomini di arme, comunque nella mano prodi, ai nostri giorni ci diedero e ci danno tali e tanti esempi di miserabilissime calate, che il Garibaldi sentì il dovere di mettere fuori la sua apologia: ora cotesta maniera di apologie si scrive col sangue; ed ei col suo sangue la scrisse. Il Garibaldi mostrò essersi ingannato, come il popolo s'inganna spesso perchè generoso e fidente. Di qui, se arguto intendi, comprenderai le ragioni ond'egli solo, o quasi, e certamente non in sembianza di cui si apparecchia a combattere, egli si accinse a compire il suo debito: alla espiazione bastava solo: e di qui il motivo pel quale sopraffatto, crebbe, nello amore del popolo: la gloria di capitano invitto rimase intera a colui, che debole ed aborrente la zuffa, si trovò circondato da eserciti, e da condottieri bramosi di sangue; la gloria di onesto crebbe; e il popolo italiano oggi ha sete, gli è proprio assetato di Onestà. Il Garibaldi Anteo del nostro secolo, o lo rovescino a terra, o lo sollevino al cielo raddoppia sempre la forza; vicino a terra gliela somministra il popolo; accosto al cielo gliela partecipa Dio. I coperchi degli avelli romani sollevati dalla voce del Capitano del popolo non si sono richiusi; come tante bocche aperte gridano:--codardi! eroi da teatro! a Roma non si va che con ardimento romano.-- Roma venne tratta dinanzi come l'arco di Ulisse; bisogna curvarlo o morire. O Proci, divoratori della sostanza altrui, badate, Ulisse è già approdato in Itaca. Ma intanto che i fati si compiono, bisognerebbe che gl'intelletti divini imprendessero due compiti, pure aspettando d'imprendere il terzo.--Roma un dì ebbe il popolo;--a ripigliarsi Roma, giorno e notte si travaglia il popolo;--il popolo, in avvenire prossimo, si acquisterà Roma. Pertanto alla Italia adesso farebbero mestieri tre uomini, Omero, Macchiavello, ed Erodoto... il guerriero ci è. Omero per consolare con la luce del canto le anime di coloro i quali da tutte parti d'Italia convennero a Roma a fare la prova con documenti di sangue, che la Città eterna è patrimonio degl'italiani. Macchiavello per insegnare con quali modi i popoli caduti ritornino in fiore, e come i deboli devano adoperare per rifarsi gagliardi;--e più ancora chiarire le menti, che ogni disagio deva sopportarsi a patto di costituirci nazione. Se il Demonio, o volesse, o potesse venire al mondo per istrascinare nel suo inferno Papa, e Borbone, e di ogni risma stranieri, ben venga il Demonio; noi lo saluteremo: _Demonio I rè d'Italia_; purchè venga armato di ferro, e di fuoco.-- Erodoto, il fortunato, il quale poichè la Italia andrà famosa di battaglie come quelle di Maratona, di Platea, delle Termopili, di Salamina, e di Mycale, potrà sotto la ispirazione delle Muse dettarne la Storia, e leggerla al popolo fatto per entusiasmo divino nelle Olimpiadi e nelle Panatenee nostre. Le storie dei grandi gesti scritte dal popolo, solo la Immortalità accetta e ripone dentro i suoi archivi; dalle altre, dettate da gente di corte e venduta, ella ritira le mani come da cosa immonda.-- Ora in Italia dov'è Omero? Dove Macchiavello? In qual terra nacque Erodoto? E lasciamo questi ingegni magni da parte.... dov'è chi accenni portare sul capo la fiammella del Paracleto fra noi? Come l'uccello, secondo la stupenda similitudine di Dante, che su l'aperta frasca fisa la plaga di oriente pure aspettando che sorga l'alba, io mi volgo da tutti i quattro venti, smanioso di vedere sorgere la luce nuova di faccia a cui gl'ingegni nostri diventino quale si fa il lume di candela quando splende il sole nella gloria dei suoi raggi; ma, ahimè! da lungo tempo io lamento il secolo apparirmi simile all'uffizio della settimana santa dove al finire di ogni salmo spengono un cero; ed oscurata la chiesa, si annunziano poi le tenebre con le battiture. Senza paura, come senza offesa io lo dirò; non basta la gagliardìa; anco i gladiatori erano forti; e corre gran tratto tra coraggio, e coraggio; anco i gladiatori erano animosi, e sostentavano la vita per darsi la morte dinanzi ai Quiriti. La vita consolata da affetti, decorosa di sapienza, pura da colpa è sagrifizio degno della Patria; chi butta là la vita bestiale, fastidiosa, e contaminata offre alla Patria la offerta di Caino. I sommi capitani in antico comparvero eroi però che con lo intelletto intendessero e col cuore sentissero quello perchè combattevano, e palpitassero prima per la Patria poi per loro; nè le armi, già instituto di vita o fine delle azioni, bensì, mezzo o via per tutela della Patria, e della famiglia. Cincinnato, compita la guerra, ripigliava il solco interrotto nel campo paterno. Oggi, si corre dietro a' gradi della milizia al pari che dietro una prebenda, e il divario, che occorre tra un capitano e un canonico, gli è questo: che uno si procaccia il vivere con la spada, d'altro, se lo procura col breviario, onde se non trovi canonici che abbiano genio di capitano, ti occorrono qualchevolta soldati che arieggiano anco troppo del canonico; nè questo giudico il peggio. Le armi appartate dal vivere civile, e sceme di dottrina, e piene di presunzione tu reputa addirittura minaccia non sostegno di libertà; il soldato ignorante e il mastino della tirannide. Erodoto, Senofonte, Socrate, Epaminonda di Tebe, Arato di Sicione capitani furono e filosofi; la spada in tempo di pace mettevano per segno in mezzo alle pagine dei libri della sapienza, però, quando ne la traevano fuori non si correva pericolo che senza accorgersene essi l'adoperassero a danno della Patria, e in pregiudizio della Libertà. La milizia incivile ha educato fra noi gente misera a un punto e contennenda; poichè non la menò diritto al canonicato, fastidisce i lavori dagli studii rifugge, irrequieta sempre e bisognosa di sommovere le acque per pescare nel torbido; al contrario di quanto disse stupendamente il Danton, si porta la Patria sotto le suola delle scarpe. Morte degli studii onorati, come del senno politico, del senso morale, di tutto che compone l'onesto vivere civile il mestiere dei _Giornalisti_. In questa maniera di scrittura convennero la mediocrità astiosa, la calunnia che si vende, la presunzione ventosa, insomma quanto di più volgare, e di più tristo deturpa la razza umana. La più parte dei Giornali, macelli di malacarne, dove i quarti della coscienza degli scrittori tu vedi appesa ai ganci per ritagliarsi a minuto. E' par bello ai dì nostri vendere a peso, e a misura ciò che altra volta avrebbe condotto sopra la panca dell'accusato; chè, appunto quegli che fu commesso alla custodia della legge, e all'onore dei cittadini paga co' denari del pubblico i laceri contro la legge, e l'onore dei cittadini. Gli è il saturnale dei maestri di scuola senza scolari, di causidici senza liti, di medici senza ammalati, di ghiottoni di ogni risma; ai quali larvati dell'anonimo sembra grazia, ch'era follia sperare, rifarsi dell'astio contro cui per virtù, o per ingegno, o per servizi resi alla Patria primeggia; sfogare lo infinito veleno che gli affoga; industriarsi ad avvilire altrui onde abbiano gaudio della propria viltà _Giornalismo_ sifilitide schifa della Libertà.--Cristo! che alluvione di pantano si distese per tutta la Italia[1]. [1] Intendi del Giornalismo venduto.-- E Cristo, tuttochè mansuetissimo fra le creature, quando gli occorse il tempio contaminato dai pubblicani e dai rivenditori, a colpi di flagello li cacciò via dal portico; e vendevano mercerie, o commestibili; i Giornalisti poi vendono la coscienza, e non mica nel portico sibbene dentro il tempio, anzi nel santuario, dove impugnato il corno dell'altare della Libertà, in nome della Iddia pretendono asilo. E tuttavia come cosa barbara gli asili antichi abolironsi, e chi vi rifuggiva s'ingegnava sottrarsi alla pena di delitto commesso, e forse gli rimordeva la colpa; ad ogni modo costui o non poteva o male rinnovare la colpa mentre i Giornalisti abbracciano l'ara della Libertà per continuare impuni i misfatti; nè di altro sentono rimorso, che di non avere fatto peggio. Per tema di offendere l'altare nel colpire il nefario, che lo abbracciava quando tenni in mano la scure del potere, aborii adoperarla; nè me ne astenni solo, bensì curai, che i diari infesti e pieni d'ingiustizia liberamente si propagassero: non sono vanti questi ma verità, e fossero vanti, veruno può contrastarmeli; però, molto meno privato cittadino devo adoperarmi a restringere per anticipazione l'esercizio liberissimo delle facoltà dell'uomo; tanto però ho chiesto, ed in tanto insisto, che ogni scrittore apponga il nome sotto il suo scritto; questo impongono la giustizia e la buona morale, e dacchè gli scongiuri mossi a custodia di cose siffattamente necessarie non sortirono l'effetto desiderato; intervenga la legge e comandi; pei trasgressori metta le pene. Ai liberi uomini sconviene camminare come i topi nei cunicoli; e quando troppi, rodendo le staminare al buio pongono in pericolo la nave, il marinaro li leva di mezzo con la stufa.--Nè mi acqueto punto all'obietto, che in fondo al Diario occorre il nome del Direttore il quale malleva di tutto, perchè il Direttore sta lì per finzione, nè si può disprezzare altrui per finzione, e molto meno trovo giusto punirlo; e poi sovente il Direttore si sceglie per la ragione, che natura ed arte gli foderarono la faccia di zinco sopra ogni altra creatura umana; non potrebbe toccare mai a cittadino onorato peggiore fortuna, che prendere briga con taluno di quelli che si appellano Direttori di Giornali; chi con le mani ignude vorrebbe raccattare lo scorpione...? Anco questo il popolo si abbia per segno di Libertà verace;--il cessare la compra e vendita delle coscienze co' danari spillati dal sudore del popolo per difendere le colpe e gli errori dei governanti, e per assassinare i cittadini dabbene. Da sè il Governo libero e degno di popolo libero si difenda aperto, franco, ed ardito, e cacci da sè lontano i sicarii; perchè, che cosa mai altro sono gli scrittori comprati se non sicarii della penna? Si, sicari della penna. E questo fu detto, e lo andremo ripetendo, finchè la esecrazione pubblica non gli abbia presi a sassi: ella è la morte dei lupi affamati; tornate, o paltonieri, ai solchi aviti, che vi piangono lontani, tornate magari nel ghetto a vendere ciarpe, scorticate clienti, uccidete infermi, tuffatevi _rospi nel sembiante_, e più nell'anima nei fanghi del Sebeto e della Dora; tutto men peggio, che vedere caduta la Patria tra gli artigli di questi sciagurati adoratori della nuova Trinità d'ignoranza, di prosunzione, e di viltà, ch'essi hanno inventato per uso loro e dei loro divoti. Intantochè la stampa, pari all'asta di Achille, non abbia curate le ferite che ha fatto, sopportiamola come si sopporta il fumo che precede la fiamma, letizia degli occhi e ricriamento delle membra assiderate. Poichè questa nostra resurrezione, mercè la setta stupida ed iniqua, che sì argomenta, assai si rassomiglia ad un campo-santo, e poichè l'alba con tanta ansietà aspettata si manifesta col raddoppiare del buio, mi proverò io a compire il debito della nuova generazione: nelle notti di estate, quando l'oscurità afosa ingombra fitta la terra, anco la lucciola pare una stella. Una volta io possedeva una cosa buona, e la gioventù un'altra, cento cotanti migliore; io aveva il braccio forte, la gioventù un petto pari all'antico _ancile_[1] lo scudo venuto dal cielo, onde allorchè io ci battevo sopra, quel cuore-scudo sprizzava scintille d'ingegno e di virtù; ora, vedrete, il suo rumore sbanderà impauriti i giovani quasi colombi alla pastura. [1] Scudo che Numa finse caduto dal cielo dalla conservazione del quale dipendevano i destini dello impero romano. L'Imperatore innanzi di rompere la guerra si conduceva nel vestibolo nel tempio di Marte dove scossi prima gli _ancili_ (erano due, uno genuino, l'altro imitato per tema lo involassero) toccava poi con la lancia il Dio gridando: _Mars vigila_, Marte svegliati. Mi si dice esserci noi discostati dalla servitù; questo può darsi: io domando questo altro: di quanto ci siamo accostati alla libertà?--Tu gitti, mi si risponde, sopra la carta la tua anima come lava ardente, e veruno ti torce un capello; un dì per questa colpa quante carceri hai tu visitato?--È vero, io sussurro sgomento, ma la carcere ci appariva gioconda quasi stanza nuziale, perchè l'onda delle passioni popolesche sommossa dalle nostre parole, ne percoteva i muri come mare in tempesta: confidavamo che le sarebbero state seme di verace libertà:--coraggio, gridavano l'uno all'altro, erpichiamoci anco su quel dirupo, superato quel monte, addio nevi, addio dolori, e fatiche; la Libertà ci aspetta tutta amorosa a mo' che apparisce la sua benedetta culla, la Italia, a coloro che scendono giù dal Moncenisio. Affascinati gli occhi dalla divina speranza, chi sentiva le piante lacere dal tormentoso cammino, e chi, sentendole, avrebbe ardito lamentarsene? Ora, valicato quel monte ci sorge davanti un'altro monte più aspro, e rigido di ghiaccio; i cagnotti dell'antica tirannide, mutata veste, tribolano come prima; della Libertà accadde quello che favoleggiano avvenisse alla Giustizia la quale volando al cielo lasciò cascarsi la veste; i Giudici di cotesti tempi lontani la presero, la tuffarono nella propria coscienza e la fecero nera; d'allora in poi, gli uomini scambiarono la toga per la giustizia, proprio a quel modo che eglino adesso per lunga stagione, hanno barattato la Libertà con le insegne di lei. E da per tutto così. Poteva durare vitale la Libertà ch'ebbe per compare il marchese Lamartine? Poteva essere Libertà quella, covata dal Barone Ricasoli e compagni, superbi odiatori del popolo più che del sangue viperino? A Parigi, come altrove, e forse lì peggio che altrove, una mano di aristocratici e di sofisti adoperarono il popolo secondo che costuma il ladro della scala per salire alle finestre della reggia, e saccheggiarla in nome della Libertà: piaggiatori palesi della moltitudine, quanto più in segreto la odiavano, non guidatori, l'accesero a brame impossibili; poi la saldarono a cannonate. Il popolo si accosciò sgomento e tu ora (atroce a dirsi!) lo raccogli per combattere guerre, che nulla gli dice essere patrie, nella guisa stessa che traduci in vincoli il malfattore affinchè paghi la pena. Con la faccia china alla terra bagnata dal suo sudore, il popolo mormora: ora e sempre, questa terra rappresenta per me travaglio disperato, e sepolcro miserabile. Chi basso, chi alto, ma fin qui tutti quelli che vedemmo succedersi, ombre grottesche di lanterna magica sopra la parete avversa, ci hanno intonato agli orecchi;--servi, paga, e ce ne avanza.