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Title: First Italian Readings
Author: Various
Editor: Benjamin Lester Bowen
Release Date: December 29, 2007 [eBook #24072]
Language: Italian
Character set encoding: ISO-8859-1
***START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK FIRST ITALIAN READINGS***
Heath's Modern Language Series
————
SELECTED AND EDITED, WITH NOTES AND VOCABULARY
BY
Professor of Romance Languages,
Ohio State University
D. C. HEATH & CO., PUBLISHERS
BOSTON NEW YORK CHICAGO
Copyright, 1897.
By B. L. Bowen.
2DO
| Preface | ||
| page | ||
| I. | Il gatto cogli stivali | 1 |
| Charles Perrault—C. Collodi. | ||
| II. | Cenerentola | 7 |
| Charles Perrault—C. Collodi. | ||
| III. | Il piccolo patriotta padovano | 15 |
| Edmondo de Amicis. | ||
| IV. | La piccola vedetta lombarda | 17 |
| Edmondo de Amicis. | ||
| V. | Sotto l'ombrello | 22 |
| Enrico Castelnuovo. | ||
| VI. | Il giurato | 28 |
| C. Collodi. | ||
| VII. | A un fiore secco | 30 |
| Enrico Guidotti. | ||
| VIII. | La dote d'Orsolina | 32 |
| Antonio Caccianiga. | ||
| IX. | Rivelazioni d' un'ostrica | 37 |
| Antonio Caccianiga. | ||
| X. | Veni, vidi...non vici! | 43 |
| Rosalia Piatti. | ||
| XI. | Una notte infernale | 48 |
| Enrico Castelnuovo. | ||
| XII. | Un naufragio | 56 |
| Enrico Castelnuovo. | ||
| XIII. | Il maestro di calligrafia | 67 |
| Enrico Castelnuovo. | ||
| XIV. | Lo zio ministro | 81 |
| Antonio Caccianiga. | ||
| XV. | La mia padrona di casa | 94 |
| Edmondo de Amicis. | ||
| Notes | 103 | |
| Vocabulary | 111 | |
IN the study of Italian, as in that of French, "doubtless the best method of learning to read... is to read." Copious reading should accompany and supplement the study of the essentials of grammar; and it is to supply material for such early reading that the present book has been prepared. The chief object has been, not to offer select specimens that should be representative of Italian literature, but to furnish easy, interesting stories and sketches for beginners.
Complete selections have in all cases been preferred to extracts; and these selections have, as far as possible, been arranged according to their degree of difficulty. In the interests of the class-room—as the editor understands them—a special endeavor has been made to introduce stories that are bright and animated in tone, and to avoid, for the most part, the pathetic and melodramatic. It is, perhaps, not superfluous to add that in this respect there has been much to avoid.
The first two stories, from the French of Perrault, have been chosen because of the familiarity of their contents and because of their readableness. At this day it is certainly not necessary to offer any apology for the publication of translations in a reader of this scope. Translations of this kind have done such excellent service in French and German readers, that it is safe to say they can be equally useful in Italian.
In conformity with the strictly elementary character of this book, annotations of a literary or biographical nature have been almost entirely dispensed with. The notes are purposely brief, it having seemed preferable to render, under the proper word in the vocabulary, many expressions which, in other circumstances, might find a place in the notes. In constructing the vocabulary it has not been deemed necessary to insert all the forms, of article and pronoun, which are commonly listed in the first few pages of a grammar. Careful attention has been given to the irregular verb-forms, especially those occurring in the earlier selections.
The editor is indebted to Professor Joynes's French Fairy Tales for hints touching the annotation of the first two stories, and to Professor Grandgent's Italian Grammar and Composition for the wording of two or three statements in the notes and vocabulary; also to Professor Matzke of Stanford University for suggestions as to various series of racconti.
B. L. B.
Ohio State University,
Columbus, November 12, 1896.
UN mugnajo, venuto a morte, non lasciò altri beni ai suoi tre figliuoli che aveva, se non il suo mulino, il suo asino e il suo gatto.
Così le divisioni furono presto fatte: nè ci fu bisogno dell'avvocato e del notaro; i quali, com'è naturale, si sarebbero mangiata[1] in un boccone tutt'intera la piccola eredità.
Il maggiore ebbe il mulino;
Il secondo, l'asino;
E il minore dei fratelli ebbe solamente il gatto.
Quest'ultimo non sapeva darsi pace,[2] per essergli toccata[3] una parte così meschina.
—I miei fratelli,—faceva egli a dire,[4]—potranno tirarsi avanti onestamente, menando vita in comune; ma quanto a me, quando avrò mangiato il mio gatto, e fattomi un manicotto della sua pelle, bisognerà che mi rassegni a morir di fame.—
Il gatto, che sentiva questi discorsi, e faceva finta di non darsene per inteso,[5] gli disse con viso serio e tranquillo:
—Non vi date alla disperazione, padron mio! Voi non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un pajo di stivali per andare nel bosco; e dopo vi farò vedere che nella[Page 2] parte che vi è toccata, non siete stato[6] trattato tanto male quanto forse credete.—
Sebbene il padrone del gatto non pigliasse[7] queste parole per moneta contante, a ogni modo gli aveva visto fare tanti giuochi di destrezza nel prendere i topi, or col mettersi penzoloni, attaccato per i piedi, or col fare il morto,[8] nascosto dentro la farina, che finì coll'aver qualche speranza di trovare in lui un po' di ajuto nelle sue miserie.
Appena il gatto ebbe ciò che voleva, s'infilò bravamente gli stivali, e mettendosi il sacco al collo, prese le corde colle zampe davanti e se ne andò in una conigliera, dove c'erano moltissimi conigli.
Pose dentro al sacco un po' di crusca e della cicerbita: e sdraiandosi per terra come se fosse morto, aspettò che qualche giovine coniglio, ancora novizio dei chiapperelli venisse a ficcarsi nel sacco per la gola di mangiare la roba che c'era dentro.
Appena si fu sdrajato, ebbe subito la grazia. Eccoti[9] un coniglio, giovane d'anni e di giudizio, che entrò dentro al sacco: e il bravo gatto, tirando subito la funicella, lo prese e l'uccise senza pietà nè misericordia.
Tutto glorioso della preda fatta andò dal Re,[10] e chiese di parlargli.
Lo fecero salire nei quartieri del Re, dove entrato che fu[11] fece una gran[12] riverenza al Re, e gli disse:
—Ecco, Sire, un coniglio di conigliera che il signor marchese di Carabà—era il nome che gli era piaciuto di dare al suo padrone—mi ha incaricato di presentarvi da parte sua.
—Di' al tuo[13] padrone,—rispose il Re,—che lo ringrazio e che mi ha fatto un vero regalo.—
Un'altra volta andò a nascondersi fra il grano, tenendo sempre il suo sacco aperto; e appena ci furono entrate dentro due pernici, tirò la corda e le acchiappò tutte e due.[Page 3]
Corse quindi a presentarle al Re, come aveva fatto per il coniglio di conigliera. Il Re gradì moltissimo anche le due pernici e gli fece dare la mancia.
Il gatto in questo modo continuò per due o tre mesi a portare di tanto in tanto al Re la selvaggina della caccia del suo padrone.[14]
Un giorno avendo saputo che il Re doveva recarsi[15] a passeggiare lungo la riva del fiume insieme alla sua figlia, la più bella Principessa del mondo, disse al suo padrone:
—Se date retta a un mio consiglio, la vostra fortuna è fatta: voi dovete andare a bagnarvi nel fiume, e precisamente nel posto, che vi dirò io: quanto al resto, lasciate fare a me.—
Il marchese di Carabà fece tutto quello che gli consigliò il suo gatto, senza sapere a che cosa gli avrebbe potuto[16] giovare.
Mentre egli si bagnava, il Re passò di là; e il gatto si messe a gridare con quanta ne aveva in gola:[17]
—Aiuto, aiuto! affoga il marchese di Carabà.—
A queste grida, il Re messe il capo fuori dallo sportello della carrozza e, riconosciuto il gatto, che tante volte gli aveva portata la selvaggina, ordinò alle guardie che corressero [18] subito in aiuto del marchese di Carabà.
Intanto che tiravano su, fuori dell'acqua, il povero Marchese, il gatto avvicinandosi alla carrozza raccontò al Re che mentre il suo padrone si bagnava, i ladri erano venuti a portargli via i suoi vestiti, sebbene avesse gridato al ladro con tutta la forza dei polmoni. Il furbo trincato aveva nascosto i panni sotto un pietrone.
Il Re diè ordine subito agli ufficiali della sua guardaroba di andare a prendere uno dei più sfarzosi vestiarj per il marchese di Carabà.
Il Re gli usò mille carezze, e siccome l'abito che gli avevano portato in quel momento faceva spiccare i pregi della sua persona [19] (perchè era bello e benissimo fatto), la Principessa lo[Page 4] trovò simpatico e di suo genio: e bastarono poche occhiate del marchese di Carabà, molto rispettose ma abbastanza tenere, perchè ella ne rimanesse innamorata cotta.
Volle il Re che salisse nella sua carrozza, e facesse la passeggiata con essi.
Il gatto, contentissimo di vedere che il suo disegno cominciava a pigliar colore, s' avviò avanti; e avendo incontrato dei contadini, che segavano, disse loro:
—Buona gente che segate il fieno, se non dite al Re che il prato segato da voi appartiene al marchese di Carabà, sarete tutti affettati fini fini[20] come carne da far polpette.
Il Re infatti domandò ai segatori di chi fosse[21] il prato, che segavano.
—È del marchese di Carabà,—dissero tutti a una voce perchè la minaccia del gatto li aveva impauriti.
—Voi avete di bei possessi,—disse il Re al marchese di Carabà.
—Lo vedete da voi, Sire, rispose il Marchese. Questa è una prateria, che non c'è anno, che non mi dia una raccolta abbondantissima.—
Il bravo gatto, che faceva sempre da battistrada, incontrò dei mietitori, e disse loro:
—Buona gente che segate il grano, se non direte che tutto questo grano appartiene al signor marchese di Carabà, sarete stritolati fini fini come carne da far polpette.—
Il Re, che passò pochi minuti dopo, volle sapere a chi appartenesse tutto il grano che vedeva.
—È del signor marchese di Carabà,—risposero i mietitori.
E il Re se ne rallegrò col Marchese.
Il gatto, che trottava sempre avanti la carrozza, ripeteva sempre le medesime cose a tutti quelli che incontrava lungo la strada; e il Re rimaneva meravigliato dei grandi possessi del signor marchese di Carabà.[Page 5]
Finalmente il gatto arrivò a un bel castello, di cui era padrone un orco, il più ricco che si fosse mai veduto; perchè tutte le terre, che il Re aveva attraversate, dipendevano da questo castello.
Il gatto s'ingegnò di sapere chi era quest'uomo, e che cosa sapesse fare: e domandò di potergli parlare, dicendo che gli sarebbe parso[22] sconvenienza passare così accosto al suo castello senza rendergli omaggio e riverenza.
L'orco l'accolse con tutta quella cortesia che può avere un orco; e gli offrì da riposarsi.
—Mi hanno assicurato,—disse il gatto,—che voi avete la virtù di potervi cambiare in ogni specie d'animali; e che vi potete, per dirne una,[23] trasformare in leone e in elefante.
—Verissimo!—rispose l'orco bruscamente,—e per darvene una prova, mi vedrete diventare un leone.
Il gatto fu così spaventato dal vedersi dinanzi agli occhi un leone,[24] che s'arrampicò subito su per le grondaje, ma non senza fatica e pericolo, a cagione dei suoi stivali, che non erano buoni a nulla per camminar sulle grondaje de' tetti.
Di lì a poco,[25] quando il gatto si avvide che l'orco aveva ripresa la sua forma di prima, calò a basso e confessò di avere avuto una gran paura.
—Mi hanno per di più assicurato,—disse il gatto,—ma questa mi par troppo grossa e non la posso bere, che voi avete anche la virtù di prendere la forma dei più piccoli animali; come sarebbe a dire,[26] di cambiarvi, per esempio, in un topo o in una talpa: ma anche queste son cose, lasciate che ve lo ripeta, che mi paiono sogni dell'altro mondo!
—Sogni?—disse l'orco.—Ora vi farò veder io!—
E nel dir così, si cangiò in sorcio, e si messe a correre per la stanza.
Ma il gatto, lesto come un baleno, gli s'avventò addosso e lo mangiò.[Page 6]
Intanto il Re che, passando da quella parte, vide il bel castello dell'orco, volle entrarvi.