--Nè ometto qualche altra cosa, che è questa:--scegliti prima il padrone, e poi, quando ti chiameremo a pagare il tuo tributo di sangue corri a gambe; se meni un solco lascialo a mezzo come costumò il Putnam americano; se ti manca cucire gli ultimi punti ad un'abito, buttalo là; se la chiamata ti coglie mentre ti curvi a baciare nella culla il tuo figliuolino, rompi la curva, e vienne via; se abbracci la tua consorte sciogliti e respingila; se cali adagio adagio l'amata salma paterna nella fossa, scaraventala giù di tonfo, corri a salvare la Patria tutto di un fiato--emula Euchida che nel giorno stesso preso il fuoco a Delfo ritornò a Platea di tutto corso facendo ben cinquanta leghe di cammino, e portò il fuoco, dopo salutati i cittadini morì;[1] e bada qui, sta' attento, la Patria siamo noi.-- [1] Plutarco in vita Aristid. § 20 La Libertà è cosa oltre ogni estimativa preziosa, bisogna che tu popolo la paghi cara, anzi carissima. Lo ha detto chi non poteva fallare. Ma dove alberga, di grazia, e come ha faccia la Libertà? La Libertà è pianta che cresce; e vive a Torino, dove gli alberi privi dell'onore delle foglie paiono spettri sette mesi dell'anno; là Libertà, guardaci bene, è fatta ad immagine nostra. Insomma, come la donna adultera della scrittura, questa _setta empia_ si frega i denti e dice:--_io non ho peccato_!--All'opposto, sfrontata e bugiarda dopo avere seguito da lontano il Lione del popolo e dopo essersi, sozzo Jakallo, pasciuta dei suoi rilievi, montata su i trampoli, strilla:---_io feci, io fui_.-- Sembra impossibile a qual punto d'insania ella trascorra, perocchè adesso senza impeto alla scoperta ti affermi:--tarlo della Monarchia, io m'imposi; trovo il mio conto a roderla, e con lei mi sto, nè fie che me ne diparta finchè io non miri il popolo in procinto di empire le città di sangue con battaglia cittadina.-- Il popolo ode queste sentenze uscire dalla bocca di coloro, che gli si professavano amici; leva gli occhi lenti e tardi a guardarli; li nota e ruguma sopra i tempi passati, e gli avvenire. E a noi, che gli parliamo parole di speranza, e gli diciamo: «non badare a cotesti insensati, è una eclissi che passa, una nuvola traverso la faccia del sole; ripiglieremo la via interrotta, cesseranno le mostre sceniche, i giorni delle vere battaglie torneranno, i generosi sul campo daranno e riceveranno perdono;--il popolo brontola cupo, e scorrubbiato:--via di qua poeti, perchè storcerete voi sempre il senso alle parole? E che prò trovate a nascondere la realtà delle cose? Lo hanno dichiarato espresso, bisogna combattere, e vincere, allora e solamente allora ci daranno ragione; essi hanno torto, e lo sentono, ma la legge adoperano come della lacciaia i butteri; chi preso tentenna, sente stringersi il collo. Per quanto amore portate a Dio lasciatemi stare; io non vi chiamerò perfidi ingannatori, ma ingannatori siete perchè vi ostinate a volere essere ingannati. Ormai, dinanzi al popolo la _setta empia_ mette due vie, quella di buttarsi sopra la terra e confidarsi nel tempo che consuma il tiranno e lo schiavo, i re, e i popoli, che logora le catene, e i polsi, i flagelli, e le schiene, appo cui tutto è foglia che disperde il verno; il tempo che ogni cosa travolge dentro ai sepolcri. Ah! poichè il sommo Creatore non volle impedire alla ingiustizia di ramificare le sue potenti radici sopra la terra a sollievo di tanta amarezza mandò la morte.--E' pare insensato, ma io popolo, affermo solennemente e predico, che senza la morte non potrei più sopportare la vita....» Ecco che ci risponde il popolo adesso che gli favelliamo liberi in tempi che salutano di libertà; prima, le nostre parole scendevano nel suo cuore, auspici la persuasione, e la speranza; adesso la rabbia le respinge pari al demonio che sbatte le porte in faccia all'angiolo, nella divina Commedia. E l'_empia setta_[1] presume conoscere il popolo, e si vanta tenergli le mani nei capelli. «Esagerazioni! ella esclama, qualcheduno di coloro che a prezzo di vita acquistarono un regno alla Italia morì di fame; forse tal'altro per non patire vergogna portò contro di sè le mani violente; le sono cose che tutto dì accadono, nè per questo se ne «turbano l'ordine delle stagioni nell'anno, nè lo appetito a noi.» [1] Io ho chiamato la setta, o vogliamo dire camorra dei Moderati, _empia setta_; mi cade adesso il taglio di chiarire la ragione, ond'io adoperassi, e continui ad adoperare così.--I _Moderati_ furono gli _assassini di Gesù Cristo_, e decisero assassinarlo giusto allora ch'egli fece il miracolo di Betania, vale a dire _la risurrezione di un morto_, di Lazzaro! Imperciocchè, i Moderati non compaiano mica nuovi nel mondo, essendo pur troppo antiche la viltà, la cupidigia, l'amore disordinato di sè, l'appetito dei propri comodi anco a danno dell'universale, la rabbia di risucchiare fino l'ultima goccia di sangue nelle vene dello stato, la libidine di primeggiare per vie oblique quanto meno si sentono capaci di arrivarvi per le vie diritte; insomma, vecchia e vergognosa la sentina della razza umana. Dopo il miracolo di Betania, i capi del partito moderato in Gerusalemme si ridussero insieme e misero in deliberazione: «Gesù e il Giudaismo possono durare insieme?» Appunto come l'_empia setta_ ha chiesto a sè stessa: «_Moderati e Democrazia_» possono durare insieme in Italia?-- Ed in Gerusalemme ed in Italia risposero: no; dunque morte a Gesù, morte al Popolo, a quello con la croce, a questo moralmente s'intende e politicamente. _Ernesto Renan_ (vita di Gesù p. 366. Parigi) in questa parte sicuramente da veruno controverso con precisione mirabile narra quale il partito Moderato in Gerusalemme, e le sue paure, e l'abiettezza, e gl'intenti interessati, e tu che leggi giudica se, e fino a qual punto ei corrisponda alla _camorra_ moderata d'Italia. Da prima, nota una famiglia sacerdotale dalla quale si cavavano i sacerdoti, donde accadeva, che mutassero nomi non governi, cappe tutte tagliate dalla medesima pezza, a cotesta famiglia facevano capo i Saducei, setta arida, nei giudizi prosuntuosa, dura di cervice, persecutrice ardente e crudele, irrisora, maligna, bugiarda solenne; per tutti costoro Gesù rappresentava l'agitazione del popolo, e veramente era; tremavano a verga cotesti coniglioli con le granfie, se ne inalberasse lo imperatore romano a cui si erano dati corpo ed anima; costoro procuravano con tutti i nervi, che le generazioni passassero _davanti la caverna dove dormiva il lione senza svegliarlo_ (concetto superlativamente moderato del signore D'Azelio) da un lato servi e tributari, per essere dall'altro padroni acerbi e rigidi collettori di tributi. Al privato interesse facevano velo della salute pubblica: questi arruffapopoli, essi dicevano come ora dicono i moderati dei patriotti, spingeranno la guerra contro Roma. Roma! Ma bisognava proprio avere dato a pigione il cervello o pur pensare alla guerra con lo impero romano attendere, industriarci a pigliare la lepre col carro, menare le cose avanti alla sordina, questa la somma sapienza.--E la sapienza era, che 37 anni dopo la morte di Cristo, del tempio non restava più pietra sopra pietra, Gerusalemme nido di volpi, il popolo d'Isdraele proprio affogato nel sangue, imperciocchè la guerra a lungo andare sia inevitabile tra popolo servo, e popolo tiranno, e gli Ebrei l'avrebbero forse vinta se in tempo traevano profitto del fermento rivoluzionario, il quale opera in due maniere: dal canto tuo ti cresce le forze con lo entusiasmo, dal canto del nemico gliele scema, ed anco gliele strugge dove abbia del bacato dentro, come appunto ne aveva lo impero romano oggimai volto al tramonto.--La virtù della rivoluzione partita da Gerusalemme fece come Scipione quando se ne andò a portare la guerra a Cartagine, passò a Roma, e ci crollò l'impero. E perchè si comprenda meglio se gli antichi omicidi di Cristo stieno per falsariga ai Moderati moderni, tu medita sopra le seguenti parole del _Renan_: «il partito dell'_Ordine_ (io piglio i vocaboli nel significato angusto, e meschino) sempre e dovunque, apparve lo stesso. Pensando, che precipua cura del governo avesse ad essere l'attraversare ogni commozione popolesca, si dette ad intendere di fare opera patriottica prevenendo con l'omicidio politico il tumultuario spargimento di sangue. Niente curando il futuro egli non pensò come combattuto il moto iniziatore correva pericolo di sgualcire la idea destinata a trionfare un dì. La morte di Gesù fu una delle mille applicazioni di questa rea politica.» Ed ecco perchè chiamo la camorra dei Moderati _empia setta_. Gli antichi Moderati, misero Cristo, i moderni mettono in croce la Italia. Oh! dateci, ridateci i nostri gesuiti, e i vecchi sbirri, e le vecchie manette; dateci tutto, tutto, a patto che ci si ridia il popolo che tremava di odio contro lo straniero, il tempo che al cittadino italiano preso in sospetto di odiare meno l'oppressore della Patria era mestieri ripararsi in istranie contrade, la stagione nella quale un'uomo perchè aveva accettato ufficio da principe assoluto trovò chiusi i cuori e le porte dei suoi amici[1], la carcere dove si poteva serivere; il Papa vuolsi aborrire per tre tiranni però che porti tre corone sul capo[2]. [1] L'auditore Forti di Pescia. [2] Assedio di Firenze. Non importa, però che l'uomo sia quasi un sasso nella mano del destino e gli tocchi andare dove si sente sbalestrato--e Nemesi duri, la quale vigila eterna; il sonno fugge dagli occhi suoi senza palpebre, il braccio di lei si agita senza posa a percotere le colpe dei mortali: cotesta è gelosa divinità e terribile, dov'ella spinge bisogna andare; conduce i volenti, i repugnanti strascina. È cosa naturale che ogni generazione si consideri la predestinata a compire l'opera del perfezionamento dell'uomo; bene provvide la natura nello infondere dentro l'individuo la baldanza di essere il prescelto a porre l'ultimo sasso all'edifizio;--ma quando l'opera gli si aumenta alla stregua del travaglio, e a mano a mano che sale gli si dilata l'orizzonte davanti agli occhi, allora comprende, generazione o individuo, se essere particola della somma Intelligenza sì, ma particola finita nella sua specie, ma frammento di opera che andrà compita in capo ai secoli, e forse mai. Perchè, quando mancassero le necessità del perfezionarsi, cesserebbero a un punto le cause del vivere, e la umanità priva di passioni rimarrebbe immobile, pari alla nave sorpresa da calma perpetua con le vele pendenti, a infracidirsi sopra il mare morto. Si contentino dunque lo creature umane di formare parte dello edifizio fatale: ognuna fie lodata pel compito, che le venne imposto, e ch'ella valorosamente condusse; e di tanto ringrazi l'_Eterno architetto_[1] che con gli occhi mortali non potrà vedere il termine della opera manifesta ed intera, le si presenta agli occhi dello intelletto: dove il corpo non giunge, l'anima vola, e se ne appaga. Se poi taluna, o non vede o rifiuta vedere, è colpa di natura se l'uccello non usa l'ale? [1] In altri libri ho avvertito che i Greci chiamarono Dio _Demiurgos_, architetto--e gl'Imperatori si appellarono primi, poi i Papi _Pontefici_; la edificazione implicò sempre idee religiose. Vi hanno tre modi di considerare il bene, e tre modi altresì di praticarlo; quanto a vederli basta un baleno della favilla divina chiusa dentro il cranio dell'uomo; circa a praticarli bisogna che la intera umanità acconsenta; io voglio dire lo assoluto, il teoretico, e il pratico; l'assoluto sta lontano lontano quasi al lato a Dio; arduo a conseguirsi, sarà la soglia a piè della quale l'ira, la cupidità, le sventure e la morte lasceranno l'uomo; sarà la porta oltre la quale la creatura umana sublimata a natura angelica assumerà forma e concetto di spirito, il teoretico, comecchè meno in alto, tuttavia apparisce sempre sublime così, che l'uomo dispera di conseguirlo, e pure lo raggiunge non già perchè egli si abbassi verso il pratico, ma si all'opposto perchè il pratico si solleva fino a lui; il pratico rasenta la terra dove lo tirano volgare istinto, voracità, ingordigia, e mente bestiale, e paure;--questo, di verme si muta in farfalla e s'indirizza in su. Se tra lo assoluto e il pratico non intercedesse il teoretico, l'uomo sbigottirebbe, non gli si parando altra via che rimanere lumbrico, o trasformarsi in angiolo. Dall'arrogante prosunzione della setta dei Moderati, oggi a tutto pasto, si bocia: _pratico! pratico_!--E che sapete voi pratico che sia, e dove arrivi, e come si amministri? Pratico, per voi consiste nel lasciare la società nella fossa dentro la quale si trova; e non alterare le sue condizioni se non in quanto ciò giovi agl'interessi che hanno gittate le loro radici fin dentro le viscere di quella. Gl'interessi oltre i propri di casa e di bottega, sono interessi di eserciti permanenti, di giudici, di preti, di giandarmi, di gabellotti, di gente che invece di produrre consuma... moltitudine d'ostriche aggrappate sul corpo alla balena... o piuttosto male pediculare della umanità.-- Questi interessi, rinterzati insieme, rabbiosi ed operosi, digrignanti i denti come belve, che si sentano insidiato il pasto, deviano sovente la umanità dal diritto cammino, abbindolandola con errori, empiendola di paure, in mille guise tribolandola, sicchè, da prima, sgomenta, ella si accoscia, poi furiosa, si avventa, e mette a sua posta paura, chè comparisce ella pure, ed è belva; lacera a destra e a manca; la libertà fugge coprendosi per vergogna la faccia.