Il gatto, che sentì il rumore della carrozza che passava sul ponte-levatojo del castello, corse incontro al Re e gli disse:
—Vostra maestà sia la benvenuta[27] in questo castello del signor marchese di Carabà.
—Come! signor Marchese!—esclamò il Re.—Anche questo castello è vostro? Non c'è nulla di più bello di[28] questo palazzo e delle fabbriche che lo circondano; visitiamolo nell'interno, se non vi scomoda.—
Il Marchese dette la mano alla Principessa; e seguendo il Re, che era salito il primo, entrarono in una gran sala, dove trovarono imbandita una magnifica merenda, che l'orco aveva fatta preparare per certi suoi amici che dovevano[29] venire a trovarlo, ma che non avevano ardito di entrar nel castello, perchè sapevano che c'era il Re.
Il Re, contento da non potersi dire,[30] delle belle doti del marchese di Carabà, al pari della sua figlia, che n'era pazza, e vedendo i grandi possessi che aveva, dopo aver vuotato quattro o cinque bicchieri, gli disse:
—Signor Marchese! se volete diventare mio genero, non sta che a voi.—
Il Marchese, con mille riverenze, gradì l'alto onore fattogli dal Re, e il giorno dopo sposò la Principessa.
Il gatto diventò gran signore, e se seguitò a dar la caccia ai topi, lo fece unicamente per passatempo.
charles perrault.
Voltato in italiano da C. Collodi. [Page 7]
C'ERA una volta un gentiluomo, il quale aveva sposata in seconde nozze una donna così piena di albagia e d'arroganza, da non darsi l'eguale.
Ella aveva due figlie dello stesso carattere del suo,[1] e che la somigliavano come due gocce d'acqua.
Anche il marito aveva una figlia, ma di una dolcezza e di una bontà, da non farsene un'idea; e in questo tirava dalla sua mamma, la quale era stata la più buona donna del mondo.
Le nozze erano appena fatte, che la matrigna dette subito a divedere la sua cattiveria. Ella non poteva patire le buone qualità della giovinetta, perchè, a quel confronto, le sue figliuole diventavano più antipatiche che mai.
Ella la destinò alle faccende più triviali della casa: era lei che rigovernava in cucina, lei che spazzava le scale e rifaceva le camere della signora e delle signorine; lei che dormiva a tetto, proprio in un granaio, sopra una cattiva materassa di paglia, mentre le sorelle stavano in camere coll'impiantito di legno, dov'erano letti d'ultimo gusto, e specchi da potervisi mirare dalla testa fino ai piedi.
La povera figliuola tollerava ogni cosa con pazienza, e non aveva cuore di rammaricarsene con suo padre, il quale l'avrebbe sgridata, perchè era un uomo che si faceva menare per il naso in tutto e per tutto dalla moglie.
Quando aveva finito le sue faccende, andava a rincantucciarsi in un angolo del focolare, dove si metteva a sedere nella cenere; motivo per cui la chiamavano comunemente la Culincenere.[2]
Ma la seconda delle sorelle, che non era così sboccata come la maggiore, la chiamava Cenerentola.[Page 8]
Eppure Cenerentola, con tutti i suoi cenci, era cento volte più bella delle sue sorelle, quantunque fossero vestite in ghingheri e da grandi signore.
Ora accadde che il figlio del Re diede una festa di ballo, alla quale furono invitate tutte le persone di grand'importanza e anche le nostre due signorine furono del numero, perchè erano di quelle che facevano grande spicco in paese. Eccole tutte contente e tutte affaccendate a scegliersi gli abiti e le pettinature, che tornassero loro meglio a viso.[3] E questa fu un'altra seccatura per la povera Cenerentola, perchè toccava a lei a stirare le sottane e a dare l'amido ai manichini. Non si parlava d'altro in casa, che del come si sarebbero vestite in quella sera.
—Io,—disse la maggiore,—mi metterò il vestito di velluto rosso e le mie trine d'Inghilterra.
—E io,—disse l'altra,—non avrò che il mio solito vestito: ma, in compenso, mi metterò il mantello a fiori d'oro e la mia collana di diamanti, che non è dicerto di quelle che si vedono tutti i giorni.—
Mandarono a chiamare la pettinatora di gala, per farsi fare i riccioli su due righe, e comprarono dei nei dalla fabbricante più in voga della città.
Quindi chiamarono Cenerentola, perchè dicesse il suo parere, come quella che aveva moltissimo gusto; e Cenerentola diè loro i migliori consigli: e per giunta si offrì di vestirle: la qual cosa fu accettata senza bisogno di dirla due volte.
Mentre le vestiva e le pettinava, esse le dicevano:
—Di', Cenerentola, avresti caro di venire al ballo?...
—Ah! signorine! voi mi canzonate: questi non son divertimenti per me!
—Hai ragione: ci sarebbe proprio da ridere,[4] a vedere una Cenerentola, pari tua, ad una festa da ballo.—
Un'altra ragazza, nel posto di Cenerentola, avrebbe fatto di[Page 9] tutto per vestirle male; ma essa era una buonissima figliuola, e le vestì e le accomodò come meglio non si poteva.
Per la gran contentezza di questa festa, stettero quasi due giorni senza ricordarsi di mangiare: strapparono più di dodici aghetti, per serrarsi ai fianchi e far la vita striminzita; e passavano tutt'intera la santa giornata[5] a guardarsi nello specchio.
Venne finalmente il giorno sospirato. Partirono di casa e Cenerentola le accompagnò cogli occhi più lontano che potè:[6] quando non le scorse più, si mise a piangere.
La sua Comare, che la trovò cogli occhi rossi e pieni di pianto, le domandò che cosa avesse.[7]
—Vorrei[8]... vorrei....—E piangeva così forte, che non poteva finir la parola.
La Comare, che era una fata, le disse:
—Vorresti anche tu andare al ballo, non è vero?
—Anch'io, sì,—disse Cenerentola,—con un gran sospirone.
—Ebbene: prometti tu d'esser buona?—disse la Comare.—Allora ti ci farò andare.—
E menatala in camera, le disse:—Vai nel giardino e portami un cetriolo.—
Cenerentola scappò subito a cogliere il più bello che potè trovare e lo portò alla Comare, non sapendo figurarsi alle mille miglia[9] come mai questo cetriolo l'avrebbe fatta andare alla festa di ballo.
La Comare lo vuotò per bene, e rimasta la buccia sola, ci battè sopra colla bacchetta fatata, e in un attimo il cetriolo si mutò in una bella carrozza tutta dorata.
Dopo, andò a guardare nella trappola, dove trovò sei sorci, tutti vivi.
Ella disse a Cenerentola di tenere alzato un pochino lo sportello della trappola, e a ciascun sorcio che usciva fuori, gli dava un colpo di bacchetta, e il sorcio diventava subito un[Page 10] bel cavallo: e così messe insieme un magnifico tiro a sei, con tutti i cavalli di un bel pelame grigio-topo-rasato.
E siccome essa non sapeva di che pasta fabbricare un cocchiere:
—Aspettate un poco,—disse Cenerentola,—voglio andare a vedere se per caso nella topajola ci fosse un topo; che così ne faremo un cocchiere.
—Brava!—disse la Comare,—va' un po' a vedere.—
Cenerentola ritornò colla topajola, dove c'erano tre grossi topi.
La fata, fra i tre, scelse quello che aveva la barba più lunga; il quale appena l'ebbe toccato, diventò un bel pezzo di cocchiere, e con certi baffi, i più belli che si fossero mai veduti.
Fatto questo, le disse:
—Ora vai nel giardino: e dietro l'annaffiatoio, troverai sei lucertole. Portamele qui.—
Appena l'ebbe portate, la Comare le convertì in sei lacchè, i quali salirono subito dietro la carrozza, colle loro livree gallonate, e vi si tenevano attaccati, come se in vita loro non avessero fatto altro mestiere.
Allora la fata disse a Cenerentola:
—Eccoti qui tutto l'occorrente per andare al ballo: sei contenta?
—Sì, ma che[10] ci devo andare in questo modo, e con questi vestitacci che ho addosso?—
La fata non fece altro che toccarla colla sua bacchetta, e i suoi poveri panni si cambiarono in vestiti di broccato d'oro e di argento, e tutti tempestati di pietre preziose: quindi le diede un pajo di scarpine di vetro, che erano una maraviglia.
Quand'ella ebbe finito di accomodarsi, montò in carrozza; ma la Comare le raccomandò sopra ogni altra cosa, di non far più tardi della mezzanotte, ammonendola che se ella si fosse[Page 11] trattenuta al ballo un minuto di più, la sua carrozza sarebbe ridiventata un cetriolo, i suoi cavalli dei sorci, i suoi lacchè delle lucertole, ed i suoi vestiti avrebbero ripreso la forma e l'aspetto cencioso di prima.
Ella dette alla Comare la sua parola d'onore che sarebbe venuta via dal ballo avanti la mezzanotte.
E partì, che non entrava più nella pelle dalla gran contentezza.[11]
Il figlio del Re, essendogli stato annunziato l'arrivo di una Principessa, che nessuno sapeva chi fosse, corse incontro a riceverla, le offrì la mano per iscendere di carrozza, e la condusse nella sala dov'erano gl'invitati.
Si fece allora un gran silenzio: le danze rimasero interrotte, i violini smessero di suonare, tutti gli occhi erano rivolti a contemplare le grandi bellezze della sconosciuta.
Non si sentiva altro che un bisbiglio confuso, e un dir sottovoce:—Oh! com'è bella!...—
Lo stesso Re, per quanto vecchio,[12] non rifiniva dal guardarla, e andava dicendo sottovoce alla Regina, che da molti anni non gli era più capitato di vedere una donna tanto bella e tanto graziosa.
Tutte le dame avevano gli occhi addosso a lei, per esaminarne la pettinatura e i vestiti, e farsene fare degli uguali per il giorno dopo, sempre che fosse stato possibile trovare delle stoffe così belle e delle modiste così valenti.
Il figlio del Re la collocò nel posto d'onore; quindi andò a prenderla per farla ballare.[13] Ella ballò con tanta grazia, da far crescere in tutti lo stupore.
Fu servito un magnifico rinfresco, che il giovine Principe non assaggiò nemmeno, tanto era assorto nel rimirare la bella sconosciuta.
Ella andò a porsi accanto alle sue sorelle: usò loro mille finezze: e fece parte ad esse delle arance e dei cedri, che il[Page 12] Principe le aveva regalato; la qual cosa le meravigliò moltissimo, perchè esse non la riconobbero nè punto nè poco.[14]
In quella che[15] stavano discorrendo insieme, Cenerentola sentì battere le undici e tre quarti; e fatta subito una gran riverenza a tutta la società, scappò via come il vento.
Appena arrivata a casa, corse a trovare la Comare, e dopo averla ringraziata, le disse che avrebbe avuto un gran piacere di tornare anche alla festa del giorno dipoi, perchè il figlio del Re l'aveva pregata molto.
Mentre stava raccontando alla Comare tutti i particolari della festa, le due sorelle bussarono alla porta: Cenerentola andò loro ad aprire.
—Quanto siete state a tornare!—disse ella stropicciandosi gli occhi e stirandosi come se si fosse svegliata in quel momento.
E sì, che ella non aveva avuto davvero una gran voglia di dormire, dacchè s'erano lasciate.
—Se tu fossi stata al ballo,—le disse una delle sue sorelle,—non ti saresti dicerto annoiata: vi è capitata la più bella Principessa, ma di' pure la più bella che si possa vedere al mondo: essa ci ha fatto mille garbatezze, e ci ha regalato dei cedri e delle arance.—
Cenerentola non capiva più in sè dalla gioja.[16] Ella domandò loro il nome di questa Principessa; ma quelle risposero che non la conoscevano, e che il figlio del Re si struggeva della voglia di sapere chi fosse, e che per saperlo avrebbe dato qualunque cosa.
Cenerentola sorrise, e disse loro:
—Dev'esser[17] bella davvero! Dio mio![18] come siete felici voi altre! Che cosa pagherei di poterla vedere! Via, signora Giulietta, prestatemi il vostro vestito giallo, quello di tutti i giorni.
—Giusto, lo dicevo anch'io!—rispose Giulietta.—Prestare il mio vestito a una brutta Cenerentola come te! Bisognerebbe proprio dire che avessi perso il giudizio.[Page 13]
Questa risposta Cenerentola se l'aspettava: e ne fu contentissima; perchè si sarebbe trovata in un grande impiccio, se la sua sorella le avesse prestato il vestito.
La sera dopo le due sorelle tornarono al ballo: e Cenerentola pure; ma vestita anche più sfarzosamente della prima volta.