-- Il sangue marcisce i fondamenti ai troni, non feconda la pianta della Libertà; questo la esperienza insegnò, speriamo gli uomini l'abbiano appreso. I tiranni è bene che lo ignorino. Anco fu causa di maraviglia considerare come la luce, che mandarono le civiltà dei vetusti stati etruschi, greci, e romani andasse spenta dalla molteplice e tutta immane barbarie; ed a torto, dacchè presso cotesti imperi la civiltà che seguita i passi del vivere libero, essendo diventata arnese di oppressione a danno degli altri popoli, la Libertà la rompesse nelle mani loro e fuggisse via. Progresso continuo di Libertà verace non può darsi, che allora quando i popoli della terra, braccio conserto a braccio, non imprenderanno insieme il pellegrinaggio dell'anima pei sentieri della vita: considerate, l'America repubblicana combatte per la conservazione della schiavitù; la Russia emancipa o finge emancipare i servi e affoga nel sangue i Polacchi che rivendicano la libertà; l'Austria giravolta con la Francia per sovvenire i Polacchi di Varsavia, e intende tenere i piedi sul collo ai Polacchi di Galizia, e di Cracovia uno artiglio dell'aquila austriaca si allarga a lasciarsi cascare giù qualche briciola di libertà costituzionale e l'altro stringe per conficcarlo meglio nella indipendenza di Venezia, che è suprema delle libertà; la Prussia sè tribola a intrecciare un cordone dove su venti fili di tirannide pretta ce n'entri uno di libertà; in Francia, dicesi, che da lei si voglia affrancare la Polonia dalla servitù, e intanto ella traversa l'oceano per mettere il Messico in servaggio. Tra noi, il popolo si chiama a creare un Re, e si respinge da eleggersi i suoi deputati; questo è un ribollire di assurdi, perchè in una stessa caldaia hanno buttato alla rinfusa giustizia, e interesse, libertà, e servitù, berretti frigi e corone, diritto divino, e suffragio universale, Dio e il Diavolo... guazzabuglio infernale! Noi siamo sempre nel caos, ma poichè insomma creazione fu spartimento, le materie discordanti si scevreranno da sè; ciò fie doloroso, e potrebbe avvenire anco tardi, ma bisogna che avvenga. Certo, il tempo nel quale viviamo non si può reputare felice, ma nè anco vorremo dirlo infelice: però che se distiamo dal sentiero del perfezionamento, pure siamo in procinto di metterci sul tramite diritto: anco per ciò che spetta a gloria terrena possiamo non lamentarci, perchè il tributo oneroso all'errore fu pagato; e se siamo lontani dal frontone, che incoronerà lo edifizio, ci troviamo altresì lungi dalle fondamenta; ormai gli uomini non passano tutti, mescolati in moltitudine senza nome, e armonizzando nello insieme ci conserviamo nella nostra individualità diversi. Bene altramente infelici coloro che furono travolti nei fondamenti; quante gagliarde nature di uomini, quanti ingegni supremi, quanti cuori generosi ci caddero interi vita, e rinomanza! Verun poeta irradiò quella che parve tomba, e fu culla del genere umano. Nella notte si udirono due voci, ed una era della moglie che piangeva alla quale rispondendo ululava il cane fedele.... poi cessò la prima, e l'altra tacque, ma non per questo fu silenzio; al rumore delle singole creature sottentrò uno strepito profondo ed infinito, la favella dei secoli. Dov'è questa favella? Chi lo sa dire? Nelle nuvole, che passano, nelle ale degli uccelli, che volano, nella terra che crepita screpolandosi all'alito di primavera, nel granito di Mennone che dava responsi quando il sole lo investiva: voci arcane popolano il cielo e la terra, che ascolta solo colui il quale dai cieli fu destinato a sentirle; donde la voce che annunziò la morte del gran Pane? E donde quella che avvertì Apollonio Tianeo in Alessandria in quello stesso punto cadere trafitto Domiziano a Roma? Vanno ingombre le storie di annunzi di vittorie portati dalle ali dei venti. Chi per abito suole dubitare, afferma: le sono ciurmerie di empirici;--veramente molti uomini, reputati illustri, a prova si conobbero empirici; come taluno empirico poi si conobbe intelletto divino,--e si conobbe rovistandone le ceneri dopochè fu arso per mago. Orazio cantò molti forti essere vissuti avanti Agamennone; questo è vero, come altresì vissero anime elette e grandi innanzi di Lino, e di Orfeo; di loro non avanza memoria, anco il nome rimase sommerso, e tuttavia quanta costanza mirabile, e trovati d'ingegno eccellente, ed opere egregie, dolori, affetti, sventure, e tutto affondò nel mare del tempo! Ed essi ebbero a scavare con le mani il granito che col ferro, e con le polveri incendiarie domiamo noi!-- Ma se si dileguarono nella gloria dei secoli, essi stanno presenti a quella di Dio: il ricordo di loro è scritto a caratteri di stelle nel volume dei cieli: tanto maggiore premio conseguiranno, ed avranno diritto di conseguire quanto meno potrà dirsi loro: _avete ricevuto la vostra mercede_. Il Giudice, all'occhio del quale nulla è nascosto, quando gli verranno dinanzi le moltitudini degli spiriti senza numero, che pellegrinarono pei mondi, a molti, che le genti salutarono magnanimi, dirà: andate, e crescete la sostanza del Maligno: voi altri poi cui colse il desolato oblio quasi seconda morte, transfondetevi nel mio seno ed aumentato la mia divina sostanza.-- Questo, mi si oppone, è rimoto, e viaggia con le nuvole nel cielo della poesia; certo io non lo nego rimoto, ed anco immaginoso; ma io vi ho detto, che non procediamo per tempi felici, però che tali non sieno quelli nei quali l'uomo o aderisce tutto al suolo, o tutto si esalta pei cieli; dal primo stato scappa fuori il banchiere, il venditore di ciarpe, lo scorticatore di capretti, il moderato; dal secondo, l'anacoreta della Tebaide, e il bramino dell'India; solo avventuroso è il tempo dove con giusta proporzione puoi compiacere alla materia e allo spirito, andando appunto composto l'uomo di anima, e di corpo: e poichè questo adesso non si può, colpa in molta parte altrui, e moltissima nostra, di concetti divisi, e di forze infermi, meglio che curvarci alla terra, sarà bello lasciarci trasportare colà donde la nostra stirpe ci comparisce un brulichio di formicole divorantisi fra loro sopra una zolla di argilla. Dunque tu ti commetti in Dio?--Veramente l'uomo deve confidare in sè, ed in Dio; ma troppe cose vi hanno nel mondo a compire le quali l'uomo solo non basta; perochè niente o solo torni lo stesso; e finchè dura il flagello che disgrega le menti e i bracci dei mortali, ripariamo in Dio. A Dio poi è più difficile discredere, che facile credere: creature noi, use a vederci sorgere obietti dintorno creati per natura o per arte, come possiamo immaginare cosa non creata? Se Dio non fosse bisogneria inventarlo, affermano che sentenziasse il Robespierre, e s'ei il disse, fu favilla che uscì dal ferro. Noi abbiamo bisogno di Dio, nè possiamo fare a meno di credere così quando pensiamo al numero infinito degli uomini cui sembra fosse dato un cuore solo per sentirselo ferire, e braccia per portare catene, e sangue per versarlo su i campi, e su i patiboli,--e labbra, pur troppo, perchè ci tenessero incollata sopra la spugna satura del fiele della calunnia, e dello aceto dell'odio; se a tutti questi non fosse venuta ad allietare la idea dell'eterno Riparatore, quale mai tormento inventato dal demonio in un'estro di malignità potrebbe uguagliarsi all'amarezza della ora ultima della loro vita? Bella consolazione (esclamava il Generale Pasquale Paoli, che fu quasi il Garibaldi del secolo passato) bella consolazione per un'uomo il quale «per tutta la sua vita si travagliò in benefizio di una Patria, che sta per rinnegarlo; di una Libertà sul punto di voltargli le spalle, che con forze impari, male armate, peggio vestite si trova in procinto di essere assalito ed oppresso dai Francesi dieci volte più numerosi, ordinatissimi, forniti di ogni maniera di arme, squadernargli in faccia, fra un'ora una palla ti spaccherà il cranio, e tu cascherai in tutto e per tutto, zolla di terra sopra la terra!» Speriamo nella virtù altrui, speriamo ad ogni evento in noi, e sempre in Dio. Ora per me sarà divisa questa scrittura in quattro libri diversi di mole, come svariatissimi di stile; nel primo, esporrò il bisogno supremo della Italia di avere Roma.--Nel secondo, il diritto del popolo italiano su Roma.--Nel terzo, quello che il popolo ardisse per ripigliarsi la sua Roma.--Nel quarto, quello che incombe alla Monarchia eletta dal popolo, e quando, di compire su Roma. Forse non sarà giunto a mezzo questo volume, quanto spetta alla Monarchia ella avrà fatto; in questo caso l'opera mia non verrà meno, però che invece di esporre quello che doveva operarsi da lei, con altra voce ormai, con altro cuore, raccolte le forze estreme, celebrerò l'operato;--intendo dire:--_la Italia veracemente risorta su le ruine della oppressione dei Papi e degli Stranieri_. Il soccorso che mi aspettava dai gloriosi superstiti di questa guerra, non corrispose fin qui ai miei desiderii: non importa; io faccio come Abramo, mi metto in via sperando nella Provvidenza. _Deus provvidebit_. Per ora mi furono larghi dei loro ricordi il Generale Garibaldi, il Generale Sacchi, il chirurgo maggiore Ripari, il colonnello Cadolini ed altri generosi di cui il nome fie rammentato a suo luogo. Se l'ingrato silenzio dipende, perchè altri dubiti, che per me si possa compire il carico che mi sono tolto, io non me ne dorrò: potrebbe darsi ch'essi avessero ragione pur troppo;--se per modestia, la quale mai sì scompagna dagli uomini veracemente prodi, io affermo loro, e ci possono credere, che inopportuna è qui la modestia dacchè quanto essi operarono spetti meno a loro che ai tempi, e alla Patria; ad ogni modo, se volessero tacere delle proprie, perchè non favellano delle azioni altrui, massime di quelle dei defunti? Corre sacrosanto l'obbligo suscitare la fama dei caduti; io so che i morti anelano alla lode come i vivi alla luce; e pensino, che fratelli essi furono e sono, e che, la prima morte di ferro o di piombo essi ebbero dai nemici... ma la seconda, la morte dell'oblio, essi avrebbero da loro. Questo li muova, ed anco il pensiero, non darsi cosa la quale tanto dissuada da mettersi a cimento pel bene comune, quanto la vista della comune ingratitudine. LIBRO I Senza Roma non è Italia. Quando scese in Italia, i suoi passi erano quelli di un Liberatore, le sue parole quasi di un Dio. Lo precedeva la Libertà come l'Aurora va davanti al Sole;--a cui ben guardava, vedeva lei non affatto lieta dei bei colori di primavera; nè le sue pupille giocondava pieno il raggio della speranza divina; tuttavolta nè manco appariva austera a modo di sacerdotessa che strascini all'altare di Nemesi la vittima espiatoria; su pel volto le tralucevano, contendenti fra loro la fiducia di essere, e il timore di non essere placata; di tratto in tratto volgeva il capo come chi sospetta di trovarsi non seguitata o tradita. E dietro al Napoleonide veniva lo Spirito del passato; le vipere delle sue chiome pendevano giù morte in sembianza, e rovesciata a terra si tirava dietro la fiaccola senza fuoco; ma quando te lo attendevi meno, talune vipere si ripiegavano all'insù a modo di uncini, attestando non essere venuto manco in loro nè il maligno talento, nè il veleno; la teda poi di tratto in tratto mandava fumo, segno sicuro di fuoco doloso.-- Egli scese nelle terre d'Italia... e venuto sopra le pianure della Insubria, ordinò alla Libertà gli menasse davanti il destriero, il forte destriero delle battaglie, e la Libertà gli condusse la _Rivoluzione_. La Rivoluzione appena scorse il Napoleonide puntò i piedi, e drizzò gli orecchi, abbrividì; ma quegli non istrinse labbro, nè aggrondò sopracciglia... le si accostò blando, con dolci nomi l'appella, la brancica amoroso; la _Rivoluzione_ gira attorno repugnante portarlo; pensò egli allora ad Alessandro e al Bucefalo, e dubitando ch'ella spaurisse dell'ombra di lui, la drizzò verso il sole, e saltatole alla sprovvista in groppa, le disse:--_va!_ Non ci era mestiere sprone, anco della voce ce ne aveva d'avanzo, e nulla meno, ei la volle eccitare. La Rivoluzione cominciò prima a correre soavemente, poi mise le ale, volò, imperversò con la procella dei cavalli del sole quando vinsero la mano a Fetonte; allora il terrore cadde su l'anima del Napoleonide e dubitò che la Rivoluzione non trattenuta dalle pianure del mare, lo menasse diritto diritto in mezzo all'Oceano, al cenotafio lasciato vuoto dall'arduo Zio; nell'angoscia del cuore egli si volse allo Spirito del passato, gridando:--aiuto! Allora lo Spirito del passato agitò le chiome di vipere, che si drizzarono tutte fischianti, ed ei se le strappò a ciocche facendone ritorte che gittava tra le gambe alla Rivoluzione; la quale incespicandovi dentro, diè di un cimbotto in terra a Villafranca e si slogò una spalla.--Adesso il Napoleonide la riconduce zoppicando ai presepi, e lo precede lo Spirito del passato: l'erba s'inaridisce sotto i suoi piedi, e la sua strada è pel cammino delle ombre: intanto la Libertà gli ammicca dietro col capo, ed appoggiata ad un'arbore, grida; _ti aspetto qui!_ Che arbore è quello sotto cui lo aspetta la Libertà? L'arbore donde i popoli hanno cavato il ceppo e l'arnese su cui deposero il capo Carlo I e Luigi XVI. Noi abbiamo bisogno di Roma, imperciocchè lo Spirito del passato trascorrendo sopra le nostre teste ci soffi un'aura di morte; e sembra a noi, che ci vada sobillando dentro gli orecchi dell'uomo fatale il concetto antico del popolo gallo nemico allo opere, e al sangue dei latini: al popolo romano nei delirii della potenza, adesso divisa, sostituirsi il popolo francese; l'aquila di Roma morì senza crede, e fu giusto: nè aquile, nè lioni od altri animali rapaci possono somministrare la insegna a cui intende condurre i popoli a reputarsi figliuoli di un medesimo padre. Dura continua nel mondo la fede nella forza, che regna sul diritto come su di un prigione fatto in guerra. Ciò che fu lusinga di cortigiano, la Francia imperiale si travaglia a ridurre in fatto; ed è, che verun popolo al mondo deva attentarsi a dare fuoco ad un cannone se essa non lo consenta. La Francia imperiale si perigliò nelle contrade rimote del Messico per ferire nel fianco l'America repubblicana, dacchè conosca non potere vivere sicura nel mondo finchè la Libertà, ch'ella simula, messa a confronto della Libertà che prorompe da una Repubblica non comparisca falsa. A questi voli cui arieno bastato appena le ali dell'aquila romana, si logorano quelle della Francia imperiale; le sue penne cascarono; prima che toccassero terra se le portò il vento; solo in Algeria vi si posarono; ma per quanto? E poi coteste penne caddero non già all'aquila imperiale, bensì dalle ali dell'angiolo custode dei regi gigli di Francia. Non pertanto, giocatore disperato, lo Impero raccolto nuovo sangue, viene a metterlo a cimento sopra il tratto dei dadi; e se bene intendi vedrai com'egli non possa fare a meno, imperciocchè lo Impero non rappresentando _libertà_, o che significato avrebbe mai se non fosse _forza_? Però la Italia ei sovvenne in quanto le diventasse vassalla, scudo, o spada, ma adattati alle sue mani, e nelle sue mani.--Poichè, nè Francia, nè Austria si sentivano capaci di strapparsela dagli artigli intera, si trovarono presto d'accordo per ispossarla con la febbre degl'inani conati; per la pace di Villafranca la Italia apparve un tigre, che menino a spasso legato da due catene in senso contrario; ben'egli può ruggire, ma non avventarsi nè a destra, nè a sinistra: la catena dell'Austria si chiama Venezia, quella della Francia Roma, che rinterzò poi con Nizza e Savoia: più tardi contrasteranno delle due catene fra loro.--La Francia imperiale non crede, o finge non credere, supremo anelito del popolo italiano la integrità d'Italia. Quelli che si misero a capo della rivoluzione nei varii stati d'Italia, da prima, la unità della Patria ributtarono; nè può negarsi, chè le prove abbondano, e dove mancassero lo confessarono ei dessi: e poi non le consegnarono con le proprie mani Nizza e Savoia? Come pretendete voi altri che abbia fede in cosiffatta necessità, se per impetrare licenza di aggiungere alcune provincie alla Corona di Savoia, voi deste a patto due corone delle Alpi? Non fu il popolo, non noi, che respingemmo la Unità affermata col nostro sangue, e con lo spirito della nostra vita; certo non noi, che la predicavamo allorchè i più pietosi fra coloro i quali se ne vantano adesso, ci commiseravano per folli: non fu il popolo, nè noi che consegnammo Nizza e Savoia.