Il figlio del Re non la lasciò un minuto; e in tutta la serata non fece altro che dirle un monte di cose appassionate e galanti.
La giovinetta, che non s'annojava punto, si era dimenticata le raccomandazioni fatte dalla Comare; tant'è vero che sentì battere il primo tocco della mezzanotte, e credeva che non fossero ancora le undici. S'alzò e fuggì con tanta leggerezza, che pareva una cervia.
Il Principe le corse dietro, ma non potè raggiungerla.
Nel fuggire, ella lasciò cascare una delle sue scarpine di vetro, che il principe raccattò con grandissimo amore.
Cenerentola arrivò a casa tutta scalmanata, senza carrozza, senza lacchè e con addosso il vestito di tutti i giorni, non essendole rimasto nulla delle sue magnificenze, all'infuori di una delle sue scarpine, la compagna di quella che aveva perduta per la strada.
Fu domandato ai guardaportoni del palazzo, se per caso avessero veduto uscire una Principessa: ma essi risposero che non avevano veduto uscir nessuno, tranne una ragazza mal vestita e che all'aspetto pareva piuttosto una contadina che una signora.
Quando le due sorelle ritornarono dal ballo, Cenerentola chiese loro se si erano divertite e se c'era stata anche la bella signora.
Esse risposero di sì, e che era scappata via allo scocco della mezzanotte, e con tanta furia, che s'era lasciata cascare una delle sue scarpine di vetro, la più bella scarpina del mondo: e che il figlio del Re l'aveva raccattata, e non aveva fatto altro che guardarla tutto il tempo del ballo, e che questo voleva dire[Page 14] che egli era innamorato morto della bella signora, alla quale apparteneva la scarpina.
E dicevano la verità: perchè di lì a pochi giorni,[19] il figlio del Re fece bandire a suon di tromba, che sposerebbe colei, il cui piede avesse calzato bene quella scarpina.
Si cominciò a provare la scarpa alle Principesse: poi alle Duchesse e a tutte le dame di corte: ma era tempo perso.
Fu portata a casa delle due sorelle, le quali fecero ogni sforzo possibile per far entrare il piede in quella scarpa: ma non ci fu modo.
Cenerentola, che stava a guardarle e che aveva riconosciuta la scarpina, disse loro:
—Voglio vedere anch'io se mi va bene!—
Le sorelle si misero a ridere e a canzonarla.
Il gentiluomo incaricato di far la prova della scarpa, avendo posato gli occhi addosso a Cenerentola e parendogli molto bella, disse che era giustissimo, e che egli aveva l'ordine di provar la scarpa a tutte le fanciulle.
Fece sedere Cenerentola, e avvicinando la scarpa al suo piedino, vide che c'entrava senz'ombra di fatica e che calzava proprio come un guanto.
Lo stupore delle due sorelle fu grande, ma crebbe del doppio, quando Cenerentola cavò fuori di tasca l'altra scarpina e se la infilò in quell'altro piede.
In codesto punto arrivò la Comare, la quale, dato un colpo di bacchetta ai vestiti di Cenerentola, li fece diventare assai più sfarzosi, che non[20] fossero stati mai.
Allora le due sorelle riconobbero in essa la bella signora veduta al ballo; e si gettarono ai suoi piedi per chiederle perdono dei mali trattamenti che le avevano fatto patire.
Cenerentola le fece alzare, e disse, abbracciandole, che perdonava loro di cuore, e che le pregava ad amarla sempre e dimolto.[Page 15]
Vestita com'era, fu condotta dal Principe, al quale parve più bella di tutte le altre volte, e dopo pochi giorni la sposò.
Cenerentola, buona figliuola quanto bella, fece dare un quartiere alle sue sorelle, e le maritò il giorno stesso a due gentiluomini della corte.
charles perrault.
Voltato in italiano da C. Collodi.
UN piroscafo francese partì da Barcellona, città della Spagna, per Genova; e c'erano a bordo francesi, italiani, spagnuoli, svizzeri. C'era, fra gli altri, un ragazzo di undici anni, mal vestito, solo, che se ne stava sempre in disparte, come un animale selvatico, guardando tutti con l'occhio torvo. E aveva ben ragione di guardare tutti con l'occhio torvo. Due anni prima, suo padre e sua madre, contadini nei dintorni di Padova, l'avevano venduto al capo d'una compagnia di saltimbanchi; il quale, dopo avergli insegnato a fare i giochi a furia di pugni, di calci e di digiuni, se l'era portato a traverso alla Francia e alla Spagna, picchiandolo sempre e non sfamandolo mai. Arrivato a Barcellona, non potendo più reggere alle percosse e alla fame, ridotto in uno stato da far pietà, era fuggito dal suo aguzzino, e corso a chieder protezione al Console d'Italia; il quale, impietosito, l'aveva imbarcato su quel piroscafo, dandogli una lettera per il Questore di Genova, che doveva rimandarlo ai suoi parenti; ai parenti che l'avevan venduto come una bestia.
Il povero ragazzo era lacero e malaticcio. Gli avevan dato una cabina nella seconda classe. Tutti lo guardavano; qual[Page 16]cuno lo interrogava: ma egli non rispondeva, e pareva che odiasse e disprezzasse tutti, tanto l'avevano inasprito e intristito le privazioni e le busse. Tre viaggiatori, non di meno, a forza d'insistere con le domande, riuscirono a fargli snodare la lingua, e in poche parole rozze, miste di veneto, di spagnuolo e di francese, egli raccontò la sua storia. Non erano italiani quei tre viaggiatori; ma capirono, e un poco per compassione, un poco perchè eccitati dal vino, gli diedero dei soldi, celiando e stuzzicandolo perchè raccontasse altre cose; ed essendo entrate nella sala, in quel momento, alcune signore, tutti e tre, per farsi vedere,[1] gli diedero ancora del denaro, gridando:—Piglia questo!—Piglia quest'altro!—e facendo sonar le monete sulla tavola. Il ragazzo intascò ogni cosa, ringraziando a mezza voce, col suo fare burbero, ma con uno sguardo per la prima volta sorridente e affettuoso. Poi s'arrampicò nella sua cabina, tirò la tenda, e stette queto, pensando ai fatti suoi. Con quei danari poteva assaggiare qualche buon boccone a bordo, dopo due anni che stentava il pane; poteva comprarsi una giacchetta, appena sbarcato a Genova, dopo due anni che andava vestito di cenci: e poteva anche, portandoli a casa, farsi accogliere da suo padre e da sua madre un poco più umanamente che non l'avrebbero accolto se fosse arrivato con le tasche vuote. Erano una piccola fortuna per lui quei denari. E a questo egli pensava, racconsolato, dietro la tenda della sua cabina, mentre i tre viaggiatori discorrevano, seduti alla tavola da pranzo, in mezzo alla sala della seconda classe. Bevevano e discorrevano dei loro viaggi e dei paesi che avevan veduti, e di discorso in discorso,[2] vennero a ragionare dell'Italia. Cominciò uno a lagnarsi degli alberghi, un altro delle strade ferrate, e poi tutti insieme, infervorandosi, presero a dir male d'ogni cosa. Uno avrebbe preferito di viaggiare in Lapponia; un altro diceva di non aver trovato in Italia che truffatori e briganti; il terzo, che gl'impiegati italiani non sanno leggere.—Un[Page 17] popolo ignorante,—ripetè il primo.—Sudicio,—aggiunse il secondo.—La...—esclamò il terzo: e voleva dir ladro, ma non potè finir la parola: una tempesta di soldi e di mezze lire si rovesciò sulle loro teste e sulle loro spalle, e saltellò sul tavolo e sull'impiantito con un fracasso d'inferno.[3] Tutti e tre s'alzarono furiosi, guardando all'in su, e ricevettero ancora una manata di soldi sulla faccia.—Ripigliatevi i vostri soldi,—disse con disprezzo il ragazzo, affacciato fuor della tenda della cabina;—io non accetto l'elemosina da chi insulta il mio paese.
edmondo de amicis.
NEL 1859, durante la guerra per la liberazione della Lombardia, pochi giorni dopo la battaglia di Solferino e San Martino,[1] vinta dai Francesi e dagli Italiani contro gli Austriaci, in una bella mattinata del mese di giugno, un piccolo drappello di cavalleggieri di Saluzzo[2] andava di lento passo, per un sentiero solitario, verso il nemico, esplorando attentamente la campagna. Guidavano il drappello un ufficiale e un sergente, e tutti guardavano lontano, davanti a sè, con occhio fisso, muti, preparati a veder da un momento all'altro biancheggiare fra gli alberi le divise degli avamposti nemici. Arrivarono così a una casetta rustica, circondata di frassini, davanti alla quale se ne stava tutto solo un ragazzo d'una dozzina d'anni, che scortecciava un piccolo ramo con un coltello, per farsene un bastoncino: da una finestra della casa spenzolava una larga bandiera tricolore: dentro non c'era nessuno: i contadini, messa fuori la bandiera, erano scappati, per paura degli Au[Page 18]striaci. Appena visti i cavalleggieri, il ragazzo buttò via il bastone e si levò il berretto. Era un bel ragazzo, di viso ardito, con gli occhi grandi e celesti, coi capelli biondi e lunghi: era in maniche di camicia, e mostrava il petto nudo.
—Che fai qui?—gli domandò l'ufficiale, fermando il cavallo.—Perchè non sei fuggito con la tua famiglia?
—Io non ho famiglia,—rispose il ragazzo.—Sono un trovatello. Lavoro un po' per tutti. Son rimasto qui per veder la guerra.
—Hai visto passar degli Austriaci?
—No, da tre giorni.
L'ufficiale stette un poco pensando; poi saltò giù da cavallo, e lasciati i soldati lì, rivolti verso il nemico, entrò nella casa e salì sul tetto.... La casa era bassa; dal tetto non si vedeva che un piccolo tratto di campagna.—Bisogna salir sugli alberi,—disse l'ufficiale, e discese. Proprio davanti all'aia si drizzava un frassino altissimo e sottile, che dondolava la vetta nell'azzurro. L'ufficiale rimase un po' sopra pensiero, guardando ora l'albero ora i soldati; poi tutt'a un tratto domandò al ragazzo:
—Hai buona vista, tu, monello?
—Io?—rispose il ragazzo.—Io vedo un passerotto lontano un miglio.
—Saresti buono a salire in cima a quell'albero?
—In cima a quell'albero? io? In mezzo minuto ci salgo.
—E sapresti dirmi quello che vedi di lassù, se c'è soldati austriaci da quella parte, nuvoli di polvere, fucili che luccicano, cavalli?
—Sicuro che saprei.
—Che cosa vuoi per farmi questo servizio?
—Che cosa voglio?—disse il ragazzo sorridendo.—Niente. Bella cosa![3] E poi... se fosse per i tedeschi, a nessun patto; ma per i nostri! Io sono lombardo.[Page 19]
—Bene. Va su dunque.
—Un momento, che mi levi le scarpe.
Si levò le scarpe, si strinse la cinghia dei calzoni, buttò nell'erba il berretto e abbracciò il tronco del frassino.
—Ma bada...—esclamò l'uffiziale, facendo l'atto di trattenerlo, come preso da un timore improvviso.
Il ragazzo si voltò a guardarlo, coi suoi begli occhi celesti, in atto interrogativo.
—Niente,—disse l'uffiziale;—va su.
Il ragazzo andò su, come un gatto.
—Guardate davanti a voi,—gridò l'uffiziale ai soldati.
In pochi momenti il ragazzo fu sulla cima dell'albero, avviticchiato al fusto, con le gambe fra le foglie, ma col busto scoperto, e il sole gli batteva sul capo biondo, che pareva d'oro. L'uffiziale lo vedeva appena, tanto era piccino lassù.
—Guarda dritto e lontano,—gridò l'uffiziale.
Il ragazzo, per veder meglio, staccò la mano destra dall'albero e se la mise alla fronte.
—Che cosa vedi?—domandò l'uffiziale.
Il ragazzo chinò il viso verso di lui, e facendosi portavoce della mano, rispose:—Due uomini a cavallo, sulla strada bianca.
—A che distanza di qui?
—Mezzo miglio.
—Movono?
—Son fermi.
—Che altro vedi?—domandò l'uffiziale, dopo un momento di silenzio.—Guarda a destra.
Il ragazzo guardò a destra.
Poi disse:—Vicino al cimitero, tra gli alberi, c'è qualche cosa che luccica. Paiono baionette.
—Vedi gente?