--Voi lo vedete, questo è taglio che non si rimargina per tempo; rimarrà aperto, e sanguinoso finchè i nostri fratelli separati dalla violenza e dalla frode non tornino al seno della madre per virtù di amore, e di diritto. La Francia imperiale, io lo vado ripetendo spesso, a' termini del negoziato ha ragione; ella ha ragione pel torto di quelli che indegnamente ci rappresentarono: non posero essi in iscritto lei avere giusta causa per sospettare d'Italia? La Francia imperiale, maravigliando, non vide stipulare dai magni guidatori del risorgimento italico la necessità in lei di agguantare parte d'Italia alla stregua che questa andava ricostruendosi? Io non vo' rompere in detti impetuosi, mi reggo con ambe le mani il seno per comprimere i palpiti del cuore; ma chi questo immaginò e compì, non merita certo fama di uomo di stato, nè di patriotta, nè di cittadino italiano; adesso l'errore con lo irrequieto stridere, infesta noi veterani della libertà; i moderati hanno messo su fabbrica di uomini grandi; avendo veduto lavorare mattoni pensarono che i grandi uomini si facessero a quel modo, pigliando una manata di argilla, e cacciatala dentro alla forma spianarla; poi risecca alquanto al sole, cuocerla nella fornace, donde estratta, mettere su mucchio di uomini grandi, e di mattoni. Ma il giudicio, che fruga severo uomini, e popoli sperderà l'osceno schiamazzo e sopra la tomba bugiarda, inalzata dalla abiettezza o dalla insania, porrà una delle torri tradite e seppellirà l'uomo e la sua tomba.-- Però, le colpe altrui non escusano le proprie; nè quale piglia atteggiamento di liberatore può indurre altrui nel fallo, per approfittarsene poi: queste sono arti di usuriere, che agguindola la gioventù pel _babbo morto_. Non impunemente si grida ad un popolo: _sorgi e cammina_; nè senza pericolo proviamo il grido lanciato in mezzo alle genti: _ogni nazione è padrona della sua terra_: male si adoperano parole da eroi con intenti da ladri. Se gli uomini, i quali voglionsi beneficare con la mente annebbiata dalla vecchia servitù, vagellano offerendoti, o cercandoti cose disoneste, tu memore della magnanimità di Scipione dovevi rimbrottarli come costumò costui quando il popolo tumultuante voleva ad ogni piatto la legge del tribuno Curiazio circa al provvedere alla carestia dei grani: «tacete Quiriti, io so meglio di voi quanto conviene alla salute pubblica.» Quando l'anima nostra sente agitarsi la parte che in lei è divina, più alto non può concepire che sensi romani, nè con parole o con modi più degni significarli di quelli, che i Romani adoperarono; però, vedendo innanzi a te il pedagogo che ti menava, se non per tradimento per follia, parte di genta italica, tu nella maniera stessa che Cammillo fece al maestro dei fanciulli falisci dovevi consegnarlo agl'Italiani con le mani legate dopo le spalle affinchè lo flagellassero. Allora te, come Cammillo, avrebbero salutato Dio, Salvatore, e Padre; e volentieri ci saremmo confessati vinti dalla virtù tua, persuasi che là dov'era tanta giustizia non poteva fare a meno che quivi in sua compagnia si trovasse eziandìo la libertà.-- Pur troppo la esperienza insegna i buoni pensieri di natura alcalina evaporarsi peggio dell'etere: ma volato il sublime poteva restare il senno onde Erennio Ponzio ammoniva i Sanniti, che il popolo romano sbattessero così che in processo di tempo non levasse più il capo, ovvero co' benefizi se lo gratificassero per modo che Nemesi pigliasse in custodia; la religione della riconoscenza, e del patto. E se neppure il senno doveva restare in fondo al vaso, perchè non pensasti alla vicenda eterna dei casi umani? Te ne somministrava in copia la tua casa; nè te ne faceva difetto la tua stessa vita. Quanto al paese che la fortuna ti pose in mano, verga o scudo della umanità, potevi ricordare, che un dì Cesare stette ad un pelo di donarlo a Marco Ofrio, assai oscuro cittadino romano, raccomandatogli da Cicerone. Prevalse intero, nella mente della Francia imperiale, il concetto plebeo della Francia regia; e fu tenersi Italia vassalla, e finchè dura nel nappo, bere il vino della superbia a danno altrui; il capo dei fratelli, continui sgabello per salire sublime; i popoli arino per sè, mietano per altri; portino i pesi altrui, le battaglie altrui combattano; il mondo non cessi di comparire un sistema di tirannidi concentriche, in fondo al quale Dio regni, e governi tiranno supremo ed universale. La terra di Francia graviti sul mondo come il destino; il mare mediterraneo diventi lago di Francia; la Francia manderà la pioggia e il ciel sereno su quante terre abbraccia l'oceano; spiriti e corpi stieno legati ad una catena attorta intorno il dito indice della destra di chi impera la Francia. Questo, e non altro, il concetto altrettanto superbo quanto inane; questo, e non altro, il disegno che presumono tenere celato, e tuttavia prorompe di straforo quasi raggio di lume chiuso dentro la lanterna del sicario.--Arzigogoli furbeschi di fraudo vulgare le ragioni onde si presume onestare la perfidiosa ingiuria.--Teme il benefattore imperiale, che l'Austria alla sprovvista ritorni; e se ciò fosse, forse lo starsi i Francesi a Roma nel 1859 trattenne l'Austria da allagare il Piemonte?--Nè certo sono le poche forze francesi stanziate a Roma quelle, le quali varrebbero ad impedire gli Austriaci: bensì la tema della sua potenza, e questa essi hanno o no, sia che i Francesi occupino Roma, sia che non l'occupino, però che dal mare ed anco dal lato di terra abbiano facoltà di sopraggiungere lesti come segugi sopra le pianure lombarde.--E ventidue milioni d'Italiani non hanno mani, non cuore per difendersi dagli assalti nemici? Col pretesto di minore età vorranno tenerci sempre sotto tutela? Se ventidue milioni di uomini non si mostrano capaci di schermire la propria libertà, sentite una cosa, nè manco sono capaci di possederla. E poi si oppone la necessità che ha l'Imperatore di Francia di tenersi bene edificato il Papa; ma questo a noi niente importa, anzi preme il contrario; e a parere mio, questo non si avrebbe neppure a mettere innanzi, come quello che accenna a screzio inevitabile fra noi: qui surge la necessità di significare a viso aperto o col Papa, o con noi, però che il Papa noi sappiamo eterno nemico nostro, e causa perpetua delle miserie d'Italia. Il Papato per noi gli è proprio la volpe che il fanciullo spartano si teneva sotto la veste; ma di lui in breve più a lungo; adesso giova chiarire, che il Papa è un cavicchio nelle mani del Benefattore imperiale, non ci potendo persuadere, che a ciò lo muova la religione, la quale per certo non consiste nell'ossequio delle improntitudini sacerdotali, figlie dell'orgoglio e della cupidità del pari sfrenati: nè egli che con la propria persona le combatteva, or fa trentatrè anni, ci parve per la qualità della mente, e degli studii suoi, capace di professare oggi opinioni contrarie affatto alle antiche. Per me, credo, che il Napoleonide abbia commesso errore dal principio del regno; e forse questo errore non mi sembra al tutto volontario, bensì condotto dal mal pendìo dove primamente ei si mise, dacchè non fosse punto vero, che in Francia la famiglia di Bonaparte non avesse seguito; ce lo possedeva e gagliardo aggruppandosi intorno a questa immagine quanto di glorioso vantava la Francia in fatto di arme, e di onorato in fatto di libertà. A mio giudizio piacque la repubblica come quella che almeno in suono comprende la massima copia della libertà; poi riuscì odiosa, perchè o per necessità non saputa removere, e forse artatamente indotta, o per tradimento col pretesto d'infrenare la licenza percosse la libertà, la quale cosa non in cotesta occasione sola, ma sempre vediamo accadere: ora con esempio tanto fresco sotto gli occhi, saria stato un gran bene pel Napoleonide, e per noi, se non fosse, in grazia dello errore suo, o per malaugurato eccesso dei fazionari suoi, caduto prima nella colpa, poi nella necessità di offendere la libertà, creando a sua posta e immaginando pretesti, ed anco cause in apparenza giuste, onde sotto colore di salute pubblica poterlo fare a mano salva. I volgari reputano queste arti di regno, e lo sono, ma pei tiranni, nè sopra la tirannide fu posto mai fondamento stabile di monarchia; ad ogni modo se nei principii ti senti trabalzato a offendere la libertà, tirati presto indietro, e procura ottenerne il perdono, imperciocchè le ferite che le farai rimargineranno presto, ma la cicatrice durerà; per la quale cosa con la memoria della offesa si perpetua il desiderio della vendetta.-- Quali i pensieri del primo Napoleone su i preti più volte fu esposto, che impossibile è governare stati con le stupide cattiverie loro; dov'essi toccano, la terra sterilisce, le anime intristiscono; capitano della repubblica, egli tolse loro gran parte di terra a Tolentino, imperatore, tutta; anch'egli, come tu, scemando meritamente nella estimazione dei popoli, si volse al passato per acquistare potenza contro l'avvenire, e qui, la sua mente si ottenebrò essendo l'avvenire tale onda contro cui ripe, nè argini valgono, chè ella o li strappa, o li rode, o con acque concitate passa loro di sopra. Quantunque costasse amaro alla sua superbia, egli acconsentì curvarsi ai piedi del sacerdote perchè altri si prostrasse davanti ai suoi; pensò mostrarsi servo un'ora per diventare padrone un secolo; egli pretese tôrre di sotto al prete la fune ond'ei lega le anime, e il prete, mentre gli cingeva la corona, gli adattava il laccio della sua fune al collo. Napoleone intantochè alienata da sè la libertà s'industria ingagliardirsi col passato, percosso dall'alito mortale perde gran parte di vita; la statua giacente su la terra, e ch'egli ripone con le proprie mani sopra la base, gli casca addosso, e se non sola, aggiunto il suo al peso di altri, l'opprime. A Santa Elena, in mal punto si avvisa convertire cotesta isola in rupe dove l'invidia dei potenti lo avesse incatenato con lo avvoltoio nel fegato; veruno lo compianse; le sue catene furono il disprezzo degli uomini, e l'odio della libertà; l'avvoltoio, la sua sterminata e tuttavia stolta ambizione. Le sue prediche ascoltavano i marosi dell'Oceano, i quali rompendosi sopra la spiaggia, brontolavano come moltitudini alle parole dell'oratore doloso; se lo avesse udito il genere umano non avrebbe fiottato meno incollerito. Il giorno dopo la vittoria, il successore di Napoleone si rinvenne debole; egli credè avere posto i piedi sul granito, ed il terreno gli si affondava sotto, peggio che sabbia; tutti contro, tranne i complici, anzi nè anco questi interamente con lui; però che vi abbiano tali cose, che chi le fa di notte, ne abbrividisce di giorno; e dinanzi la propria coscienza, la colpa per difesa immalignisce.--Lo esercito poi, quello che fa per costringimento di disciplina non parte da volontà deliberata, e fatto, spesse volte detesta. Sia l'uomo costituito in condizione privata, ovvero in pubblica dignità, supplichi Dio di non essere indotto mai alla prima colpa; non già per questa prima soltanto, ma si perchè ella figli mostruosamente feconda, e strascini senza riparo:--così il nuovo monarca bisognoso, e spaurito, ad un punto, della democrazia si prova annegarne lo spirito sotto la materia, promovendo lavori manuali, accertando il pane a buon mercato, e curvando le anime alla venerazione dell'autorità: ai cittadini provvisti di beni di fortuna, epperò tremanti di ogni foglia che si agiti, squassa su gli occhi il panno rosso, ed ei ne infuriano peggio che bufali: le furie gelate dell'interesse lacerano troppo più implacabili delle furie ardenti della passione; la parte dello inferno, suprema in tormenti, è di diaccio e si chiama Caina; almanco così ha immaginato il padre Alighieri. Intorno alle minaccie di sconvolgimento universale comparse in Francia dopo il 2 decembre, per me opino, che in parte movessero spontanee, ma troppo più fossero eccitate; comunque sia, gli abbienti assistevano con religioso raccoglimento all'olocausto della libertà fatto su l'altare dello interesse loro: certo non santo il sacerdote, ma santo il sagrifizio; e quando il delitto torna, si può dire virtù; anzi è virtù addirittura. Non domandate nulla allo interesse, egli, scosso il sacco, non può darvi altro che un affamatore di popoli, uno appaltatore di ferrovie, un banchiere; la passione, certo, può darvi un Eufemio di Messina, ma altresì sola può crearvi all'uopo o Tell, o Garibaldi. Ma tra i cattivi pessimo consiglio fu agguantarsi al prete, che in tanta fortuna stavasene accartocciato; egli, dopo avergli porto la mano, lo sollevò, gli finse ossequio, lo empì di danaro, e con atti anco burlevoli, perchè soperchianti il bisogno, e' tenne averselo guadagnato ai suoi disegni; e s'ingannò a partito, perchè mentre pensava prenderlo egli rimaneva preso. Oggi, egli ne trema, e se a ragione non so: questo altro so, che usi noi a vedere da gran pezzo Roma sacerdotale rappresentata da un vecchio debole di corpo e della mente peggio, ci sa di morto, e nè la rispettiamo, nè temiamo. Pure, posto eziandio, ch'egli a dritto tema: o perchè presume che noi ancora abbiamo paura dello spettro che ha evocato? Noi dobbiamo non portare il peso dei suoi errori; se commise colpe egli le espii: qui appunto stanno le ragioni dello screzio fra noi, che come noi non fummo complici dell'atto, così non intendiamo sopportarne le sequele. Noi pertanto abbiamo bisogno di Roma, conciossiachè durando la Francia in cotesta nostra terra, sorgano due necessità; la prima, in lei di tenerla ai comodi suoi, e ai danni nostri; la seconda, in noi di odiare la Francia quanto Austria, e peggio, chè la offesa del fratello e dello amico irrita gli animi troppo più profondamente che quella mossa dal nemico.-- Noi abbiamo bisogno di Roma. Il Papato, un dì, camminò sul tramite che gli segnava il sangue di Cristo e apparve al mondo verace ministro di lui... ma giunto al bivio forviò mettendosi su la strada dei beni terreni, e poichè allora precedeva la intelligenza universale, intese a comporre con la venerazione, gli errori, la potenza, e le altre cose di cui aveva copia un'argine oltre il quale non si dovesse avventurare la umanità, pena il fuoco dello inferno; quando poi ella vide, che se non gli uomini tutti, almanco taluno, di questo fuoco lontano non temeva le scottature, ci surrogò un buono, e bel fuoco di fascine da cocere il pane e calcinare le ossa degli eretici.