—No. Saran[4] nascosti nel grano.[Page 20]
In quel momento un fischio di palla acutissimo passò alto per l'aria e andò a morire lontano dietro alla casa.
—Scendi, ragazzo!—gridò l'ufficiale.—T'han visto. Non voglio altro. Vien giù.
—Io non ho paura,—rispose il ragazzo.
—Scendi...—ripetè l'uffiziale,—che altro vedi, a sinistra?
—A sinistra?
—Sì, a sinistra.
Il ragazzo sporse il capo a sinistra: in quel punto un altro fischio più acuto e più basso del primo tagliò l'aria.—Il ragazzo si riscosse tutto.—Accidenti!—esclamò.—L'hanno proprio con me![5]—La palla gli era passata poco lontano.
—A basso!—gridò l'uffiziale, imperioso e irritato.
—Scendo subito,—rispose il ragazzo.—Ma l'albero mi ripara, non dubiti.[6] A sinistra, vuole sapere?
—A sinistra,—rispose l'uffiziale;—ma scendi.
—A sinistra,—gridò il ragazzo, sporgendo il busto da quella parte,—dove c'è una cappella mi par di veder....
Un terzo fischio rabbioso passò in alto, e quasi ad un punto[7] si vide il ragazzo venir giù, trattenendosi per un tratto al fusto ed ai rami, e poi precipitando a capo fitto colle braccia aperte.
—Maledizione!—gridò l'uffiziale, accorrendo.
Il ragazzo battè della schiena per terra e restò disteso con le braccia larghe, supino; un rigagnolo di sangue gli sgorgava dal petto, a sinistra. Il sergente e due soldati saltaron giù da cavallo; l'uffiziale si chinò e gli aprì la camicia: la palla gli era entrata nel polmone sinistro.—È morto!—esclamò l'uffiziale.—No, vive!—rispose il sergente.—Ah! povero ragazzo! bravo ragazzo!—gridò l'uffiziale;—coraggio! coraggio!—Ma mentre gli diceva coraggio e gli premeva il fazzoletto sulla ferita, il ragazzo stralunò gli occhi e abbandonò il capo; era[Page 21] morto. L'uffiziale impallidì, e lo guardò fisso un momento;—poi lo adagiò col capo sull'erba;—s'alzò, e stette a guardarlo;—anche il sergente e i due soldati, immobili, lo guardavano:—gli altri stavan rivolti verso il nemico.
—Povero ragazzo!—ripetè tristamente l'uffiziale.—Povero e bravo ragazzo!
Poi s'avvicinò alla casa, levò dalla finestra la bandiera tricolore, e la distese come un drappo funebre sul piccolo morto, lasciandogli il viso scoperto. Il sergente raccolse a fianco del morto le scarpe, il berretto, il bastoncino e il coltello.
Stettero ancora un momento silenziosi; poi l'ufficiale si rivolse al sergente e gli disse:—Lo manderemo a pigliare[8] dall'ambulanza: è morto da soldato; lo seppelliranno i soldati.—Detto questo mandò un bacio al morto con un atto della mano e gridò:—A cavallo.—Tutti balzarono in sella, il drappello si riunì e riprese il suo cammino.
E poche ore dopo il piccolo morto ebbe i suoi onori di guerra.
Al tramontare del sole, tutta la linea degli avamposti italiani s'avanzava verso il nemico, e per lo stesso cammino stato percorso[9] la mattina dal drappello di cavalleria, procedeva su due file un grosso battaglione di bersaglieri, il quale, pochi giorni innanzi, aveva valorosamente rigato di sangue il colle di San Martino. La notizia della morte del ragazzo era già corsa fra quei soldati prima che lasciassero gli accampamenti. Il sentiero, fiancheggiato da un rigagnolo, passava a pochi passi di distanza dalla casa. Quando i primi uffiziali del battaglione videro il piccolo cadavere disteso ai piedi del frassino e coperto dalla bandiera tricolore, lo salutarono con la sciabola; e uno di essi si chinò sopra la sponda del rigagnolo, ch'era tutta fiorita, strappò due fiori e glieli gettò. Allora tutti i bersaglieri, via via che passavano, strapparono dei fiori e li gettarono al morto. In pochi minuti il ragazzo fu coperto di fiori, e uffiziali e soldati[Page 22] gli mandavan tutti un saluto passando:—Bravo, piccolo lombardo!—Addio, ragazzo!—A te, biondino!—Evviva!—Gloria!—Addio!—Un uffiziale gli gettò la sua medaglia al valore, un altro andò a baciargli la fronte. E i fiori continuavano a piovergli sui piedi nudi, sul petto insanguinato, sul capo biondo. Ed egli se ne dormiva là nell'erba, ravvolto nella sua bandiera, col viso bianco e quasi sorridente, povero ragazzo, come se sentisse quei saluti, e fosse contento d'aver dato la vita per la sua Lombardia.
edmondo de amicis.
MANCAVANO ancora più di tre chilometri per arrivare alla villa quando cominciò a piovere.
La signora Susanna guardò in alto, allungò il braccio e ricevette le prime goccie sul dorso della mano e sulla faccia. Poi disse a suo nipote ch'era un ragazzo tra i quattordici e i quindici anni:—Ferruccio, va in due salti laggiù dalla[1] vecchia Marta; ella avrà forse da prestarci un ombrello. Tu, Cecilia, resta qui.... Non faresti che inzaccherarti tutta.
In pari tempo la signora Susanna aperse il suo ombrellino e disse alla figliuola:—Finchè torna Ferruccio, vieni sotto anche tu. Non sarà un gran riparo, ma a qualche cosa servirà pure.—Però Cecilia rispose:—No, mamma, è inutile, in due non ci si sta.[2]
Ferruccio non tardò a ricomparire, seguito a pochi passi di distanza da una donna trafelata che teneva sotto il braccio un grande ombrellone rosso.[Page 23]
—Non sarebbe meglio che s'accomodassero da me per un quarto d'ora?—disse officiosamente la nuova arrivata.—Già questo tempaccio tanto non può durare.... Creda, signora, sarebbe meglio.... Se poi non vuole, eccole un ombrello.... Un ombrello da povera gente, ma non ho che questo.
—Grazie, Marta,—replicò con affabilità la signora Susanna.—Verrei da voi volontieri; ma è già tardi e il desinare ci aspetta. Accetto il vostro ombrello che vi farò avere più tardi. E grazie di nuovo.
Ferruccio e Cecilia ridevano fra di loro contemplando quell'ombrellone da curato che pareva dover proteggere sotto le sue ali un'intera famiglia.
—Tutti e tre a braccetto, tutti e tre a braccetto,—esclamò la ragazza battendo le mani.
—Nemmen per sogno,[3] bimba che sei,—riprese la madre.—A te il mio parasole, Ferruccio terrà l'ombrellone e farà da cavaliere a me.
Queste disposizioni piacquero poco a' due cugini le cui facce si allungarono di alcuni centimetri. Ma la signora Susanna non se ne accorse, perchè in quel momento ella s'era voltata al rumore di una carrozza che si avvicinava.
Era la timonella del dottor Lonzi.
—Signora Mellini,—gridò il dottore fermando il cavallo e sporgendo la testa fuori del mantice alzato a metà,—vuol salire in timonella? Ho un posto disponibile.
—In verità,—rispose la signora Susanna,—se non credessi di farla deviare dal suo cammino, accetterei.
—Si figuri.... Passo anzi davanti alla sua villa. E in ogni caso.... Mi dispiace piuttosto di non potere offrire ospitalità a que' due signorini.
—I due signorini vanno a piedi,—disse Cecilia tutta contenta.[Page 24]
E restituendo alla madre l'ombrellino si ricoverò sotto l'ombrello rosso.
—Quella lì resterà una bimba sino all'estrema vecchiezza,—osservò la signora Susanna mentre, aiutata dal dottore, saliva in timonella. E continuò, rivolgendosi ai due ragazzi:—Mi raccomando di non far pazzie e di andar subito a casa. Ferruccio, tu sei il più giovine, ma sei anche il più savio. Abbi tu giudizio per tua cugina. Te l'affido.
Il dottore Lonzi scosse le redini sul collo al cavallo che si mise al trotto.
—Ha sentito?—disse con aria d'importanza Ferruccio.—È affidata a me. Dunque rispetto e soggezione.
—Oh!—esclamò Cecilia.—Che cavaliere formidabile! Con un buffetto lo getterei in fosso.
—Questa vorrei vederla,—replicò Ferruccio piccato.
—To', mi negheresti d'esser tre buone dita più basso di me?
—È una calunnia. Ci siamo forse misurati quest'autunno?
—Quest'autunno no, ma l'autunno passato.
—Qui sta il busillis.... In un anno io son cresciuto e tu no... almeno in altezza.
Quest'allusione alle curve nascenti di sua cugina parve a Ferruccio un'audacia immensa, ond'egli arrossi e chinò gli occhi a terra.
La ragazza rimase un momento in forse se doveva ridere o arrabbiarsi, e si contentò di borbottare fra i denti:—Sguaiato!
—Un altr'anno poi ce la conteremo,—soggiunse Ferruccio, lieto d'averla passata liscia.[4]
—A proposito di che ce la conteremo?
—Oh bella! A proposito della mia statura.
—Sicuro... diventerai il gigante Golia.... Ma andiamo, grullo, lo sai tenere o no quel famoso ombrello?
È innegabile che Ferruccio lo teneva piuttosto male, costretto com'era a camminare in punta di piedi per non parer[Page 25] meno alto della cugina. Per peggio tirava vento, e ogni tanto una raffica faceva piegare l'asta ora da una parte, ora dall'altra.
—Io faccio la doccia dal lato destro,—osservò Cecilia.
—E io dal lato sinistro.
—Vuoi lasciar provare a me?—disse la giovinetta.
—Lasciarti l'ombrello?
—Sì, per cinque minuti.
—Ma nemmen per sogno.
—Via, sii compiacente.
—Ti dico di no.
Ma Cecilia, ostinatella per indole, non voleva smettere e tentava di conquistare con la forza ciò ch'ella non poteva ottener colle buone.[5] Tira di qua, tira di là, l'ombrello che non aveva le molle ben salde si chiuse a un tratto pigliando come in una trappola le teste dei due contendenti.
Quando poterono riaprirlo, Ferruccio aveva il cappello a sghimbescio e Cecilia era tutta arruffata; grondavano poi tutti e due come se fossero usciti allora da un bagno.
—Colpa tua,—gridò la ragazza.—Sgarbataccio!
—Ah colpa mia! Fosti tu che....
A questo punto però l'ilarità prese il sopravvento e i due cugini si guardarono in viso ridendo a più non posso.[6]
—Fu una bella capata.
—Eh, lo credo io. Debbo aver un bernoccolo sulla fronte.
—E anch'io qui....
—Povera cuginetta!—esclamò Ferruccio.
—Non rider così forte,—disse Cecilia fingendo un comico sgomento.—Se scuoti troppo l'ombrello, esso ne fa ancora una delle sue[7] e torna a chiudersi.
—La gran disgrazia! Non si stava punto male lì sotto.
Anche questa volta Ferruccio credette d'essersi lasciata sfuggire una frase arrischiata anzichenò, e divenne rosso.[Page 26]
Cecilia gli lanciò un'occhiatina in cui c'era un fondo d'inconscia civetteria; poi, atteggiandosi a donna di proposito:—Orsù,—disse,—facciamo da gente soda il resto del cammino.
Ella passò di nuovo il braccio sotto a quello del suo cavaliere e gli si strinse addosso quanto più era possibile.—Così sarò al coperto con tutta la persona,—ella disse.
Ferruccio si sentiva intorno una specie d'inquietudine, un malessere non provato ancora; un malessere però così delizioso che in quel momento egli non l'avrebbe cambiato con nessuna cosa al mondo.
E Cecilia intanto, chinando verso di lui la leggiadra testina, gli parlava come non gli aveva parlato mai sino a quel giorno, come si parla, non già a un fanciullo che si prende per compagno di chiassi, ma a un giovinetto che può essere il confidente, l'amico.
A vedersi finalmente trattato da pari a pari da una ragazza che aveva quasi quindici anni e mezzo e ch'era bellina davvero, Ferruccio non capiva in sè dalla contentezza. Sulle prime era confuso, si impappinava, ma a poco a poco gli si sciolse lo scilinguagnolo e cominciò anch'egli a discorrere con un calore, con un'enfasi insolita.
Quante cose si dissero i due cugini sotto a quell'ombrello! Ricorsero i tempi dell'infanzia allorchè vivevano nella stessa città e passavano insieme molte ore della giornata, bisticciandosi spesso, tirandosi anche di tanto in tanto per i capelli, ma non potendo mai star divisi. Più tardi le famiglie erano andate ad abitar paesi diversi, e Cecilia e Ferruccio si rammentavano d'aver pianto dirottamente il giorno della separazione. Sì, certo, avevano pianto, avevano giurato di scriversi, ma poichè sapevano fare appena le aste, non c'era stato caso di mantener la promessa. Però Ferruccio era venuto sin da quell'autunno a passar le vacanze presso gli zii, e così negli autunni succes[Page 27]sivi. Era quella anche per Cecilia la più lieta stagione dell'anno. È vero, c'era stato un po' di raffreddamento quando Cecilia pareva voler diventare un campanile e Ferruccio invece non si decideva mai a crescere. Allora ella lo guardava proprio dall'alto al basso.[8] Basta; ormai questa umiliazione era finita, e Cecilia riconosceva lealmente che Ferruccio non faceva punto una cattiva figura al suo fianco. Ma! Che peccato di non poter andar a braccetto tutto l'anno! Che peccato di non poter sempre confidarsi i pensieri intimi, i desiderii segreti, le piccole contrarietà della vita!
I due cugini sdrucciolavano nel patetico. Chi sa che cosa riserbava loro l'avvenire? Una serie di disinganni, una morte precoce forse... brr... l'idea sola faceva gelare il sangue.
—Non dirlo nemmeno, Cecilia,—esclamò Ferruccio.
—Ti dispiacerebbe davvero se io morissi?
—Oh che discorsi!—egli replicò fissandola con occhi umidi.
Ella, per risposta, gli premette dolcemente il braccio.
Questo dialogo sentimentale fu interrotto da una voce.
—Ehi, ragazzi, volete spicciarvi?
Era la signora Susanna la quale aspettava la figliuola presso la cancellata della villa ov' essi erano giunti senz'accorgersene.
—E adesso,—continuò la signora Susanna,—mi farete la grazia di spiegarmi perchè tenevate l'ombrello aperto? Son più di venti minuti che ha smesso di piovere.
—Ha smesso di piovere!—gridarono Cecilia e Ferruccio pieni di maraviglia.
—Ma sì.... Eravate nelle nuvole? Di Cecilia non mi stupisco; ella non sa mai dov' abbia la testa; ma tu, Ferruccio, vergogna! E in che stato siete! Col fango fin sopra i capelli! Su, presto, andate a mutarvi vestito, e poi subito a tavola. Tu, Ferruccio, consegna l'ombrello a Menico che lo riporti alla[Page 28] vecchia Marta. Già per quello che vi ha servito, si poteva fare a meno di prenderlo.[9]
—No, mamma, credilo, sotto quell'ombrello si stava benissimo,—disse Cecilia avviandosi a casa.
—Birichina!—le susurrò all'orecchio Ferruccio mettendosele al fianco.
enrico castelnuovo.
L'ISTITUZIONE dei giurati è un mistero come un altro. Più si studia e[1] meno si arriva a capirlo.
Difatti, a che serve fare un corso intero di giurisprudenza, subire esami, addottorarsi, avvocatarsi e, cominciando dal primo gradino del pretore, salire su su fino a giudice o presidente della Corte, quando un bottegaio, un farmacista, un negoziante d' olio, un venditore di fiammiferi all'ingrosso, vengono in Tribunale a pigliare il posto del vero giudice, e il loro verdetto, quale e' si sia,[2] decide sommariamente della sorte dell'imputato?
Mistero!...
Perchè si crede e si deve credere che dodici o quindici persone, sprovviste per il solito d' ogni studio legale e d' ogni pratica forense, debbano essere più competenti, in un dibattimento grave e spesso complicatissimo, a emettere un giudizio retto e spassionato, di quello che potrebbero esserlo gli stessi magistrati, largamente forniti di studi, di criteri e d' esperienza?
Mistero!...
E perchè, per la medesima ragione, dovendo giudicare della[Page 29] gravità di un caso chirurgico, invece di chiamare un professore dello Spedale o un altro valente operatore, non si chiama il lattaio, il calzolaio o il tappezziere di casa?
Mistero!...
Perchè ostinarsi a cantare tutti i giorni la coscienza, la rettitudine e l'incorruttibilità della nostra magistratura, mentre poi, all'atto pratico,[3] questa medesima magistratura così coscienziosa, così retta, così incorruttibile la facciamo controllare (il verbo è francese, ma il significato è italiano) da un' altra magistratura, apocrifa, posticcia, improvvisata?
Mistero!...
Perchè deve esser lecito strappare dalle sue consuetudini giornaliere un povero diavolo, il quale per venti o trent' anni non ha fatto altro che fabbricare o sapone, o camiciole di lana, o versi endecasillabi, per costringerlo a mascherarsi lì per lì da giudice di Tribunale, col pericolo che egli assolva innocentemente qualche arnese galerabile,[4] e mandi all'ergastolo qualche malcapitato galantuomo?
Mistero, mistero, e sempre mistero! vale a dire[5] tutte cose che si vedono fare, senza poterne capire la ragione ragionevole per cui si fanno.
—Che cos' è il giurato?
—Il giurato è un libero cittadino, condannato dalle libere istituzioni a far da urna, rigirandosi in bocca due pallottole, sopr'una delle quali è scritta la condanna, e sull'altra l'assoluzione dell' imputato. La prima pallottola che il giurato sputa, è quella che il vero giudice è tenuto a fare eseguire.
—Qual'è, per un giurato, la più grande afflizione di spirito?
—Quella di non saper mai a che ora potrà pranzare.
—Che fa il giurato, durante il dibattimento?
—Quando va a prendere il suo posto è rassegnato: dopo un' ora, è uggioso: dopo un' ora e mezzo, è impaziente: dopo un' ora e tre quarti, diventa atrabiliare: dopo due ore, finisce[Page 30] col credersi più infelice dello stesso imputato, perchè egli si sente già condannato, mentre l'altro ha sempre qualche speranza.
—Come si chiama la deliberazione del giurì?
—Verdetto.
—Questa parola significa forse l'obbligo nei giurati di colpire nel vero?
—Nossignore. Questa parola significa semplicemente "è vero che i giurati hanno detto quel che hanno detto!"...
—Che cos'è dunque il verdetto?
—È la cosa meno seria, fra le cose serie di questo mondo.—
c. collodi.
ECCOTI qui, tra le mie mani, sotto i miei occhi.
Nulla è più in te di ciò che era meraviglioso in te. Non hai nè colore, nè rilievo, nè profumo. Il vento non ti culla più, gli insetti non ti cercano, le farfalle ti hanno dimenticato. Appena appena al vederti si può credere che tu sia stato un fiore, e che tu sia stato bello nessuno lo crederebbe se io non lo affermassi.
Ebbene: in cotesto tuo aspetto freddo e rassegnato tu vali per me più di tutti i fiori che abbelliscono e abbelliranno i giardini della terra. Non perchè dal delicato ramo che ti diede la vita sia venuta a staccarti trepidante la mano d'una donna, chè tale felice sorte non ti toccò. Non perchè tu sappia la voluttà del riposo sopra il seno di lei che amo, o conosca il divino contatto delle sue labbra. No: in una notte buia, quando tutto[Page 31] attorno a te era silenzioso e vuoto e tu dormivi sognando forse il lieto sole del domani, io venni a coglierti.
Perchè ti colsi, quella notte, allorchè tutto taceva ed era vuoto attorno a te? Perchè approfittai di quell'istante in cui tu eri rimasto solo, e perchè ora sei mio e ti tengo celato e caro come il più prezioso di tutti i tesori?
Perchè tu, un giorno, vivo, scarlatto, profumato, spiccando in mezzo al verde tenero delle foglie, fosti il testimone.
Perchè tu fosti presente quando i miei occhi per la prima volta si incontrarono nei suoi, e ammirasti il sorriso che illuminò la sua faccia allorchè essa rispose leggiadramente al mio saluto.
Perchè tu assistesti al nostro primo incontro e contasti, uno ad uno, i minuti di quell'ora che non ritornerà giammai.
Perchè mi vedesti felice al suo fianco, udisti il suono della sua voce e la mirasti ascoltare benevolmente le mie parole.
Perchè contemplasti la mia sommissione e vedesti i miei occhi inalzarsi a lei supplici.
Perchè udisti il suo riso e ammirasti la gentilezza della sua persona.
Perchè tu puoi far fede[1] che ella un istante mi amò, affinchè io mai non ne dubiti; perchè tu sentisti il dolore che velava la mia voce allorchè le indirizzai l'ultima parola, e vedesti il subitaneo smarrimento che passò in quell'istante dentro i suoi occhi.
Per questo io corsi a te, solo, di notte, e ti tolsi al tuo ramo senza pietà, e mi impadronii di te come cosa che a buon diritto dovesse appartenermi. Per questo ti tengo ora qui, mio prigioniero, e voglio che tu mi risponda, e ti invito a raccontare lungamente. Descrivi in tutti i suoi più minuti particolari la storia di quell'ora e falla[2] divenire la storia di cento secoli. Dimmi[3] la sua bellezza, rivelami tutte le grazie della sua persona, ricordami il colore dei suoi occhi come se io già lo avessi dimenticato.[Page 32] Parlami della soavità del suo sguardo e pensa insieme a me alla voluttà di un suo bacio. Parlami di lei, di lei sempre, e quando credi di aver terminato, ricomincia ancora!
enrico guidotti.
SE in un giardino si trovano dei pomi maturi, una bella ragazza di diciott'anni, e un bel giovinetto di venti, e non si rinnova la storia di Adamo ed Eva, è proprio un miracolo. Non occorre nemmeno il serpente.
Nei dintorni di Milano c'è uno stabilimento industriale circondato da un parco, ove il signor Carlo Y——, figlio del proprietario, s'incontrava sovente con l'Orsolina, figlia del capo-fabbrica.
Egli è un bel giovane che ha appena finiti i suoi studi, e la ragazza è un tipo milanese perfetto; svelta, brunetta, graziosa. Si vedevano ogni giorno, si piacquero, e dichiararono di amarsi sul serio, coll'intervento del Sindaco e la registrazione nello "stato civile."[1] Per disgrazia, invece del serpente che incoraggiasse i loro progetti clandestini, li vide il cassiere della casa, che si credette in obbligo di avvertirne il padrone, il quale appunto in quel giorno aveva ricevuto una lusinghiera proposta di matrimonio pel figlio. Si trattava d'una ricchissima signora di Como,[2] che portava in dote case, campagne e capitali, con un quarto di nobiltà per giunta, e le solite speranze.
Il babbo del signor Carlo, uomo di lunga esperienza, capì subito che non bisognava attaccare il giovinotto di fronte; nell'amore, l'opposizione è un incentivo, e gli ostacoli sono sproni.[Page 33]
—Sarà un amoretto giovanile,—egli pensava,—bisogna farlo cessare con prudenza, e si fece chiamare il capo-fabbrica.
Il sor Fabrizio era un ambrosiano all'antica,[3] la probità in persona, calmo e operoso ad un tempo, e fino come una volpe, sotto un'apparente bonomia.
—Dite un po', Fabrizio, vi siete accorto che mio figlio va ronzando intorno alla vostra figliuola?[4]
—Non me ne sono proprio mica accorto.
—Ebbene, ve lo dico io per vostra norma a scanso di pericoli. 10
—Pericoli non ve ne possono essere, la mia Orsolina è una perla!
—Lo so benissimo, ma la gioventù... m'intendete....
—Anzi non intendo niente!... io vado superbo... e mi chiamo altamente onorato della predilezione del signor Carlo.
—Va bene fino ad un certo punto,... ma sapete... i giovinotti... non bisogna troppo fidarsi....
—Mi meraviglio!... sono discorsi questi che mi sorprendono... e, se non fosse lei che parla, farei subito tacere chi osasse di calunniare i miei signori padroni. Sono quarantadue anni e quattro mesi che li servo, e non ho avuto che a lodarmi di tutti loro. Primo il signor Giacomo di venerata memoria,... poi il signor Gaspare di pari probità,... adesso lei che seguita le onorate tradizioni della casa, poi verrà il signor Carlo a continuare l'inalterabile sistema.... A Milano li conoscono, neh? e anche fuori! Sono case vecchie... e bisogna andar superbi di servirle!
—Vi ringrazio, vi ringrazio, ma non bisogna confondere le cose; gli amoretti non hanno a che fare cogli affari. Insomma, capite bene che i giovani si scaldano presto la testa, e allora....