--Nè valse; le colonne di Ercole mal poste nel mondo fisico, peggio si presume porle al mondo morale, e la Chiesa per opinione mia, sparse il seme della sua ruina il giorno in cui si affermò compita; imperciocchè limite nello spirito sia immobilità, attributo della materia; da quell'ora in poi ella fu impedimento in mezzo della via; da prima, lo intelletto umano si sforzò forarlo, e ci riuscì con le riforme le quali traversando a fatica per cotesto pertugio tanto o quanto uscirono mescolate co' frammenti che ne staccavano, e ciò fu molto rispetto alla negazione, poco per la filosofia, o vogliamo dire per lo specolare liberissimo della umanità, il quale sdegnoso di ogni sentiero, che apertissimo non sia, ha cumulato onda sopra onda, e adesso passa su cotesto ostacolo senza pure far gorgo. Non si può, e molto meno io voglio disdire, che buona parte di umanità rimanga di qua dall'argine, ma ce la tengono la usanza, e lo errore, che d'ora in ora dimoiano meglio, che neve di aprile.--La umanità che pensa ed ama, non offuscata da tristi partiti, oggimai per mirare la Chiesa cattolica bisogna che si volti addietro; e senza ira, le dice: «tu mi sparisci nelle nebbie del passato; non io ti condanno; ti condannasti tu stessa alloraquando ti togliesti di camminare innanzi; io precedo con Cristo trionfante, quello che io ti lascio, è il suo sepolcro vuoto.» A queste cause antiche ed universali di mortifera decadenza, il Pontificato ne aggiunse altra recente e peculiare al nostro paese; pensando egli riprendere lena co' sermoni dei vecchi, raccolse vescovi di ogni gente a Roma perchè dichiarassero in modo solenne, sacro, e santo, e necessario il potere temporale al governo delle anime: nè qui passavano il segno, passarono il segno, e fu oltraggio e minaccia quando bandirono Roma non appartenere agl'Italiani, bensì a non so quante centinaia di mila cattolici.--Dopo ciò, la guerra è rotta. Roma importa diventi nostra e subito, o noi cessiamo favellare della unità d'Italia.-- Sia che il popolo largisse Roma al Pontefice, o i greci Imperatori, o i franchi gliela donassero, non può fare a meno che gliela dessero come a principe, o delegato di principe, e gliela trasferissero nel modo ch'essi la possedevano; ora il derivato non ha, nè esercita maggiori diritti di quelli che gli vengono dalla sua origine: e ciò quanto a legge.--Verun caso come il presente somministra argomento di paragone migliore per chiarire come la potestà temporale contenda con la spirituale, e la confusione dei fini loro affatto diversi, generi cozzi perpetui, nè rimediabili mai.--Quanti professano la medesima religione si appellano, ed estimansi figli del Dio che venerano e dei suoi sacerdoti, i quali si affermano immagine visibile, o vicarii, o interpreti del Dio invisibile, membri tutti della medesima famiglia spirituale, fratelli nella orazione, partecipi dei sagrifizi, quanti vivono, arbitri accedere nel tempio del Dio vivente e pregare: ciò viene dal diritto della comune religione, e s'intende; ma che di punto in bianco, scambiando lo spirituale col temporale, quanti sono credenti in una fede si tengano signori e padroni della terra dove sorge il tempio od abita il sacerdote del Dio questo non s'intende, e non è. Un'uomo di molta dottrina, amico mio dilettissimo, e per singolare ventura fratello del Cardinale Viale Prelà, autore del famoso concordato con l'Austria, favellando meco sovente con assai garbo, mi mostrava il partito miserabile, che i Preti di Roma in ogni tempo confondendo le cose dello spirito con le materiali, procacciassero ai proprii interessi sia mediante l'abuso delle metafore, sia con lo equivoco dei traslati, sia con qualunque altro argomento tornasse loro più a grado; nè solo ne favellava, ma sì ne volle l'ottimo cittadino lasciare ricordo stampato nel suo libro dei _Principii delle belle lettere_: «dallo abuso delle parole, egli ammonisce, di leggieri si trapassa allo abuso delle idee, ed anco alla pravità delle opere; così, dagli appellativi di gregge, di pastori e simili, attribuiti ai cattolici ed ai sacerdoti loro, ne scappò fuori la conseguenza che la Chiesa possedesse il diritto di ammazzare gli eretici, i quali, a mo' di lupi le insidiavano il gregge; di fatti, il gesuita Salmeron oltre questa, non porta altra ragione per mettere la mano nel sangue: _lupos interficendi, idest corporalem vitam hæreticis auferendi_. Narrasi che in Inghilterra alquanti congiurati si peritassero a minare, e buttare in aria il parlamento dov'essi annoveravano non pochi parenti ed amici; desiderosi pertanto di porsi in quiete la coscienza consultarono il padre gesuita Gametto sul quesito se fosse lecito senza commettere peccato sobbissare una _torre_ dove tra cento nemici occorressero otto o dieci amici; e il gesuita che aveva subodorato la trama, rispose: sicurissimamente poterlo fare, e senza uno scrupolo al mondo; dopo ciò, non istettero più dubbi come quelli che per traslato erano usi chiamare il palazzo di Westiministere la _torre dell'eresia_.--Altro esempio calzante, è questo altro; nelle controversie lunghe e terribili tra il papato e le corone, circa le investiture, la Chiesa misusò fellonescamente delle parole _adulterio, sacrilegio_, ed altre cotali, fondandosi sopra il testo delle Scritture:--la Chiesa è sposa di Gesù Cristo.--e su l'altro: io ho detto a voi sacerdoti: voi siete dei, da ciò, per linea retta perpendicolare nella geometria della Chiesa, adulteri, violenti, pirati, e ladri, chiunque si attentasse toccare pure col dito quanto la Chiesa aveva detto: _è mio_; e a modo di corollario, quale gli avesse spenti di ferro o di veleno diventava santo o giù di lì.» Ragionando sempre alla medesima guisa, ognuno dei cento milioni di cattolici, come ha diritto di pregare nel tempio, possiede pari diritto sul tempio, su la terra che lo sopporta, e sul paese che serve a mantenere il tempio e i sacerdoti; e siccome ognuno non può nè deve portarsene via un frammento, può impedire e deve, che altri se ne impadronisca. Così Roma, nel concetto dei Preti diventò, quasi Tebe dalle cento porte, o piuttosto una casa aperta a tutti i venti; le chiavi essi impugnano, non mica per chiudere, bensì sempre per tenerne spalancato lo ingresso; e perchè accogliemmo il Prete e lo nudrimmo, eccoci fatti una cosa _nullius_; siamo preda del primo occupante: noi respinti dal dominio di casa nostra, mentre in casa nostra hanno potestà gente remotissime e selvaggie, le quali forse nè manco sanno Italia che sia, nè dove giaccia Roma. Anco a noi sia lecito cavare una conseguenza dalla dottrina, che il Papato professa, la quale è questa: poichè per diventare padroni in casa nostra bisogna che il dominio sacerdotale cessi, e poichè il prete intendo esserne il portinalo per aprirne l'uscio a quanti presumono entrarci--sgombri dalle nostre dimore. Noi non ravvisiamo il vicario di Dio che letifica i suoi figliuoli con la libertà in colui, che ci vorrebbe sottoposti a perpetuo ed universale servaggio. E se vuol fare il portinalo vada in paradiso a dare la muta a san Pietro, che a quest'ora deve essere stracco. Noi abbiamo bisogno di Roma però che colà si annidino tre voleri pari, e tre poteri dispari ad impedire con tutti i nervi, che la Italia si compia. Instituti barbari furono gli asili, i quali provocavano un dì più delitti, che non ne reprimessero lo pene un'anno; e tutta via sopportavansi; tanto è disagevole sradicare dalla società un'ordine di cose, il quale nei tempi ebbe pure argomento di vita, quantunque adesso siasi trasmutato in argomento di morte. Di fatti, nei tempi eroici e nei barbarici la espiazione del delitto importava molto all'offeso, ed alla famiglia di lui, al pubblico poco; oggi procede il contrario: e poichè i delitti si componevano allora con danari, di cui la voce più tardi si fa sentire nei petti mortali gagliarda sopra quella del sangue, premeva salvare il colpevole dai primi bollori dell'offeso, dove il grido del sangue supera quello dell'interesse. Anco sulla consegna dei rei, riparati in paesi stranieri, si pendeva incerti se la si dovesse ributtare, ovvero promovere; nè questo in tempi lontani, bensì pure ieri, nè da ingegni vulgari, al contrario eccellentissimi; a mo' di esempio dal Beccaria: e ciò perchè non reggevano da per tutto miti le leggi, nè sicuri ci si formavano i giudicati; ai tempi che corrono, se la libertà non fece troppi avanzi, e se la giustizia politica brancola sempre per acciuffare, per quanto poi spetta l'amministrazione della giustizia nei delitti comuni tra stato e stato, poco divario occorre; e quando fie abolita la pena di morte screzio, a mio credere, non ce ne sarà veruno. Oggi, finalmente, acconsentendo a sensi civili sentiamo quanto sia indegno, che speri asilo nel tempio colui, il quale lacerò truculento i precetti del Dio che si adora là dentro; ovvero nella dimora dell'oratore, o negli stati del principe, cui ha da correre l'obbligo di operare in guisa che ogni parte di mondo vada immune da delitti. Solo dall'obbligo della consegna si escludono gli accusati e i condannati per colpe politiche; e questo io reputo ingenua confessione dei governi che nelle faccende di stato o non sanno, o non vogliono praticare giustizia. Or bene, ciò che la Corte di Roma nè anco ai tempi di Sisto V pativa, oggi patisce; nè soffre solo, bensì promuove, ostenta, e se ne vanta. Ma là dove si trattasse sottrarre un capo dalla scure, e il rifuggito agitassero la paura ed il rimorso, di ora in poi egli avesse a strascinare la vita penosa come palla incatenata ai suoi piedi, nè inteso ad espiare l'antico potesse commettere nuovo delitto, forse vi sarebbe tale, che non approvando mai, pure compatisse alla pietà del sacerdote del mitissimo fra quanti Dii furono al mondo, e sono. Ora, ditemi, uomini italiani, egli è così che si mostra il sacerdote romano? Quando mai il preteso vicario di Cristo si mostrò avaro di sangue, comecchè innocentissimo? Costui mette lo sentenze di morte ai piedi di Cristo! Ma che mai gli hanno a dire i piedi di Gesù quando gli manca un raggio della bontà del suo cuore?[1] Quando ei fuggiva da Roma con la pisside di Pio VI in seno, e al fianco la donna Spaur, nata Giraud, egli non cessò mai (racconta la donna Spaur) supplicare il divino Redentore per la salute dei suoi persecutori, i quali più tardi mandava spietatamente a morte[2]. [1] Pio IX pose la sentenza di morte del Locatelli ai piedi del Crocifisso, e poichè dai piedi di lui non gli venne ispirazione alcuna, lo mandò al supplizio. [2] Pendant toute la route il ne cessa d'adresser au Redempteur des prières pour l'amour de ses persécuteurs, et de reciter le breviaire et d'autres oraisons avec le père Liebel.-- Merita altresì essere notato il caso della pisside affatto ignoto o poco manifesto. Il Vescovo di Valenza mandò a Pio IX la seguente lettera, la quale gli fu consegnata solo il 21 Novembre 1818. «Santissimo Padre «Nelle sue pellegrinazioni, massime a Valenza dove morì, il grande Pontefice Pio VI portava la santissima eucarestia sospesa al petto proprio, o su quello dei prelati che lo accompagnavano, ed egli desumeva da questo augusto sacramento luce per la sua condotta, forza nei suoi patimenti, consolazione nei suoi dolori, pure attendendo il viatico pel suo passaggio alla eternità. «Io possiedo in modo certo ed autentico la _pissidina_, o vasetto, che serviva a questo così santo, pietoso, e memorabile uso, e mi attento farne dono a Vostra Santità. Erede voi del nome, della sede, delle virtù, dei coraggio, e quasi delle tribolazioni del grande Pio voi forse terrete in qualche pregio questa modesta ma pure importante reliquia, la quale, io spero, non dovrà più essere adoperata in pari uso, e nondimanco chi conosce gli arcani della Provvidenza e chi, le prove a cui Dio serva la vostra Santità?--Io prego per voi con amore, e con fede.-- «Lascio la pisside dentro il borsellino che la conteneva appunto com'era quando se ne serviva Pio VI portandola attaccata al collo.-- «Io conservo grata memoria e riconoscenza profonda della bontà vostra verso me nell'ultimo mio viaggio a Roma; degnatevi, santo Padre, aggiungervi la vostra benedizione apostolica che aspetto prostrato ai vostri piedi.» «Valenza 15 Ottobre 1848 «Pietro Vescovo di Valenza. Relation du voyage de Pie IX a Gaète par M. la Comtesse Spaur, nèe Giraud. Paris. Antyot 1852. p. 9 et 27. E poi ben'altra è la ragione dello asilo che adesso fre Roma ai masnadieri della terra. Non si tratta già salvarli alla pena, al contrario, spingonsi ad uccidere e; essere uccisi; non gli accoglie dopo commesso il deliti bensì gli ordina, e li manda a tuffarsi le mani nel sangue non alla espiazione, ma alla colpa: il danaro raccolto dalla pia credulità dei fedeli a Roma si converte in istrumenti di morte; costà si fabbricano pugnali che per temperare più taglienti dopo averli arroventati nel fuoco del sacro cuore di Gesù, spengono dentro l'acqua benedetta.--Che vorrete contrapporre voi altri sacerdoti, e sacerdotali? Per avventura, che ogni partito fu sempre giudicato buono quando o si difende, o vuolsi ricuperare il proprio? Di questo a suo tempo: intanto il Papa è o no! vicario di Cristo?--È.