—Allora tocca a lei, se non è contento, di allontanare il[Page 34] signor Carlo. Da parte mia, se i giovani si amassero, do il mio pieno consenso, ed anzi mi reputo ben fortunato di diventare il suocero del mio futuro padrone!
—Oh, là... là... come andate avanti! non si tratta già di matrimonio!
—Ma allora,... di che si tratta?
—Infatti vi parlerò chiaro. Mi vien fatta una proposta di matrimonio, che potrebbe convenire a mio figlio, e che a me conviene perfettamente. Si tratta d'una ricchissima signora!... capite bene....
—Capisco benissimo... se colla ricchezza ci entra anche l'amore, niente di meglio! ma se l'amore mancasse... ci sarebbe il superfluo senza il necessario.
—Ma neanche il solo amore basta per maritarsi... ci vuole la dote!
—Sicuro!... è giustissima, ci vuole la dote, anzi, ci vogliono delle doti... e il denaro è la cosa meno necessaria alla felicità,... specialmente per chi ne ha più del bisogno.
—Converrete, caro Fabrizio, che un padre ha pieno diritto di scegliere per suo figlio un partito conveniente.
—Verissimo!... Qualora al figlio convenga il principale, che è la donna, il padre ha diritto di occuparsi dell'accessorio... che è la dote.
—Ebbene, vi dirò in confidenza chi sarebbe la donna, e poi mi direte francamente la vostra opinione. Si tratta della figlia unica del signor B——, della casa B. S. e Comp., di Como.
—Una bellissima ragazza... e ricchissima.
—Il padre vedovo cede alla figlia tutta la dote materna, la magnifica villa sul lago, la galleria dei quadri, e vi aggiunge un cospicuo capitale. Poi, alla sua morte il resto. Di più, la madre della ragazza era contessa, ciò che la mette in parentela colle famiglie più nobili. Trovatemi, caro Fabrizio, fra le vostre aderenze un simile partito![Page 35]
—Ecco, le dirò quello che penso. Fra le mie aderenze conosco le terre dell'Orsolina;... essa le ha divise in quattro tenute; un vasetto di geranio, uno di reseda, un garofano e un rosaio. Non ha spese di coltura, perchè governa tutto da sè; non teme la grandine, perchè ad ogni minaccia li mette al coperto. Denaro non ha che quello che guadagna colle sue mani, ma siccome spende sempre meno di quanto guadagna, così ha sovente qualche risparmio da mettere alla banca del popolo. Conosco la signora B——, l'ho veduta quest'inverno a Milano; è bella, ma meno dell'Orsolina; si veste di velluto, ma lo trascina nel fango delle strade; ha carrozze e cavalli di lusso, cocchieri in parrucca, palchi in teatro, ma non so se le rendite della sua dote basteranno a pagare tutte le spese! È vero che i miei signori padroni non hanno bisogno di denaro,... e possono fare anche un matrimonio passivo, per il gusto d'avere una villa sul lago, una galleria di quadri... e un quarto di nobiltà. Alla mia Orsolina bastano i giardini pubblici e la galleria di Brera,[5] nostre proprietà comuni, come cittadini milanesi,... e per la nobiltà l'Orsolina ha la sua parte, e tanto bella che non vorrebbe cederla per nessuna altra. Essa ha ereditato la medaglia del merito militare, che mio figlio ha guadagnata combattendo valorosamente nelle guerre per l'indipendenza della patria, e che morendo sul campo di battaglia ha mandata a sua sorella col mezzo d'un camerata ferito al suo fianco.
Così dicendo, Fabrizio si asciugava gli occhi gonfi di lagrime, e non potè proseguire; le parole gli rimasero strozzate nella gola alla memoria di tanto sacrificio!
Il padrone, parimenti commosso, lo guardava tacendo, quando s'aperse l'uscio, ed entrò nello studio il giovane Carlo.
—Padre mio,—egli disse,—so tutto; il cassiere mi ha informato delle vostre intenzioni; io vengo ad aprirvi il mio cuore. Amo teneramente l'Orsolina, e le ho promesso di sposarla; essa è degna di portare il nostro nome, e sarà la provvi[Page 36]denza della nostra casa, come lo era la povera mia madre, che dal cielo approva la mia scelta. Voi non vorrete che io manchi alla parola d'onore, sagrificando anche il mio affetto. Ho tutta la venerazione per il signor B—— di Como e sua figlia, ma rinunzio volentieri a tutte le loro ricchezze e sento che sarò più felice coll'Orsolina senza dote....
—Come senza dote?—saltò su a dire Fabrizio un po' risentito.
—Se parli con lui,—soggiunse il padre di Carlo, con mal dissimulata ironia,—sua figlia è più ricca della signora B——.
—Sicuro,—rispose Fabrizio,—mia figlia appartiene alla classe che produce, e le signora B—— alla classe che consuma. È facile tirarne le conseguenze. Se poi le doti morali sono da preferirsi alle materiali, chi più dell'Orsolina ha un cuor d'oro, una mente retta, un giudizio sano, un'anima onesta? È certo però che, per quanto possa essere profonda la sua affezione, essa non concederà mai la mano di sposa ad un giovane, che non abbia ottenuto il pieno consenso paterno, specialmente se questo giovane è ricco! C'è dunque realmente un pericolo, quello di passare per intriganti, o di veder mia figlia deperire per un amore infelice; noi non abbiamo altre ricchezze che l'onore e la salute, ma queste ci bastano per vivere e non abbiamo bisogno d'altro. Io condurrò mia figlia lontano da tale pericolo,... e da questo momento domando il mio congedo.
Fabrizio era sincero ed era alieno dal conoscere il proprio valore. Bensì lo conosceva il padrone che fidava interamente il buon andamento della fabbrica sull'onestà e sull'attitudine del suo capo. La partenza di lui equivaleva ad un fallimento; un buon capo-fabbrica val più d'una ricca dote; il padre di Carlo si affrettò quindi a chiedere a Fabrizio la mano di Orsolina per suo figlio; e quando alle doti morali della futura nuora aggiunse anche il valore del padre di lei, s'accorse benissimo[Page 37] che se mantenendo la promessa del figlio aveva fatta una buona azione, aveva conchiuso, in pari tempo, anche un ottimo affare.
antonio caccianiga.
IL dotto naturalista signor X—— si presentò all'Accademia scientifica di N—— chiedendo d'essere ammesso a leggere in pubblica adunanza alcuni suoi studi. La domanda venne accolta favorevolmente da tutti i membri della presidenza, che lo invitarono a prender posto fra loro.
—Ella ci fa un vero onore,—gli disse il presidente.—La stampa ci porta via il lavoro dei nostri soci che preferiscono presentarsi direttamente al pubblico. I pochi che danno la preferenza alla qualità sulla quantità degli uditori mostrano il loro acume. So che Ella studia molto....
—Sì signore,—rispose il naturalista,—studio moltissimo... e non so nulla.
—Troppa modestia.... Ora siccome dobbiamo inserire gli argomenti delle letture nell'ordine del giorno delle adunanze, la prego di voler favorirmi il titolo dei suoi studi.
—Intendo di presentare all'Accademia... le rivelazioni d'un'ostrica.
La presidenza non seppe rattenere uno scroscio di risa.
—Il naturalista se ne trovò offeso.
—Che cosa c'è da ridere!—egli chiese con indignazione.—Voi ascoltate seriamente le nenie dei vostri poetuncoli, i verbosi vaniloqui dei vostri filosofi, i fantastici sproloqui dei[Page 38] vostri teologhi, e non potete prendere sul serio le modeste rivelazioni d'un mollusco? Vi sorprendete forse perchè vi prometto le rivelazioni d'un acefalo? O credete che colui che non ha testa non possa pensare col cuore... o collo stomaco! Non avete mai veduto degli uomini che ragionano coi pugni? Mi fareste venir la voglia di darvi un saggio di argomentazioni persuasive col solo uso delle gambe.
E così parlando si animava gradatamente, e vedendo che i dotti si facevano dei segni coi gomiti, e lo guardavano con paurosa diffidenza, la sua indignazione giunse al colmo. Si levò in piedi e disse:
—Signori... voi ignorate che il sublime sta nel semplice. Voi siete un composto d'imbecilli... e d'idioti... io vi disprezzo, e vi scaccio da questo tempio della scienza, che profanate colla vostra dabbenaggine!
E così dicendo alzò in aria una sedia, coll'evidente intenzione di rompere la testa ai membri della presidenza, che non volevano credere al linguaggio degli acefali.
Tutti gl'illustri accademici se la svignarono[1] per la porta più vicina.
Allora lo sdegno furibondo del signor X—— si sfogò sugli scaffali dei libri, rompendo le lastre, mandando in aria i volumi, le carte, i calamai, le lampade, e quanto gli cadde sotto mano. Poi discese le scale gesticolando; e si mise a passeggiare per la via con passi concitati, parlando da solo, e dimenando le braccia.
Alcuni agenti di questura[2] avvertiti dal presidente lo seguirono per qualche tempo e quando giudicarono di poterlo afferrare senza pericolo, gli saltarono addosso, lo legarono strettamente, e lo condussero al manicomio.
Sorpreso dall'inaspettata violenza, rimase sbalordito, non oppose la minima resistenza, e si lasciò condurre macchinalmente; ma quando giunse davanti il portone del famoso[Page 39] ospizio, alzò gli occhi in atto di profondo disprezzo, ed esclamò:
—Adesso capisco! è il caso attribuito a Salomone di Caus![3]
*
* *
Pochi giorni dopo questo avvenimento l'Accademia tenne un'adunanza a porte chiuse, nella quale il dottore Z—— fece delle comunicazioni intorno ad alcune sue recenti ricerche sulla pazzia.
Risulterebbe da studi profondi, che gli uomini sono tutti più o meno matti... senza far eccezione delle donne. I pazzi rinchiusi nei manicomii sono varietà di poca importanza, che si trovano all'ospizio per circostanze fortuite. Non sono quasi mai i più pericolosi, tanto è vero che gli assassini, che non sono altro che pazzi, si consegnano alle prigioni, e molte volte con stupida barbarie si guariscono dalla malattia di cervello, coll'amputazione della testa!
Il genio è un'esuberanza vitale, come molte altre manifestazioni intellettuali che passano per pazzie. Leggete senza pregiudizi le vite di tutti gli eroi, e vi troverete molti sintomi di pazzia. Ogni guerra offensiva è l'azione furiosa d'un pazzo seguito da migliaia d'altri pazzi. Ogni colpo di Stato che non mena al potere, conduce direttamente al patibolo. La storia non è altro che la narrazione delle più strane pazzie dell'umanità.
Il dottore Z—— discendendo colle sue prove fino agli avvenimenti del giorno, parlò d'uomini illustri che vivono circondati dall'ammirazione dei contemporanei, e provò, come due e due fan quattro, che sono matti.
Ascoltando le dotte elucubrazioni dello scienziato, qualche socio credeva di scorgere nel fondo della propria coscienza un germe fosforescente di pazzia, come si vede una fiammella attraverso un vetro appannato.[Page 40]
Taluno ebbe paura che la scienza colle sue progressive scoperte giungesse a leggere i pensieri attraverso le pareti del cranio, e pensava già d'inventare una berretta impermeabile agli sguardi scientifici e di ottenerne il brevetto.
Tal altro pensava invece che il dottor Z—— studiasse l'uomo guardandosi nello specchio, e giudicando la società come la riproduzione perpetua di sè stesso.
Però finita la comunicazione scientifica, tutti i soci indistintamente circondarono il lettore, gli strinsero la mano, e gli prodigarono le più lusinghiere congratulazioni.
Tuttavia il presidente dopo replicati elogi, pregò il dottore di voler conservare inediti tali studi, a solo beneficio della scienza, non giudicando la società abbastanza matura per conoscere positivamente i propri destini. Ed anzi allo scopo di prevenire almeno in parte i pericoli minacciati dal progresso delle scienze naturali si propose di fare una lettura in una prossima adunanza, sull'argomento seguente: "Dell'assoluta necessità d'ingannare il genere umano sulle sue origini, e sulle condizioni dell'esistenza, incominciando dall'insegnamento delle scuole elementari, e seguitando a cullarlo d'illusioni, secondo i suoi gusti speciali, per mezzo della libertà di tutti i culti."
I soci approvarono in grande maggioranza.
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Intanto al manicomio, dopo un accurato esame del signor X——, era insorta una discrepanza di pareri fra i medici: il dottor L—— lo dichiarava affetto da alienazione mentale idiopatica, con delirio ricorrente; il dottore Z—— non vedeva che sintomi di neurosi ipocondriaca. Il paziente passava rapidamente da un profondo abbattimento ad eccessi d'esaltazione furibonda. Egli urlava che i veri pazzi non sono all'ospedale,[Page 41] che lo lasciassero andare in pace, se non volevano che diventasse pazzo davvero.
La famiglia del signor X—— venne invitata ad informare sulla condotta di lui, sulle sue abitudini, occupazioni e tendenze. Venne dichiarato di carattere bizzarro, capriccioso, ineguale; ora taciturno ora impetuoso. Abitualmente chiuso in sè, immerso in profonde meditazioni, si mostrava intollerante d'ogni volgare pregiudizio, e si accendeva di collere subitanee. Misantropo, disprezzava gli uomini, e studiava i costumi delle bestie. Da qualche tempo[4] aveva gettato sul fuoco tutti i libri della sua biblioteca, dichiarandoli un ammasso di assurde corbellerie. Diceva di non voler più leggere altro che il libro inesauribile della natura, e passava il giorno coll'occhio intento sul microscopio, e molte notti sul tetto a contemplare le stelle.
Tali informazioni servirono a confermare i due medici nelle loro diverse opinioni e valsero di prova, al primo per dimostrare l'evidenza della pazzia, al secondo l'evidenza contraria.
Le dichiarazioni della famiglia vennero accompagnate da alcuni foglietti manoscritti, fra i quali si ritrovarono le note seguenti:
"Nel segreto del mio gabinetto io ho interrogato un'ostrica sulle sue idee.
"Essa mi rispose:—Prima di uscire dal mare, io credeva, come tutte le mie compagne, che il mondo fosse stato creato per le ostriche; e che Iddio fosse un'ostrica gigantesca, al cui cenno tutto obbedisse. Però vi sono delle ostriche atee che negano Dio, perchè non lo vedono, si burlano delle ostriche dabbene che credono all'ignoto, e suppongono che fuori del mare tutto sia finito, non potendo immaginare un'altra vita.
"Io stessa non mi sono mai immaginata che vi potessero essere degli animali colla testa.
"Io non la trovavo necessaria, non ne sentivo il bisogno, nè per mangiare, nè per vivere, nè per fabbricare la mia casa, nè per propagare la specie.[Page 42]
"Quale non fu la mia sorpresa, quando cavata fuori dal mare dalla mano d'un uomo, venni posta con alcune mie sorelle in un panierino, e portata in giro per la città! Quali meraviglie! quanti splendori! quale incanto alla vista di tante cose varie, strane, incredibili! e di tanti esseri superiori alle ostriche... almeno in apparenza!
"E se nel solo piccolo mondo si trova tanta varietà d'esseri viventi e di meraviglie, che cosa deve trovarsi in tutti quei globi luminosi che girano negli spazii incommensurabili, e che brillano in ogni parte dell'infinito orizzonte!
"Anche l'uomo, come l'ostrica, non conosce che un minimo frammento del creato, un granellino di sabbia dell'universo!
"Ma l'uomo, tanto superiore alle ostriche, non deve avere la vista corta come i poveri molluschi!
"Egli non giudicherà certamente l'immensità dell'infinito ignoto, dal pochissimo che gli è noto; egli colla sua testa orgogliosa non potrà limitare il suo spirito alle idee dei crostacei, e non vorrà essere nè religioso nè ateo alla maniera delle ostriche!
"—Se io leggessi tali rivelazioni d' un'ostrica all'Accademia scientifica?
"Vado subito a chiederne la licenza."
*
* *
Dopo avergli somministrate alcune doccie, e praticati dei salassi, il signor X—— mostrandosi tranquillo, venne restituito alla sua famiglia, raccomandandogli un regime deprimente, e di vivere in calma, abbandonando affatto gli studi di storia naturale, e lasciando vivere e morire in pace gli uomini, le accademie, e le ostriche.
antonio caccianiga.
—Ci si provò anche lei, eh,[1] professore?
—Se mi provai?! E come... e come!
—Ottenne?—
Rise il professor Gianlucardi scotendo la testa: poi soggiunse:—Non me ne volevo mescolare, perchè sono faccende troppo delicate; ma quella povera madre così afflitta mi faceva compassione, e pregato e ripregato mi provai... ma... tanto è inutile, son cervellini, quelli, che non si raddirizzano.
—Crede lei, professore,—gli dissi,—che una seria educazione non possa....
—L'educazione...—interruppe con voce tonante il professor Gianlucardi che aveva il difetto d'interrompere sempre e quello di stemperare un'idea in un lago di parole:—l'educazione...—e continuò così a lungo che io credei volesse affogarmi in uno di quei trattati di educazione a regole stabilite, applicabili in tutti i casi, come le medicine delle quarte pagine dei giornali. Quando il professor Gianlucardi, pensai, sarà deputato, non starà in parlamento per alzarsi e rimettersi a sedere; ma chiederà spesso la parola, e se l'ottiene non la vorrà lasciare tanto per fretta; sarà più facile che i suoi colleghi lascino lui. Toltone, però, quei due difetti, il professor Gianlucardi è un fior di galantuomo e la perla degli insegnanti.
Esaurita la digressione sui vari modi pratici di educare, più o meno efficaci, si venne al fatto, il quale, in verità, è così meschinuccio per sè stesso che non merita le circonlocuzioni verbose del professor Gianlucardi, e si racconta in quattro parole. Ecco la cosa come sta.
Si trattava di convertire alla religione del dovere, e in con[Page 44]seguenza del buon senso, una scapatella di marchesina, sposa da poco tempo, che minacciava di abiurare e l'uno e l'altro. La madre si disperava: madre ottima, o meglio ottima donna, che aspettava sempre dall'alto un consiglio, un aiuto, e spesso anche il miracolo: era come quelli che a forza di guardare in su non guardano mai dove mettono i piedi. Rimase vedova presto la contessa Cecilia con quell'unica figlia, che fino dai primi anni prometteva molto per avvenenza, per astuzia, per vanità; e veniva su un maligno serpentello che dava da fare per quattro, e avrebbe dovuto anche dar pensiero per l'avvenire.
—Coi bambini non si ragiona,—diceva la contessa Cecilia;—quando la mia Albertina avrà qualche anno di più, avrà anche un diverso contegno.—E gli anni passavano e il contegno era diverso, ma in peggio; tantochè alcuni amici consigliarono la contessa Cecilia a mettere la figlia in convento: ma lei dichiarò che in convento non l'avrebbe messa mai, perchè non voleva, non poteva separarsi dalla figliuola.
—Quando prenderà marito diventerà più assennata,—concludeva la contessa Cecilia;—sì, bisogna maritarla presto:—e si consolava con quella speranza, e con incessanti preghiere a Dio e ai Santi che avrebbero mutata in meglio l'indole ribelle della sua Albertina. Infatti, presto fu sposa di un giovine elegante, un marchesino, a cui pareva mill'anni di prender moglie per uscir di pastoie,[2] per aver più denari e potere scorrazzare per il mondo a suo talento, e darsi bel tempo.[3]
Da prima viaggiarono insieme: poi, nato che fu[4] un bambino, si vedevano poco: lui faceva frequenti viaggi a Monte Carlo;[5] lei faceva molto parlar di sè, tanto nelle feste di ballo e nei ritrovi del carnevale, quanto nei mesi delle bagnature, sfoggiando sempre gran copia di eleganti e ricchi abbigliamenti.
La contessa Cecilia era impensierita: andando di questo[Page 45] passo, quel povero bambino sarebbe diventato poco meno di un pezzente. Poi s'impensierì sempre più, perchè la sua Albertina aveva stretto amicizia con alcune giovani signore frivole, ch'ella non avrebbe mai creduto conducessero una vita sì scioperata. Eppure andavano alla messa tutte le feste e mezze feste! Chi se lo sarebbe mai aspettato? V'era poi una certa baronessa che si vantava di essere emancipata, si vestiva da uomo, andava a caccia, andava a cavallo, fumava, e si prendeva gran spasso,[6] ogni anno d'autunno, in una sua villa, dove invitava per settimane intere le sue amiche intrinseche a darsi bel tempo con lei. Si parlava molto di queste villeggiature, e se ne parlava in cento modi: chi a mezz'aria[7] scotendo la testa: chi sbraitando scandalizzato; e v'era pure chi sghignazzava: ma la contessa Cecilia non rideva davvero. Era uno scandalo, via: il decoro della famiglia ne pativa. Mille volte aveva consigliato la sua Albertina a ricusare gl'inviti della baronessa; mille volte l'aveva ammonita di sfuggire quell'intrinsichezza che non le faceva onore e che le sarebbe dannosa, ma era stato come predicare nel deserto.
Vedendo che nè consigli, nè ammonizioni o preghiere valevano, le venne in mente di ricorrere al professor Gianlucardi, al quale confidato che ebbe l'animo suo e sfogato le sue angustie, finì col dire:—bisogna addirittura che lei, professore, faccia di tutto perchè la mia Albertina non vada quest'anno a villeggiare dalla baronessa... non c'è che lei che possa persuaderla... e forse lei ci riuscirà... è stato suo maestro....—Benchè il professor Gianlucardi fosse stato il maestro di letteratura dell'Albertina, e anche ne avesse cantato gli sponsali in terza rima, pure non la vedeva spesso: la vedeva qualche volta in casa della contessa Cecilia, perchè, uomo alla buona com'era, nemico delle cerimonie, visite non le ne faceva. Ma ora non potendo esimersi dall'incombenza della contessa Cecilia, vinto dalle sue preghiere, impietosito dal suo ramma[Page 46]rico, dovè promettere di andare sollecitamente dalla sua alunna di una volta.
—La signora è sempre in letto,—diceva un servo, quando il professor Gianlucardi, in un'ora che gli parve adattata alle visite, si presentò al palazzo della marchesa Albertina. Due giorni dopo vi tornò ed era uscita, un'altra volta non si sentiva bene e perciò non riceveva nessuno: e allora il professor Gianlucardi le scrisse due righe pregandola a indicargli in qual giorno e in quale ora avrebbe potuto parlarle.
Nell'ora e nel giorno indicati dall'Albertina, ecco che il professor Gianlucardi entra nel portone del palazzo; e salita l'ampia scala, trova un servo che gli fa strada[8] per quattro salotti e poi lo fa passare in una gran sala, più che ammobiliata, ingombra di mobili, com'ei diceva, e posti così alla rinfusa e per tutti i versi, che a lui, poco pratico di salotti sul gusto moderno, parve di entrare nel magazzino ben fornito di un mercante di mobilia: e forse, in quel momento, pensò al suo salotto con quelle sei seggiole allineate alla parete, col canapè verde e accosto accosto il tavolino di ciliegio lucido come uno specchio. Il professor Gianlucardi, che è un omaccione alto e massiccio, non sapeva come rigirarsi tra tanta farragine di mobili, e per scansare una giardiniera inciampò in una causeuse e capovolse un pouff; molto più che le pesanti, ampie soprattende di stoffa damascata delle due finestre attenuavano anche troppo la luce in quella sala.
Una vocina garrula con delle note di riso frenato a stento, diede il ben arrivato al professor Gianlucardi, che aguzzando gli occhi vide laggiù all'estremo lato della sala, seduta sopra una poltroncina bassa, la sua antica scolara. L'Albertina gli fece festa[9] e cominciò subito a discorrere fitto fitto, senza mai aspettar risposta, rammentando il tempo in cui era stato suo maestro.—Povero professore, quanta pazienza aveva con me! Si rammenta di quel giorno che mi sgridò tanto, e io mi provai[Page 47] a sgridare lei? Oh! ero proprio cattivuccia! E lei mi chiamava la sua alunna ribelle....—
E continuava a parlare sempre lei, e con tutte queste reminiscenze non riusciva al professor Gianlucardi, gran parlatore assuefatto a essere ascoltato, nè di manifestare lo scopo della sua visita, e nemmeno di deviare con qualche parola quel rapido fiumiciattolo di ciarla femminina. Finalmente potè accennare così alla spezzata quello che doveva dirle, e lei interrompendolo:
—Ho capito,—disse,—lei parla in nome della mamma che non vorrebbe che io andassi in villa dalla baronessa. Ma come si fa a ricusare? E che male c'è? Si sta così allegri, ci si diverte tanto! E poi la baronessa è così carina, così gentile con me che non potrei farle uno sgarbo. È un'idea storta della mamma, questa....—
Qui il professor Gianlucardi la interruppe coraggiosamente, e cominciava col suo vocione sonoro a entrare a vele spiegate nel mare magnum[10] dell'eloquenza, quando ecco arrivare una signora a far visita; poi un'altra; poi due giovani eleganti, e finalmente due signore madre e figlia; e allora un ricambio di saluti, di baci, di strette di mano, di motteggi, di risa, e poi una conversazione ben nutrita sui fatti del giorno, sulle mode, sui teatri, e su cento scandalucci saporosi, indovinati più che detti.