--Badate, Cristo rampognava Pietro quando percosse Malco i! servo del sacerdote Kaiaffa: «riponi il ferro; chi di coltello ammazza conviene che muoia.» Ora, di grazia, gli è questo il Cristo di cui si chiama vicario il Papa ovvero un altro? Veramente, che i preti a Roma si sieno fatti complici di quanti masnadieri ci vomita il mondo da loro non si nega; anzi, si ostenta senza pur darsi pensiero che a cotesto modo operando rendono aborrita quella religione sotto la quale riparano i fatti nefari. La religione, essi pongono, come Federigo Barbarossa sospese vivi i corpi dei tortonesi prigioni, intorno alle torri nello assedio di Tortona, io vo' dire perchè i cittadini cessassero il saettame, o continuando, prima di arrivare ai suoi arnesi di guerra, traferissero i petti dei congiunti: ma se taluno si attentasse negare il rapporto della commissione d'inchiesta intorno lo stato delle provincie meridionali, io noto, che ne allego i fatti non già la esposizione, la quale dice e non dice, rivela e nasconde, biasima e loda, come le balie (ho udito raccontare) un passo ella muove innanzi e due indietro... si mostra e non si mostra, pari a Bertoldo quando si presentò con un vaglio davanti la persona al re Alboino; al pane sembra che senta orrore dire pane, e sasso al sasso, la piglia larga, e poi stringe a randa, leva a cielo la giustizia e il diritto per nabissare l'una e l'altro a mo' dei saltatori, che si tirano indietro e pigliano la rincorsa per isfondare i cerchi: i diritti altrui dissimula, gli spogliati oltraggia, e sovente ti richiama al pensiero quel Fimbria, di cui narra Valerio Massimo, che ai funerali di Caio Mario investì Scevola ferendolo malamente nel volto, e poichè costui si salvava fuggendo, Fimbria imbestiato gridava volerlo accusare al popolo; di che taluno maravigliando lo interrogava, che mai potesse apporre a Scevola, e Fimbria rispondeva: «--non avermi lasciato ficcare tanto il mio stile nel suo corpo da poterlo uccidere.» Lasciamo coteste sazievoli e vulgari compilazioni monumenti di colpa, di piaggeria, di astio, e di paura a bandire un diritto appo il quale conquiste, trattati, prescrizioni, e tutto, viene meno; il diritto del popolo, che vivendo ara, difende, e ricupera la terra ove è nato, e morendo cresce con le sue ossa la terra dove giace sepolto. Lasciamole, dico, e condiderate sola la parte compilata dal deputato Castagnola copiosa di fatti quanto sobria di parole, e vedrete quale l'opera nefaria di Roma, e quale scellerata miscela per lei si faccia di religione, e di omicidii; mirabile a dirsi! Un Romano di Gioia, il quale per errore di mente si dà ad intendere essere campione della fede e difensore del trono, conosciuti tardi i compagni suoi, così lasciava scritto nei suoi ricordi: «siccome in questi era unicamente il pensiero di rubare.... cominciarono ad agitarsi contro di me dicendo:--noi siamo usciti in campagna e siamo chiamati ladri, dunque dobbiamo rubare, e se il nostro capo non fa come noi, mala morte farà, oppure rimarrà solo.» E tuttavia cotesti compagni suoi pigliavano nome di _Giurati alla fede cattolica_; con sacramento obbligavansi a difendere mediante la _effusione di sangue_ Dio, il sommo Pontefice Pio IX, Francesco II re delle due Sicilie, ed a combattere i _ribelli della Santa Chiesa_[1]. Pasquale Forgione presso a morire, presago che i bersaglieri i quali gli stavano dinanzi fossero ordinati per metterlo a morte, disposto a confermare le sue dichiarazioni al confessore protesta _combattere per la_ _fede_. Se gli obiettano la fede cristiana aborrire dalle stragi, dagl'incendii, dalle immanità di cui egli si è contaminata l'anima, egli risponde: «di questo non sapere niente, egli combattere per la fede, lui essere, benedetto dal Papa e possedere documenti chiari, mandatigli da Roma; chè chi combatte per la santa causa del Papa, e del Re Francesco non fa peccato.»--Nè costui si scuote punto allo annunzio della morte imminente, e nè al giusto terrore, che il giudice tenta incutergli con le parole:--«ma come di tante scelleraggini hai tu potuto tenere per testimone, e, nel tuo pravo concetto, complice la Madre di Dio portando appeso al petto questo laido abitino con la sua effigie del Carmine? Di peggio non potrieno fare li stessi demoni, tu hai deriso la religione, e Dio.»--Senza commoversi il Forgione persiste: «io, ed i miei compagni abbiamo la Madonna nostra protettrice, e se aveva la patente con la benedizione non sarei stato certamente tradito[2]» Il Borjès, anch'egli, maledisse il momento in cui abbindolato, mentre crede trovarsi preposto a partigiani agitati dallo spirito della fede si mira attorno una collezione di rappresentanti di tutte le galere di Europa; lo stesso Tristany ebbe a mettere le mani addosso al Chiavone, e farlo fucilare pei suoi delitti: affermano che ciò cocesse al re Francesco, ed è credibile la fama imperciocchè vediamo licenziato il Tristany; e forse può anco darsi che costui ammazzasse il compagno meno per odio delle scelleratezze commesse, che per gara di comando: con gente siffatta s'indovina sempre quando si pensa al peggio. [1] Relazione p. 172. 73. [2] Relaz. alleg. pag.170, 71. E' fu avvertito come Roma noccia forse assai più con i sobillamenti morali, che per forza di arme, e questo non sembra possa negarsi; nè danno siffatto muove solo dai preti, ma dal Borbone altresì, e dai Francesi. Quanto alle armi, agli ordinamenti, ed ai fini del Borbone, pari a quelli del Prete, e non occorre farne altra parola, senonchè meritano considerazione due cose: che il Pontefice come signore temporale non dovrebbe prendersi la scesa di capo pei negozi di Napoli; e s'ei lo fa ci è indotto dal pensiero di rattrappare la terra pel cammino del suo paradiso, come a cui ci vuol credere dà ad intendere, che possa espugnarsi il cielo rimettendo nelle sue mani il diritto del popolo sopra la terra; se sieno fratelli in Cristo può dubitarsi, ma fratelli nella tirannide si sentono e sono: l'altra, che Francesco Borbone stanziando a Roma si è posto in luogo strategico unico al mondo, e dico unico, imperciocchè colà non pure si trovi difeso da amici potentissimi, ma gli stessi nemici confessino non volerlo o non poterlo combattere; però con sicurezza intera, a bello agio, senza pericolo di un pranzo, o di un sonno turbato, egli ordina, insidia, trama, e mantiene la guerra civile: non valeva certo il pregio superare Gaeta; in ben altra fortezza si rinchiuse il Borbone; almeno Gaeta non ci fu impedita, o poco dagli amici nostri; di Roma adesso, così ci persuadono gli amici, noi dobbiamo rispettare le benedizioni apostoliche, e gli stiletti. Ora ecco quanto allegano Francesco di Borbone, e i suoi fazionari in prò suo e di loro.--Noi ripigliamo il nostro; nostro il regno, nostri i popoli; ci vengono per baratti, per trattati, in virtù di carte sottoscritte, bollate, in buona forma, e guarentite; ond'è che ce ne cacciaste fuori? O piuttosto perchè vituperando il rapitore vi avvalete della rapina? Voi barattate le carte; gli spogliati siamo noi, e voi c'infamate per ladri se per ogni via c'industriamo riagguantare il nostro; sicuro! ai nemici si ha da nocere meno, che fie possibile, ma le sono sentenze da starsi nei libri del Grozio, e del Puffendorffio; un dì queste magnifiche cose non sapevano i principi, e non facevano; oggi le sanno ma non le fanno; ecco il divario che passa tra il vecchio e il nuovo.-- A me Borbone che apponete voi? Il diritto del popolo? Ma voi tremate a verga quando obbligati mettete fuori questo diritto; le parole escono scorticate dai denti stretti, e su le labbra vi levano le gallozzole come se fossero corrosive: voi amate, e voi fate capitale del popolo come lo amo, e lo avrei curato io; un'ora libero ma per darsi il padrone, e poi schiavo per _omnia saecula saeculorum amen_. Ma via.. di che popolo mi contate voi? Certo non erano popolo i miei ministri corrotti per tradirmi, nè popolo i generali comprati per vendermi; e dalle mani di questi non da altri si agognavano consegnate le mie spoglie, forse il mio sangue; e poichè si voleva mutare soma, non servitù, procuravasi con affannosa sollecitudine, ch'egli, il popolo, non se ne accorgesse, e nè manco levasse il muso di su la consueta paglia che pasceva. Certo, costoro cupidi di guadagnare, non ci era pericolo si spendolassero per tema di perdere, e tuttavia ebbero premii non solo dei traditori arrisicati, ma sì dei guerrieri virtuosi; i miei di Spagna pagarono Maroto; (fu pagato anco Giuda) poi lo cancellarono dalla memoria degli spagnuoli. O per avventura presumerete chiamare popolo quei mille uccelli di rapina che si avventarono alla sprovvista sul mio regno, e lo misero sossopra più per istupore, che per terrore della loro audacia? Udite: o voi li sovveniste, o no. Se li sovveniste nella opera da corsale, io vi chiamerò complici, io, insidiatori, io, pirati regi; e contro cui? Contro un re fanciullo; inesperto di regno, sottomesso ad odio sterminato per le colpe dei suoi maggiori; mallevadore innocente, e sventurato. Forse mi ostinava io a seguire le orme paterne? Non elargiva volenteroso quelle larghezze del vivere civile che mi si chiedevano? Negai cosa alcuna? Io distendeva la mano supplice perchè sostenessero i miei passi, e verso cui la sollevava? Ad amico, ed a congiunto per vincoli strettissimi di sangue. No, voi non li sovveniste; ve ne siete vantati così per ispavalderia, o piuttosto per necessità di perfidiare, che a voi non conviene l'antico: _sic vos non vobis mellificatis apes_ con quello che segue, e vale: le api ripongono il miele nei fiali, e i calabroni se lo mangiano. Non lo giurate, perchè tanto io vi terria spergiuri; ma, udite, caso mai voi foste complici, io vi cito a comparire al Congresso dei Rè che intima l'Agamennone francese e quivi vi accuserò di fellonia.--Ormai la Storia ha inciso nelle sue tavole, _e con le vostre parole_, che voi pregaste il capitano di cotesti avventurieri a non valicare lo stretto di Messina; voi spediste _gente giurata a voi ed a lui cara_,[1] perchè gli attraversassero la via; voi commetteste alla favilla elettrica di bandire al mondo la vostra ruina se il Garibaldi prima dei vostri soldati toccasse la Cattolica: o non vi ricordate, che otteneste la pazienza altrui per la presa della Umbria, e delle Marche appunto con la paura della rivoluzione? Non vi profferiste voi, proprio voi, di sperdere con civile battaglia la rivoluzione? E pure ieri,...testè, uno di coloro che ora governano, dichiarò aperto al Parlamento ributtare con tutti i nervi da sè la rivoluzione, nè avere saputo mai, che in Italia si operassero rivoluzioni; il moto ultimo, che raccozzava insieme ventidue milioni d'Italiani aversi a definire così: «svoltatura della Italia in senso monarchico costituzionale[2]» [1] _La pudica altrui moglie, a te si cara_! _Parini_ [2] Veramente egli disse _evoluzione_, ma concederebbesi volentieri ai Governanti di non favellare italiano a patto che italianamente operassero. Bene stà; anco qui vi credo; ma allora perchè non foste meco a combattere i briganti? Perchè più tardi, e non in quel punto mandaste armati a _schiacciarli_? Cotesta fu la caccia al Falcone, gli levaste il cappello, lo avventaste contro il colombo, poi agitando il logoro per richiamarlo, gli riponeste i geti appollaiandolo sopra la stanga.--Perchè mai briganti quelli che in nome mio movono contro voi, e non briganti coloro che si gittarono contro me in nome vostro? Forse in virtù del plebiscito? Ma di plebiscito allora non si ragionava nè anco. Poteste, e sapeste risoluti troncare le gambe all'avventuriere in Aspromonte quando ei si spinse contro Roma, o come non poteste e non sapeste fermarlo quando calò su di me falco rapace per rapire a conto altrui?--Io era un libro bianco; dovevate aspettare prima di gittarmi sul fuoco a vedere che cosa ci avrei scritto: ecco, prima di peccare io mi trovo condannato; l'esilio amaro, il vituperio, forse la morte mi aspetta per colpe non mie. Chè se voi dite tradimento il combattere disperato dei miei, per me lo giudico magnanimo; ad ogni modo egli ebbe inizio dopo non prima la cacciata da casa mia. O che pretendete voi che i miei campioni battaglino alla vostra maniera per darvi agio di vincerli? Forse voi a mo' dei cavalieri antichi rifuggite dagli agguati? Aborronsi da voi tranelli ed insidie? Ogni arme buona in guerra massime in questa slealissima dove le armi ministra il furore. Ah! voi m'infamate ladro, e ladri i miei; restituitemi il regno, e pagherò regolarmente le milizie così, ch'io le dannerò alle debite pene dove commettano la millesima parte di quello che pure fanno le vostre pagate e nudrite su le mie terre col mio. Certo, si capisce, che voi avreste a grado rinvenire pei boschi i miei fedeli morti d'inedia, o attriti dal digiuno in guisa da pigliarli come conigli in parco; grande invero e truculento il misfatto loro non volere finire di fame; hanno torto, ma da necessità costretti dove trovano arraffano: difettano i miei della vostra virtù, e pensano giustificarsi con la sentenza dei pubblicisti, che afferma nei supremi bisogni rivivere la pristina comunione delle cose. Quanto ad opere di sangue riardono dentro noi l'ira dei traditi e la rabbia degli spogliati; avventurosi i vostri i quali immuni da cosiffatte passioni possono procedere benignamente miti.... Voi non ammazzate a sangue freddo persona, non inferocite mai, non trucidate l'innocente invece del reo, udite sempre le discolpe, attendete le testimonianze altrui, i supplici esaudite, i traviati perdonate, all'altrui pianto piangete.-- Devo, io rendere conto al popolo delle colpe paterne? Ma, io figlio per piacere altrui non doveva mostrarmi snaturato: chi si raffida rinvenire ottimo re in pessimo figliuolo fa male i suoi conti. A me non istava maledirlo. Se il padre mio fu spergiuro, se nemico alla libertà, se crudele, se, cupido quanti principi furono nei tempi passati diversi da lui? E pure qual re di piccolo stato, come egli, seppe opporre porre animo alteramente sdegnoso contro Potentati, che sgomentavano allora, e sgomentano adesso col solo aggrondare del ciglio i minori regnanti? Se nella mente del re mio padre capiva il concetto di dominare la Italia certo è, che veruno al mondo se lo sarebbe reso mancipio. E voi al re del mio regno moveste mai rimprovero delle colpe paterne? Non osaste, e sta bene; ma perchè a me sì, e a lui no? Dunque non camminate nelle vie della giustizia; voi adoperate due pesi e due misure; ma troppo voi ardite di più, che mentre rovesciate contro la memoria del padre mio parole ardenti da disgradarne la lava del mio Vesuvio, voi rubereste i raggi al sole per circondarne la tomba del re Carlo Alberto; voi consumaste per celebrarlo ogni metafora panegirica, la favella nostra giace rifinita pel saccheggio degli aggettivi encomiatori sbraciati su la memoria di lui. La pietà e la modestia dovevano essere poste custodi a cotesto sepolcro: voi ci metteste la menzogna e la provocazione. Chi fosse il re Carlo Alberto io vergognerei desumerlo da gente vendereccia di cui la coscienza si acquista a un tanto la canna; guardimi Dio da tirare innanzi il giudizio di uomini stranieri, o a me devoti: mirate, io vi squaderno davanti agli, occhi tre testimonianze de scrittori piemontesi, tutti reputati uomini retti, comecchè zelatori di massime fra loro diverse, e ministri suoi; le quali scritture essi dettarono non pure mentr'egli viveva, ma altresì quando l'anima di cotesto re riparava sotto il manto del perdono di Dio, e di quello degli uomini: potendo più in taluno di loro l'amore del vero commecchè con certezza di tornare sgradito, per la piaggeria provvisioniera di tristo pane, e d'infamia. Prima il conte Santorre Santarosa morto per la libertà a Sfatteria: quel desso Santarosa, ad onorare la memoria del quale mercè povera lapide, ora il Piemonte tardamente pietosa va in volta a razzolare con pena pochi danari, il Piemonte, che dianzi si votava le tasche di rincorsa per erigere al morto conte di Cavour monumento regio:[1] mirate qui vi narra come il principe di Carignano Carlo Alberto acconsentisse alla rivoluzione del Piemonte, la quale doveva accadere nel giorno otto marzo 1821; il dì innanzi, ecco correre una voce nefasta: Carlo Alberto avere disertato dalla bandiera; ed era vero; tuttavia ei rampogna i congiurati di poca fede sicchè tornano a deliberare il movimento, e nondimanco mentre Carlo Alberto assicurava i congiurati del suo consenso pienissimo spediva ordini, e disponeva le cose per modo da rendere impossibile qualunque atto a Torino esponendo a pericolo mortale il Santarosa ed il Collegno! e fu tiro cotesto, che a parere del Santarosa, potrebbe qualificarsi perfido, ma ch'egli, discreto, desidera piuttosto attribuire a naturale ambage della indole di lui.