Il professore Gianlucardi era sulle spine: non v'era rimedio: capiva che bisognava andarsene. Nell'atto di stringere la mano alla marchesina per accomiatarsi, le disse piano:—Posso portare alla contessa Cecilia la sua promessa che....
—No no; venga domattina alle dieci da me a far colazione, e riparleremo insieme di quello che vorrebbe la mamma... badi, professore, non manchi,... l'aspetto:—gli rispose con una grazietta che innamorava; e il professore se ne andò consolato, sperando bene.
Quando la mattina dopo alle dieci arrivò al palazzo, gli[Page 48] parve di udire nell'interno un certo via vai di servi, e nel cortile quel leggero scalpitio prolungato di cavalli che aspettano impazienti di moversi: poi udì varie voci allegre, e quando entrò nel cortile vide una lieta comitiva di signore e di signori a cavallo sul punto di partire, e tra questi primeggiavano, accanto, una bella donna ch'era la baronessa, e quella figuretta aggraziata dell'Albertina; la quale appena vide il professor Gianlucardi con quella cera stupefatta, spronò il cavallo, e seguìta dagli altri, partì di galoppo dando in uno scroscio squillante di risa.
—Dove vanno?—domandò il professore a un servo.
—Vanno tutti in villeggiatura con la signora baronessa:—rispose il servo.
—Non v'era da aspettarsi altro;—diceva a me il professore chiudendo il suo racconto;—ma confesso il vero, quella risata mi passò l'anima![11] Perciò affermo che l'educazione....
—Dica la verità, professore:—gli dissi (mi premeva di troncare il tèma solito)—lei credeva di fare come Cesare, veni, vidi...
—Pur troppo...—interruppe con un sospiro:—veni, vidi... non vici!—
rosalia piatti.
FIGURIAMOCI tre piccole stazioni ferroviarie disposte nell'ordine seguente: X, Y, Z. Mi par già di sentirmi chiedere: o che[1] si tratta d'una equazione a tre incognite? No, l'algebra[Page 49] non c'entra per nulla, ma quelle tre lettere opache fanno benissimo al caso mio.
È una sera d'agosto soffocante, burrascosa. La luna, cinta di vapori sanguigni, scende la curva dell'orizzonte; in fondo, verso il nord, spessi lampi fendono in tutti i sensi grandi masse di nuvole accavallate l'una sull'altra come montagne gigantesche. Il tuono romba sinistramente.
Il signor Cesare Favari, capostazione di Y, in maniche di camicia, senza cravatta e col colletto slacciato siede nel suo ufficio, davanti all'apparecchio telegrafico. Fu una cattiva giornata pel signor Cesare, il quale dovette supplire il telegrafista indisposto e non ebbe un momento di riposo. Ora bisogna notare che il signor Cesare è un'ottima persona, ma è un po' facile a turbarsi, a confondersi, sopratutto quando la sua degna consorte, la signora Arpalice, scende dal suo primo piano e viene a intrattenersi con lui. E oggi, per esempio, la signora Arpalice fece un lunghissimo soggiorno in ufficio. Adesso però, grazie al cielo, la signora Arpalice è a letto, e il signor Cesare pensa che potrà raggiungerla, appena siano passati i due treni 44 (proveniente da X) e 105 (proveniente da Z). Ma il diavolo ci ha messo la coda.[2] Il treno 44 è in ritardo, ciocchè fa ritardare anche il treno 105 che suole scambiarsi col primo a Z. Sono le 11.
Finalmente la stazione di X dà segni di vita e annunzia telegraficamente la partenza del treno 44.
Quasi nel medesimo tempo giunge da Z un dispaccio di quel capostazione:
Se potete trattenere costì treno 44, spedisco treno 105.
Il signor Cesare si rende conto dell'impazienza dei viaggiatori del treno 105, e da quell'uomo[3] compiacente ch'egli è 30 ritelegrafa subito:
Tratterrò treno 44. Spedite treno 105.
E dalla stazione di Z capita senza indugio un secondo telegramma:[Page 50]
Treno 105 partito.
—Fra pochi minuti saremo in quiete,—osserva il signor Cesare stropicciandosi le mani. Indossa in fretta la giubba, si allaccia il colletto, si rasciuga il sudore ed esce all'aria aperta.
Altro che quiete! Minaccia un temporale indiavolato, di quelli che sveglierebbero anche i morti. E la signora Arpalice ha tanta paura del fulmine! Anzi il signor Cesare si meraviglia ch'ella non si sia ancora affacciata sul pianerottolo della scala e non abbia chiamato con la sua voce di pentola fessa:—Cesare! Cesare!
Bartolommeo, l'inserviente della stazione, passeggia su e giù lungo il marciapiede della strada, portando in mano la lanterna che proietta davanti a sè una lunga striscia di luce rossa. Però al guizzo dei lampi la luce rossa impallidisce, e spicca invece la colossale figura di Bartolommeo che par veramente un uomo troppo grande per una stazione così piccola.
—Corpo dei sette fratelli Maccabei![4]—brontola fra sè l'inserviente (è la sua esclamazione favorita).—Che tempo!
Infatti il tuono rumoreggia vicino, e il vento solleva turbini di polvere, investe fieramente gli alberi e arruffa i campi di biade. Non c'è in stazione nemmeno un viaggiatore. Chi deve moversi con una notte simile?
Il signor Cesare si accosta al suo subalterno, e gli dice:—I treni 44 e 105 si scambieranno qui.
—Come?—risponde Bartolommeo.—Ma il treno 44 non si ferma....
—Che un minuto, lo so. Vuol dire che stasera si fermerà fino all'arrivo del treno 105.
—Ma non si ferma affatto.
Bartolommeo è pazzo sicuramente, ciò che non impedisce al capostazione di sentir drizzarsi i capelli in testa.
—Imbecille!—grida quest'ultimo perdendo il sangue freddo tanto necessario.—Non s'è fermato anche iersera?[Page 51]
L'inserviente conserva la sua calma, ma sembra voglia adoperarla piuttosto a provar la verità delle sue asserzioni che a prevenire un disastro.—Fino a iersera si è fermato, ma oggi non si ferma più.
E riconducendo in stazione il signor Cesare inebetito, gli fa leggere un laconico avviso del seguente tenore: "A partire dal 5 agosto il treno 44 non si fermerà più alla stazione di Y. La Direzione."
—E oggi è il 5,—dice Bartolommeo.
Il capostazione se l'era dimenticato! Adesso egli comprende di che sbaglio si sia reso colpevole nel rispondere al suo collega di Z prima di assicurarsi s'era in tempo di fermare il treno 44; adesso vede tutto l'orrore della situazione, vede la catastrofe imminente, terribile.
—Ai segnali allora, ai segnali!—egli grida con voce troncata dalla commozione.—Ai segnali per arrestare il convoglio 44 che deve ormai esser vicino. Ma presto, per Dio!
E corse di nuovo sulla strada spingendo davanti a sè Bartolommeo che borbotta fra i denti:—Che brutta faccenda! Che brutta faccenda! Corpo dei sette fratelli Maccabei!
Proprio in quel momento un fischio acutissimo fende l'aria e il treno 44 passa davanti alla stazione con la rapidità di una freccia.
—Ferma! Ferma!—urlano il signor Cesare e Bartolommeo, come se la loro voce potesse giungere fino al macchinista, occupato soltanto dall'idea di riguadagnare il tempo perduto.
Il signor Cesare e Bartolommeo si guardano esterrefatti. È sogno? È realtà?
Il treno 44 e il treno 105, venendosi incontro sullo stesso binario con una velocità di oltre a 30 chilometri all'ora, non possono tardare a dar di cozzo l'uno nell'altro. Ancora due minuti, un minuto forse, e le due locomotive si urteranno, s'impenneranno, ansando, muggendo, sbuffando, e i due convogli,[Page 52] simili a due serpi immani abbracciati in un amplesso mortale, si stritoleranno a vicenda nelle spire poderose. Lo schianto del legno, il cigolio delle catene, lo scroscio dei vetri ridotti in frantumi, il gemito del vapore sprigionantesi da mille parti si mesceranno al grido d'angoscia che uscirà da cento petti, alle imprecazioni dei feriti, agli estremi aneliti dei moribondi.
E non si può far nulla, nulla!
Davanti a queste catastrofi repentine manca all'ingegno umano l'elemento ond'egli abbisogna per far valere le sue forze; gli manca il tempo. La fortuna ama coglierlo all'improvviso per soddisfare i suoi capricci spietati.
Sono scomparse l'ultime stelle, cominciano a cader grossi goccioloni di pioggia, il vento raddoppia di violenza, i lampi rischiarano di una luce rossa, sinistra, le due faccie livide, istupidite del capostazione e di Bartolommeo.
Quest'ultimo rientra in ufficio col capo basso, con le braccia penzoloni, agitando indolentemente la lanterna cieca che tiene in mano.
Dal pianerottolo si fa sentir la voce della signora Arpalice che sbigottita dal tempo cattivo chiama:—Cesare! Cesare!
Ma Cesare non risponde.
Egli s'è messo a correre all'impazzata nella direzione di Z. A che pro? Lo sa forse? Ha un'idea netta di ciò che fa?
La pioggia cade a torrenti, il rimbombo del tuono scuote la terra, l'impeto del vento schianta gli alberi, rovescia i pali del telegrafo, ma il signor Cesare non sente nulla, non si cura di nulla. Al guizzo dei lampi la lunga strada s'illumina d'una luce bianca, le guide di ferro scintillano, le pozze d'acqua mandano un barbaglio, le poche abitazioni sparse nella campagna emergono fuggevolmente dalle tenebre, mentre si vedono le alte cime dei pioppi chinarsi fin quasi al suolo e le masse dei carpini agitarsi disordinate.[Page 53]
Il signor Cesare corre, senza arrestarsi mai. Egli procede lungo le rotaie con la vaga speranza che un convoglio straordinario sopraggiunga, lo schiacci, lo annienti. Oh la morte, la suprema liberatrice! Vi sono istanti in cui anche i più codardi l'invocano. Sol ch'ella sapesse risolversi ad arrivare in tempo!
Dei dieci chilometri che dividono la stazione di Y da quella di Z il signor Cesare ne ha già percorso una terza parte. È strano. Ancora non si scorge nessuna traccia del disastro. Eppure, considerate tutte le circostanze di spazio o di tempo, lo scontro avrebbe dovuto succedere a meno di 3 chilometri da Y. Che il signor Cesare fosse vittima di un'illusione, che lo scambio dei telegrammi, che il passaggio del treno non fosse stato che un sogno di fantasia malata? No, no pur troppo. Quei telegrammi egli li ha davanti a sè in caratteri di fuoco, ha sempre negli occhi la visione di quel treno precipitoso, inesorabile, sordo alla sua voce, lugubremente deciso a perire.
E allora? Sarà più in là,[5] sarà dopo quella casa cantoniera[6] dove la strada fa una svolta a sinistra.
Avanti, avanti! Il disgraziato capostazione s'affretta ancora, raggiunge la casa cantoniera, supera la svolta della strada. Nulla. Nulla, fuorchè il bagliore dei lampi che rischiara per un lungo tratto di via il binario deserto.
Ma il signor Cesare non ne trae argomento a sperare. Nello stato d'animo in cui si trova, lo turba, lo irrita quasi di non aver la prova materiale della catastrofe che deve essere accaduta, che non può non essere accaduta.
E gli sembra che la sorte sia doppiamente crudele nel prolungare le sue incertezze.
Lo assale un altro dubbio. Se, nel moversi da Y avesse preso la direzione opposta a quella che voleva prendere? No, nemmen questo è possibile. Egli conosce la via, e i numeri delle case cantoniere gli provano che non s'è sbagliato.[Page 54]
Potrebbe bussare ad un uscio, ma non osa. Una forza irresistibile lo spinge avanti. E poi quelle case sono ermeticamente chiuse, hanno l'aspetto di tombe. O tutti i cantonieri sono accorsi sul luogo del disastro, o nel terrore di quella notte d'inferno hanno dimenticato che deve passare ancora un treno, il treno 105.
Da quanto tempo sia in cammino, il signor Cesare non lo sa. Sa che non può arrestarsi quantunque le vesti inzuppate d'acqua inceppino i suoi movimenti, quantunque i suoi piedi indolenziti si sprofondino nel fango, e senta un formicolio per tutte le