--Considerate attenti il libro del prode Santarosa: Carlo Alberto il giorno 13 marzo annunzia la costituzione dalle finestre del palazzo, il 14 la giura..., accorsi i Milanesi a profferirgli di buttare all'aria la Lombardia, gira nel manico, e si tira indietro, onde al conte Santorre tocca dire: «dov'era andata allora, o Principe, la smania antica di liberare la Italia dallo straniero? Donde in voi siffatto mutamento? Forse, l'ardire si destava in voi quando la occasione di adoperarlo era remota, e cagliava avvicinandosi?» Il rifiuto del re di ricevere Lisio, Santarosa, e Collegno si giudica come difetto di cuore a sostenere i liberi sguardi di tre animosi cittadini, mentre forse fin da quel punto gli stava fisso nella mente il pensiero di tradire la Patria.--Se in vece di Villamarina prepone al ministero della guerra il cavaliere Bussolino, sì il fa: «perchè con la scelta di uomo meritamente riputato lealissimo da tutto il partito costituzionale ei si lusinga celare meglio i disegni nefari.» E già la Costituzione era abbandonata dal suo capo spergiuro, quando interrogato dal ministro dello interno circa le voci sinistre, Carlo Alberto le ributta sdegnoso come contumelia plebea; poi dà la posta dell'ora pel giorno veniente al ministro dello interno e ad altro collega, per negoziare intorno alle faccende di stato; e nel fitto della notte si fugge conducendo seco le guardie del corpo, l'artiglieria leggera, i cavalleggeri di Savoia, e il reggimento Piemonte reale cavalleria; che se domandi (così sempre ragiona il conte Santarosa) per quale causa egli rifuggisse da mettere in esecuzione con le proprie mani il meditato tradimento, così bene ordito da lui, per me giudico, che a Carlo Alberto mancasse fino il coraggio di fare il male, coraggio del quale confesso che non difettava la buona anima del padre mio; all'opposto, egli ne aveva anco di avanzo.--Carlo Alberto invece, valicato il Ticino, andava in sembianza di profugo a gittarsi nelle braccia di un governatore austriaco, il quale lo accoglieva coll'oltraggio, che a me piglia rossore di rammentare[2]. [1] I Piemontesi hanno sofferto in pace che il conte Santarosa per bene 39 anni di altra lapide non fosse onorato, tranne quella che gli pose la pietà del francese _Fabvier_; il _Cousin_, uomo insigne nella politica, nella letteratura, e nella filosofia ne scrisse a Maurocordato facendogli sentire quanto disdoro sarebbe venuto alla Grecia dalla ingratitudine verso la memoria dei generosi, che avevano dato il proprio sangue per la sua libertà; non gli rispose neppure...! Più tardi il Colonnello _Fabvier_ compiva l'onorato ufficio: alla bocca della Caverna dove la fama narra rimanesse ucciso il Santarosa da un rinnegato maltese, pose un'umile monumento con questa iscrizione: _Al conte Santorre Santarosa qui ucciso il 9 maggio 1825_. Però non ricordo questo per maledire ai Piemontesi, chè noi pure contristano colpe inespiate: peccammo tutti; e qui in Toscana giacciono senze onore le ossa di Francesco Ferruccio... eroe popolano di cui la virtù e il nome empiono di sgomento i moderni _palleschi_. Colpevoli tutti, compassioniamoci, ed emendiamoci. Gentil sangue latino, gitta de le le turpi some, che ti hanno tolto memoria, e affetti, e senso di grandezza, e perfino l'odio contro la servitù domestica e straniera. [2] È noto che il conte Bubna presentando Carlo Alberto all'arciduca Ranieri adoperasse queste parole: «ho l'onore di presentare a vostra Altezza imperiale e reale, il re d'Italia.» Prima di lasciare il libro del Conte Santarosa mi sia permesso cavarne due notizie, a mio parere utilissime pei tempi che corrono: la prima è, che Antonino Foa, vescovo di Asti, avendo recitato certa pastorale per indurre i suoi diocesani alla osservanza della costituzione, appena restituito il governo assoluto, fu preso e messo in prigione dentro un Convento di Cappuccini, donde non potè uscire senonchè ritrattandosi; della quale cosa tanto si accorò, che indi a breve cessava di vivere. Nè Roma aperse bocca allo strazio che si menava del suo antiste, amico della libertà dei popoli, mentre empiva di querele il mondo quando fu chiuso in cittadella, e poi mandato in esilio l'arcivescovo Franzoni, avverso ostilmente alla Patria, alla libertà, ed alla monarchia.-- E poichè io reputo debito strettissimo di ogni cittadino cogliere ogni occasione per conficcare bene nel capo al popolo come in ogni tempo, non si sa, se più nocessero alla Patria, o i Preti, o i Tedeschi, o i Moderati; e questi oggi abbiamo tutti e tre sul groppone con l'aggiunta del quarto; metterò qui le parole di coteste insigne cittadino, qual fu il conte Santarosa, le quali si leggono a pagine 80 del suo libro della Rivoluzione piemontese del 1821, intorno ai _mezzani uomini_ questi i quali ingegnandosi accordare gl'interessi di partiti opposti _secondavano la indolenza di un governo per sè stesso inetto, irresoluto, ed inclinato alla rea politica del guadagnare tempo, tanto fatale in momenti di rivoluzione, che perde i popoli, e chiama loro sul capo le maledizioni di cui n'è autore o seguace_.» Della cattolica chiesa Carlo Alberto zelatore quanto mio padre; e più, però che egli sendo dotto in lettere la difendesse con la penna mentre a Ferdinando, buon'anima, mancò la possa non la voglia; e di ciò fa fede quel perfetto gentiluomo del conte Clemente Solaro della Margarita di cui il _Memorandum_ in mezzo al diluvio dei libri satanici galleggerà, pari all'arca santa, fino alla consumazione dei secoli; di vero si ricava da lui, che Carlo Alberto dopo avere dettato un libro di riflessioni storiche, lo facesse stampare; non so poi per quale cagione ne ritirasse le copie, eccetto una sola, che mandò in dono al cardinale Lambruschini, il quale esaminatala a dovere, trovatala conforme al suo cuore, assai la commendò; Gregorio XVI a cui ne fu data parte ne faceva le stimate; e stette a un pelo di segnarlo sopra l'albo dei santi... ma poi se ne trattenne. Dal tratto che corre fra il 1821 e il 1847 io non rimoverò la tenda, che lo cuopre: la è pesa di sangue grommato, nè vo' bruttarmene le mani, almanco senza profitto; e poi la reverenza regia mi preme come avrebbe importare altrui; non siamo tutti re? D'altronde ne vanno piene le storie dei tempi. Parliamo del 1847, che lo colse mentre, con altri _nati in Arcadia_[1] si godeva ministro il buon Solaro; ora questi nel suo celebre _Memorandum_ stampato proprio a Torino nel 1851 ci afferma essere stato il suo adorabile padrone tenace profondamente della regia potestà, ossequentissimo alla santa madre, la Chiesa cattolica, appassionato della indipendenza italiana, la quale (intendiamoci bene) a dire del conte ministro, dal suo adorato Signore ponevasi nello estendere quanto meglio per lui si potessero i proprii dominii[2]: in omaggio al diritto divino, ed alla esaltazione della Chiesa protesse Don Carlos nella Spagna, la Duchessa di Berry in Francia, i Gesuiti da per tutto spendendoci attorno fiore di moneta, anzi per fine tanto lodevole s'indebitò.--Quando temè essere aggavignato dalla necessità, e non lo era, prese a tartassare, Dio lo perdoni, il beato Padre, ma ei lo fece per non perde; credito presso i liberali, e potersi avvantaggiare di loro nella prossima guerra, vinta la quale, e messo al largo proponeva convertirli tutti non senza speranza di riuscita, quando poi gli fossero tornati corti i presagi gli avrebbe spenti in pena della ostinazione loro. Di qui tu hai la chiave per capire la causa, onde gli aiuti francesi furono ricusati, le dimore in Lombardia, la repugnanza dalla Venezia; quindi l'astutezza non mai commendata abbastanza di mutare regia la guerra nazionale, e la giusta paura gliene scappasse dalle mani il governo, paura, che anco il mio augusto genitore partecipò col miscuglio di una seconda paura, e fu questa: che dei tre esiti della guerra tutti e tre gli approdassero a rovinargli un picchio tra capo e collo; imperciocchè, il mio augusto genitore, dando le spese al suo Cervello, faceva il conto così: se gli Austriaci ci zombano perdiamo egli ed io; così, del pari se la rivoluzione ruba la mano a lui, dove sbatacchierà me, non lo so nè manco io; ecci il terzo caso, che ei vinca, e allora ei vincerà per se non per me, e potrebbe anco darsi contro me; per le quali ragioni e cagioni se il padre mio richiamò di un tratto la sua gente, non sembra che deva poi scomunicarsi in cera gialla. [1] _Arcades ambo_. [2] _Guercia unità di un Piemonte ingrassato_. _Ferrari_. Discorso al Parlamento sul Trattato di Commercio. Di qui la chiave della Venezia derelitta, dei passi delle Alpi lasciati aperti, e i Romani, e i Toscani non soccorsi, quelli nel veneto, e questi nel mantovano, e le pratiche avvenute con l'Austria per la cessione della Lombardia. Nella medesima maniera si giustificano le diffidenze non mai troppe, e i timori plausibili contro la parte repubblicana; si spiegano le mirabili fortune della impresa, che dicono perduta per colpa, e arebbono a dire, per senno del Re, il quale aombrava meritamente della repubblica troppo più che dell'Austria, perchè con questa poteva guadagnare terra, alla più trista non perderla, con quella perdeva tutto di certo[1]. [1] Anche il Conte Solaro intorno ai Moderati pronunzia sentenza non vera in tutto, perchè fra i partiti estremi niente osta, che possa intercedere un partito, che prosegua la libertà accettata la monarchia costituzionale come magistratura suprema, ma per ciò che concerne i moderati giustissima: «i moderati nel concetto dei savii sono da meno di coloro cui rimproverano toccare gli estremi delle opinioni. Negli estremi possono incontrarsi la fede e la gagliardia; presso i neutri non trovi nulla di che valga a salvare una causa, o promovere un principio: strana miscela di libertà, e di dispotismo; la prima, nelle loro mani conduce diritto alla licenza, il secondo, alla tirannide. Rimarrebbe l'abate Gioberti, che stette ministro presso al trono di Carlo Alberto fino alla vigilia della battaglia di Novara, ed un tempo gli procedè piuttosto sviscerato che amico; ma ciò che lasciò ire cotesto benedetto abate nel suo _Rinnovamento_ a bocca di barile contro Carlo Alberto, senza ritegno, nè pietà della tomba appena chiusa sopra la salma del misero Re, io non ricorderò: molte pagine, adopera contro la sua fama, nè già credo io; maggior virtù avrebbono esercitato due moggia di calce viva contro le ossa di lui.--Lasciamo i morti in pace; certo, chi soffiasse dentro le ceneri del mio genitore, correrebbe risico di accecare senza cavarne una favilla di virtù; ma domandate alla morte, che le pesa tutte nella sua mano, qual divario corra tra la cenere di un re e quella di un'altro.--Contro tutto questo, che vorrete opporre? Abbiamo creato un popolo! Per noi tornò la Italia se non donna di provincie, di sè signora; e rotte le catene antiche oggi siede venerata e temuta nei concilii dei Re!.... Se questo avete fatto, chino il capo e venero il decreto, che nella onnipotenza loro bandirono i popoli e Dio.... Queste ed altre cose, che vanno diffondendo nel popolo della Italia meridionale il Re di Napoli e i fazionarii suoi, non vere tutte, nè le vere a quel modo, e nondimanco poniamo le fossero vangelo tutte, a che montano? Anco a lui risponderemo in tempo debito, pure per impedire, che lo indugio pigli vizio, con parlare succinto consideriamo, elle di questo il popolo sa niente, ed è con lui, che bisogna fare i conti, o co' delegati suoi. Delle colpe delle quali o per forza, o per fraudo, o per arte, o insomma, per volontà non sua egli porta il peso, male si domanda ragione al popolo, anzi ne cava argomento ad esercitare, liberissimo le sue facoltà. Chi dei due fu prima, re, o popolo? Certo il popolo. Veruno finquì ci mostrò lo instrumento in virtù del quale un popolo consenti a diventare gregge _perpetuo_ di un membro, ne sempre il meglio, di sè; dove anco ce lo mostrassero, come l'uomo potrebbe alienare la libertà sua, datagli da Dio in presto, affinchè gliela renda insieme con l'anima? Donde cava l'uomo facoltà o diritto di obbligare le generazioni che gli succederanno in perpetuo? Egli, di cui la vita dura quanto un battere di palpebra, l'uomo, pugno di terra che si anima quando la Provvidenza lo piglia per buttarlo più in là sopra la terra, e muore mentre ch'ei passa da un punto all'altro; la vita dell'uomo che è mai se non una corsa verso la morte? Dicono, non so se vero, che la lingua ebraica non conosca presente, bensì verbi passati, o futuri, dacchè la parola, volata appena non ti appartenga e il battito del polso non anco compito è fuori di te. Le eredità gravose o ripudiansi, o accettansi sotto benefizio d'inventario... e questa tra tutte miserabile, come quella che mi lega la servitù devo accettare per forza? Finchè le colpe del popolo porgono alimento alla dominazione, durano la signoria e il servaggio, stato non solo fuori, ma sì contro natura; espiate le colpe il popolo riassume la libertà come, secondo la nostra fede il peccatore dopo il sacramento della penitenza torna in grazia di Dio. Qui dentro sta il diritto, e fra tutti sacrosanto, del popolo ad ordinarsi, potendo, come meglio gli torna, e a preporsi chi gli talenti. Separate il nostro Eletto da qualsivoglia origine, dove non teniate ben ferma questa, suo padre fu il suffragio universale, sua madre la volontà popolare: Re per la grazia di Dio, e secondo della Sardegna altri lo salutò; per libera elezione di quanti fummo Italiani a votare, Re d'Italia, e primo lo salutiamo noi.-- Necessità ultima di avere Roma, lo Imperatore dei Francesi: di lui parlammo, e di lui parleremo, finchè chiarite prova le parole inani, sorga chi chiami la Italia a generose risoluzioni, e degne in tutto di popolo grande. Quanto a me giudico, che l'argomento onde possa non solo ma debba spiegarsi meno cotesto uomo sieno le sue parole: e' ci ha chi afferma veruno in Francia procederci più amico di lui; e ciò muove da levità, o da ciurmeria, imperciocchè se costui accenna ai singoli Francesi risolutamente lo sostengo falso, e se piuttosto alla nazione intera, tu considera come un'uomo straniero, che trapassa su la Francia come la rondine cacciata dalla stagione iniqua, sia da tanto da conoscere la Francia; la rondine, che passa acchiappa insetti, non già il senso dell'anima di Francia: che se per Francia s'intendono gli attrezzi i quali stanno dintorno a qualunque trono, e vestiti di panno paiono persone non si nega; ma si mette in sodo, che soprastare a loro piccolo guadagno ne caviamo noi. Quando i potentati di Europa rovesciaronsi contro il primo Napoleone, quasi fiume ingrossato da molti torrenti, l'Austria parve avversario più mite degli altri, ma ciò non la impedì di spogliarlo più e meglio degli altri, nè insieme con gli altri conficcarlo sopra la rupe di Santa Elena. Con Napoleone III teniamoci ai fatti, e questi sono amari. Affermano com'egli accolga dentro la sua mente consigli reconditi, ma se la sta nel modo che la contano, come lo sanno essi? Se pure fosse così, chi troppo l'assottiglia la scavezza, sicchè quei suoi concetti, sprofondandosi tanto; veruno li vede; gli atti esterni poi così appaiono contradittorii, che il giudizio ne scende contrario alla proposta. A bene considerare e' sembra che il mondo morale si disgreghi, ed il Padrone della Francia nello intento di riordinare per sè crebbe il caos. Avendo egli offeso la democrazia, e di lei paventando, nè potendone fare a meno, da un lato suscita in lei gli appetiti della materia, dall'altro studia mortificarne lo intelletto consegnandolo in mano al prete; in qual modo ei raccattasse il prete, ho esposto di già; nè direbbe il vero chi lo negasse, imperciocchè abbia veduto io medesimo sovvenire i Gesuiti con la pecunia propria dello Imperatore... e fu come ingrassare l'ortica col guano; quasi che le erbacce lasciate a sè non prolifichino anco troppo; a questo modo operando egli immaginò logorare la democrazia con la beghineria, e lo interesse, a quel modo stesso, che vediamo consumare un diamante contrapponendogli un'altro diamante: simili contrapposti, non nuovi in Francia, anzi antichi, e sempre funesti, si reputano trovati d'ingegno acuto e la storia chiarisce che derivano da lassezza di mente; e' sono rappezzi per ischermirsi dalla molestia del minuto, non già disegni per edificare nel tempo; aggiornano i mali forse rimediabili subito, cronici poi, sicchè più tardi irrompono sovvertitori di stati. Così Caterina dei Medici mentre dondola tra Ugonotti e Cattolici consuma tutta la sua figliuolanza nell'antitesi pericolosa; le industrie, che ella adoperò, ed altri glorifica argute, mentre erano perfide, per conservare il trono alla sua famiglia approdarono a trasmettere il trono dei Valesi nei Borboni, e la notte di San Bartolommeo, tramata per la strage di tutti gli ugonotti, mise capo a tirare sopra la Francia un Re ugonotto.--Ancora le storie di Francia! levano a cielo Enrico IV, nè il mio compito mi conduce a contendergli le buone doti che gli attribuiscono, però parmi potere affermare, che fu basso pensiero quello, che lo spinse a cedere la sua fede pel trono, insegnandomi la storia come le basse voglie nei reggitori dei popoli spesso sieno colpe, e sempre errori; in questo io lo pospongo al popolano che non avrebbe renunziato alla sua amante barattandola con Parigi:[1] rendendosi cattolico, nè volle, nè potè opprimere i suoi correligionari, e se da un lato frequentava la messa, dall'altro si governò co' consigli del Sully. Qualunque fosse la sagacia del metodo di regno, sbagliava nel principio, dacchè ormai la fede religiosa diventata pretesto, ovvero confusa con fini politici e mire di ambizione, si era intrisa nel sangue ed infamata con mortalissime fraudolenze: non pace ormai sperabile, nè tregua; la quiete apparecchio alle armi, il furore non mancava mai. Se fossero prevalsi gli ugonotti si sarebbero ricattati; superando i cattolici vennero la revoca dell'editto di Nantes, le stragi, gli esilii spontanei o costretti, le industrie trasmigrate altrove, e le ingiurie alla fortuna pubblica, donde in breve il tracollo, il malcontento, l'aperto tumulto, la rivoluzione scapigliata, e il nabissare della monarchia dentro la voragine che si era aperta con le proprie mani. [1] Corre fama ch'egli dicesse: _Parigi vale una messa_: ora antica si conosce una canzone nella Francia, che suona a un di presso così: cito di memoria e domando venia per gli svarioni. «Si le Roi me donnait Paris sa grande ville Pour quitter ma mie, Je lui dirais: Tiens-toi Paris J'aime mieux ma mie, O gai J'aime mieux ma mie.» Su ciò considero, forse le parole attribuite al Re voglionsi riputare fandonia, e la canzone attesta la fantasia del Poeta, non altro; sarà così, ma credonsi universalmente le parole del Re, e l'abnegazione dello amante, epperò la coscienza pubblica mentre stima per interessi capace un Re a ripudiare la sua fede, giudica incapace un popolano a renunziare per interesse il suo amore. Col sistema di antitesi per gittare durevole il fondamento al regno della sua stirpe, io vedo Napoleone avvilupparsi dentro una rete di contradizioni, che ad ogni istante più lo stringe alla vita. La guerra contro la Russia fu bandita a nome della civiltà, e smussate appena le ugna all'orso si tira indietro salutandolo civile; nè quella la causa della guerra, nè della pace questa: causa vera dell'una come dell'altra stringergli con la mano della Francia forte la zampa, e fargli sentire, che lui aveva a sopportare nel concilio dei Re: di ora in poi come non iscritti gli sgraffi, che l'orso russo aveva, in luogo di firma, messo sotto i trattati del 1815. Pari intento il Napoleonide si propose e conseguì nella guerra d'Italia; lui sentano, e lui tremino i Re per rinnovare insieme la catena dell'autorità al genere umano; l'Austria si penta avere disprezzato il nuovo, e tradito l'antico Napoleone: perchè aborrirli parenti? Non li battezzarono signori la violenza e la frode? Quale altra origine ebbero i superbi imperiali della casa di Asburgo? Di vero, come altramente intendi la sua scesa in Italia? Il bando di affrancarla intera, e il vanto di piantare la bandiera da per tutto dove ci fosse a proteggere una causa di civiltà, e poi chiamarsi contento di una provincia sottratta agli artigli dell'aquila imperiale, e la sollecita pace?--Peggio poi, se confronti questi suoi atti con lo avventuroso valicare dell'oceano, e con tesoro inestimabile e sangue generoso di Francia, sommettere uno stato per farne dono a quella stessa casa da lui sbattuta in Italia? Certo, riesce troppo arduo penetrando nel riposto animo dello Imperatore pescarvi disegni di universale civiltà; all'opposto torna destro supporre, che la repubblica democratica, anco in parte di mondo da noi rimota, fosse un grande stecco negli occhi di lui: come mi parve vero che la libertà dove non sia attecchita da per tutto (non fa caso se più o meno secondo la natura degli uomini e la condizione delle cose) non possa durare, così troppo più reputo vero, che nè anco il dispotismo si mantenga, se da qualche spiraglio penetri raggio di libertà.--Come qui in Europa campione di sovranità di popoli, ed in America strozzatore di quelle? So bene ch'egli, e i suoi con parole solenni lo negano, ma oggimai le sue proteste per la pompa della gravità loro si convertono in argomento di giocondezza per le brigate; almeno per noi Italiani apparisce così, imperciocchè nei varii popoli varii la materia del riso; presso i nostri poeti berneschi ella consiste nel vestire di forme e di parole gravi concetti burlevoli. Come invocare la Provvidenza vindice dei diritti conculcati dei popoli, e poi mettersi tra mezzo impedimento fra la Provvidenza ed i popoli? Come dopo che la bandiera di Francia fu vantata tutrice di civiltà rimane su ritta fra le infamie di Roma come piantata nel fango? Perchè fino all'ultimo l'impero di Francia protesse Gaeta contro il volere del popolo? Perchè si agitò tanto, giungendo fino alle minacce, non ischifando le insidie onde i membri sparsi della famiglia italiana non si riunissero? Queste le sono cose, che non si ponno negare. E a Roma perchè ci, sta adesso?--. Nè Italia egli patisce una, nè libera: una, nel presagio della sua potenza la teme come uomo e come dominatore della Francia; libera, se ne atterrisce come uomo; da per tutto dove la libertà sorga capisce che gli chiederà ragione del 2 Decembre. Diventava il Napoleonide Re co' popoli, adesso vorrebbe mantenersi Re co' principi; una maniera di centauro politico; nè mai arrivò a infingersi intero, e se altri traverso le sue ambagi nol seppe capire, la colpa non è sua; se altri perfidia ad attribuirgli concetti, ch'egli in mille maniere respinse, ed in ogni occasione dichiarò proprio agli antipodi dei suoi, a lui non si può imputare: innanzi del 2 Decembre, io ricordo, come se fosse adesso, che a certo dabbene uomo il quale con parole di oro s'industriava innamorarlo della gloria del Washington rispose netto: «io sono principe e non lo posso fare.» Così è, al nipote di Carlo Buonaparte pareva la fama del Washington cosa da non giovarsene, e i Francesi uomo siffatto elessero capo della Repubblica, e dopo simile manifestazione dell'animo suo lo sopportarono. O Francesi! I popoli, il Napoleonide, tiene in mano a guisa di carte, per giocare la partita in pro suo, e dei suoi: seguita i disegni dello Zio, il quale prese per davvero che gl'Imperatori possano tenere nelle mani la palla del mondo con la croce sopra; e neppure adesso che si sente preso dentro le morse pone giù il disegno: al contrario ci s'intora acerbo più di prima; giunto in fondo degli arzigogoli avventura l'estremo per ripigliare fiato, memore della sentenza del Macchiavello: «cosa fa cosa, e tempo la governa.» I Moderati prima rimasero attoniti, poi lodarono, all'ultimo censurarono, adesso tentennano, piegano a destra ed a mancina; musano come le formiche; incerti intorno alla via da tenere: fino dal primo apparire della proposta del Congresso chi possedeva non dico fiore, ma briciola d'intelletto, disse cotesto espediente manca perfino della furberia di cui è copia nei trovati dei marruffini, e dei trecconi. Di vero i Moderati stracciarono co' denti la Costituente proposta dal degno amico Giuseppe Montanelli, nè del tutto a torto, come quella, che intendeva sottoporre i principi al giudizio di un tribunale composto di deputati eletti dal popolo: ora bisognava domandare se questi principi ci si avessero a condurre spontanei, ossivvero per forza, e se spontanei, egli era chiaro come l'acqua, che non ci sarebbero andati, mentre se per forza, i popoli, i quali senza bisogno di geometria sanno come la via retta sia la brevissima, potendo, gli avrebbero mandati tutti in un fascio non mica dinanzi al tribunale della Costituente, bensì in luogo che non importa dire. Però, se in questa parte la Costituente zoppicava, stava ritta su tutte e due le gambe nell'altra: all'opposto il Congresso intimato dallo Imperatore dei Francesi a questa pecca della Costituente montanelliana ne aggiunge l'altra, ed è che i convenuti sarebbero ad un punto giudice, e parte.-- Ad ogni uomo comecchè fornito di levatura mediocre apparve chiaro, che ogni principe avrebbe a lasciare un brindello di carne, che tiene stretto fra i denti, nè certo consentirà a lasciarlo; prima di ogni altro quello di Francia: ad ogni modo levati di mezzo i trattati del 1815 a quali altri storneremo noi? A quello di Amiens, di Tilsitt, o piuttosto all'altro di Luneville? Ovvero, andando anco più in su, ci fermeremo a quello di Utrecht, o di Wesfalia? A veruno di questi, però che quivi non si considerassero le aspirazioni dei popoli bensì unicamente gl'interessi dei principi, ed oggi lo scopo del Congresso sta per lo appunto quì, che adempiendo i desiderii dei popoli si apra un nuovo ordine di secoli, il regno di Saturno riapparisca sopra la terra dove ogni uomo possa vivere tranquillo all'ombra della sua vigna, e del suo fico! Bene sta. Ma quali popoli interrogheremo noi circa le infermità, che li travagliano, ed intorno ai rimedi, che reputano più spedienti a guarirli? Gli europei Soltanto o quelli di tutto il mondo? Chiedo venia della impronta domanda; presso uomini così sviscerati pel bene della umanità ella suona peggio che oltraggio: là umanità non circoscrivono mari nè monti, e il sole levandosi e tramontando vede più torti a riparare, che contentezze a benedire. Da ponente come da levante, da ogni lato insomma la umanità grida: ohi! Dunque tutto il mondo. Ciò posto in sodo, in qual guisa vorrannosi interrogare le generazioni! degli uomini? Col suffragio universale, mi risponderanno:--Ottimamente; ma tra suffragio universale, e suffragio universale ci corre: a mo' di esempio, suffragio come a Nizza, o come nel Messico? Della sincerità di cotesti voti non ne dubita veruno dei principi raccolti; piace loro il metodo, e approvasi; essi imiteranno come in ogni altra cosa in questa la Francia maestra del vivere civile. Ora io dico, che dove rimanga statuito così non vale il pregio adunarsi, imperciocchè non pure gli Arabi e gl'Indiani supplicheranno Francesi, e Britanni a restare in Affrica, e in Asia, ma se non volete altro, Veneti, e Pollacchi esporranno il Santissimo su l'altare onde Austriaci e Russi non li privino della delizia del paterno reggimento. Se qualche dimostranza si permetteranno e' fia perchè non mettano a prova più dura la infinita loro pazienza a sopportare e a patire. Di ciò interpreti la maggiore parte dei Vescovi, che la verità sanno da due parti, da quella di Dio, e dall'altra dei popoli. Dunque poniamo il caso che si voglia, e volendo si possa adoperare una guisa diversa, e supponiamo altresì, che tutti i popoli senza paura rimangano facoltati a dire la sua, e allora del pari il convenire dei regi che monta? I popoli vorranno prima essere affrancati dalla dominazione straniera, e poi dalla casalinga; però che in ogni tempo pochi principi abbiano preferito regnare coll'amore, piuttostochè col terrore, e la terra considerino podere proprio dove chi vive è bestiame, e chi muore ingrasso. Nel concilio dei re chi rappresenterà dunque i popoli? Chi ardirà farsi innanzi don questa maniera di mandato? E' tornerebbe lo stesso che andare a farsi seppellire da sè; per la quale cosa si chiarisce come si dovrebbe commetterne la incumbenza ai re. Omero ha chiamato i Re _pastori di popoli_, mentre il Byron li appellò addirittura _lupi_; su di che io mi astengo giudicare, considerando che o lupi o pastori la messa torna a mattutino, dacche o che gli uni tengano il Congresso o gli altri, la materia non si può versare che intorno al mangiarsi gli agnelli cotti o crudi. Questo poi una differenza veramente per noi la fa: quanto ne vadano lieti gli agnelli non è facile darcelo ad intendere. Ai dì nostri che tengono bottega aperta di piaggeria, e di vituperio come di ogni altra mercè, non mancò chi celebrava la proposta del Congresso come tiro furbesco da sbancarne il Macchiavello in persona: là dove fosse così io per me affermo